mercoledì 8 aprile 2015

                                                                 
Pubblico qui di seguito la PREMESSA al mio POESIA E FORMA edito con YOUCANPRINT

                                                         PREMESSA
  Questi miei scritti sono tratti dal mio blog POESIA E FORMA,  su cui li ho pubblicati singolarmente di volta in volta. Mi pare opportuno parlarne qui brevemente per alcune considerazioni.
   Potrebbe sembrare del tutto inutile l’edizione cartacea dopo la loro pubblicazione on line . Ma i lettori del mio blog sono pochi; con l’edizione cartacea se ne potrebbe forse aggiungere qualcuno in più, anche se l’aumento dei lettori dipende non solo dalle potenzialità di diffusione, di una  o più edizioni, ma soprattutto dalla validità degli scritti, oltre che dall’interesse dell’argomento; cose che attengono del tutto al giudizio di chi legge.
  Potrebbe sorprendere negativamente il lettore la trattazione dell’argomento non strutturata secondo uno sviluppo lineare del discorso. Questi  scritti infatti hanno un loro ordine solo nella loro scansione cronologica, mentre l’argomento è affrontato rapsodicamente, di volta in volta, episodio per episodio, a seconda del mio momento psicologico e non secondo un quadro progettuale predisposto in prospettiva di una strutturazione logica del tema.
   Sono scritti molto brevi che possono essere anche considerati come spunti per una riflessione sul linguaggio poetico del nostro tempo, in cui la scienza e la tecnica hanno determinato un cambio di prospettiva del pensiero, del modo di essere e dell’agire dell’uomo. Un cambio così imprevedibile, imprevisto e rapido, che la poesia e l’arte trovano non poche difficoltà ad adeguarsi alla nuova realtà in continuo mutamento.
  Penso che la lettura di questi miei scritti possa almeno sollecitare qualcuno dei tanti giovani che oggi si accostano alla poesia a valutare la complessità dei modi, dei mezzi ed il rigore del linguaggio poetico, così come è per il linguaggio delle arti e della musica.
  In fondo essi dicono che la poesia ha una sua forma e una sua tradizione, di cui non si può non tenere conto, e a cui bisogna rimanere saldamente ancorati se si vuole che essa  prosegua a svolgere la sua funzione di nobilitazione  dell’animo dell’uomo e a fiorire in una umanità nuova che si annuncia non meno ferina di quella del passato.

lunedì 6 aprile 2015

                          IL BOMBARDAMENTO

  Il bombardamento dei depositi delle munizioni per rifornimento del fronte di Cassino avevo messo in allarme tutto il paese.
  Mio padre intanto aveva già pensato di portarci a Monteflavio e si era  accordato con un suo amico e con i nostri parenti monteflaviesi originari di Paganico. L’amico ci dava ospitalità per le pecore, messe  accanto alle capre sue in località  Frolleta, i parenti ci avevano messo a disposizione una casa tutta per noi.
  Il giorno dopo l’attacco ai depositi di dinamite e  proiettili per cannoni, facemmo alcuni preparativi essenziali. Fra l’altro, nascondemmo un po’ di olio e di vino dentro una grotta dell’ex cava di pozzolana nel nostro terreno, che poi riempimmo di fascine e terra, in modo da nasconderne l’apertura.
  Il giorno dopo ancora, caricammo le cose necessarie sull’asino e uscimmo da Sandunicola con le pecore. Con nostra grandissima sorpresa, nonostante tutti i nostri richiami insistenti, uno dei cani non volle seguirci: inspiegabile per un cane che non vuole seguire il proprio padrone per rimanere a guardia del nostro campo!
  Risalimmo il Risecco e poi, lentamente percorrendo le scorciatoie, giungemmo alle Frolleta e quindi a Monteflavio. Nonostante tutto, a quel tempo si poteva ancora lasciare il bestiame incustodito nella notte; noi e gli amici caprai infatti lasciammo pecore e capre alle Frolleta e ci ritirammo nelle case a Monteflavio.
  La mattina dopo, non ricordo bene se il 3 aprile (sono passati settantuno anni, una vita)  io, mio fratello e gli amici caprai tornammo al caprile e cercammo di costruirci un riparo con le grosse pietre del luogo, quasi come nelle trincee, ma coperte in qualche modo per ripararci da eventuali attacchi aerei. Di tanto in tanto io guardavo il mio paese che vedevo dall’alto, abbastanza vicino da distinguere bene le vie ed ogni casa.
  Verso le dieci, in una mattinata bellissima per il cielo sereno e la luce di primavera, sentimmo tremare la terra e  guardammo nel cielo per capire dove i quadrimotori fossero diretti: nei mesi passati, spesso volavano  verso Fara, e poi si udivano i bombardamenti cupi e lontani, in direzione di Orte e Terni.
  Ma quel giorno comparvero di nuovo da Montorio. Io li guardai e fu un momento. Il capostormo lanciò un segnale di fumo e subito udii i soliti fischi d’aria e vidi che le bombe cadevano e scoppiavano proprio sul nostro paese.
  Ero stordito, perché cercavo di localizzare le esplosioni che vedevo tra le case, mentre davanti agli occhi mi apparivano i nonni, gli zii e tutti quelli che ancora erano rimasti in paese. Non ricordo più se piangevo, se tremavo, se ero una statua di pietra, di quelle pietre enormi e bucate che mi stavano intorno.
  Il resto, ciò che era avvenuto, i nomi dei morti, li seppi la sera, quando molti del paese se ne vennero come noi a stabilirsi a Monteflavio.







martedì 31 marzo 2015

                                       SECONDO ATTACCO AEREO

   Mio padre cominciò a pensare di andarcene dal paese, ma non ce ne accennò affatto. Qualche giorno dopo ( se ricordo bene uno degli ultimi giorni di marzo del ’44) stavamo disboscando con vanghe e pale circa un’ara di terra di piccole querce e rovi. Vista la bella giornata primaverile, mio fratello s’era portato  anche Giorgetto, un bambino di otto/dieci anni, figlio di Anselmo che lavorava  a Roma. C’era con noi anche mio cugino Tomasso.
   Improvvisamente, verso le dieci, si sentì il noto rumore cupo dei quadrimotori angloamericani. Guardammo in alto: erano ventiquattro bombardieri spuntati in direzione di Montorio. Mentre guardavamo, vidi che il primo aereo lanciò un razzo di fumo nero. Buttati! Buttati! gridarono mio fratello e Tomasso che conoscevano bene quel segnale per essere stati in guerra.
   Ci buttammo nella lunga fossa di scavo, uno dietro l’altro, mentre mio fratello si mise sopra a Giorgetto per proteggerlo. Sentii subito sottili fischi nell’aria e poi un po’ lontano da noi scoppi  di bombe e ancora un boato tremendo per lo scoppio di due depositi di tritolo nascosti sotto gli olivi tra il curvone e il Crocifisso.
  Poiché noi stavamo  un po’ lontano dal luogo bombardato, ma avevamo timore che tornassero gli aerei per una seconda ondata, corremmo a ripararci sotto un residuo di grotta fatto di cappellaccio.
  Da circa un’ora  scoppiavano in continuazione i proiettili dei depositi nascosti lungo la carrozzabile, sempre nella direzione del Ponte di Moricone, e noi stavamo sempre riparati sotto la mezza buca di cappellaccio, quando io e Tomasso ci alzammo per renderci conto della situazione: in quell’attimo vedemmo sul colle di “Sandunicola”, nella direzione del Ponte, in un lampo, alzarsi  nel cielo una montagna di fuoco. Ci lanciammo di nuovo nel riparo e subito la terra tremò per un boato inimmaginabile e sentimmo e vedemmo cose in aria che fischiavano e che volavano sopra di noi.
   Poi sapemmo che era saltato il deposito di tritolo con tutto il casale di “Filippo’ “, poco discosto  dal ponte, nel cui piano superiore era alloggiato il comando tedesco, ma che era pieno di tritolo al piano terra. 
  Si disse poi che i tedeschi del comando, rimasti imprigionati nel casale e terrorizzati, non fecero che urlare disperatamente, poiché non riuscivano a mettersi in salvo per i proiettili che scoppiavano continuamente intorno, fino a quando qualche proiettile forse penetrò a piano terra, dette fuoco al deposito di tritolo, e allora tutti si volatilizzarono assieme al casale.                                                                                    
  Questo fu poi raccontato da alcuni giovani di Montelibretti, che erano stati requisiti dai tedeschi e obbligati a caricare gli autocarri e che erano riusciti a rifugiarsi nella cava di pozzolana poco lontana, quando sentirono arrivare i bombardieri.
   Al posto del casale rimase una buca enorme; tutti gli olivi del campo di “Filippo’ “ furono annientati. Dopo la ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli angloamericani, quando tornammo da Monteflavio, io poi trovai tra gli olivi della Palombara una trave di ferro contorta e il catenaccio della cantina del casale; il torchio era volato nel  “Pastenagno” e trovai verso il fosso di Ricani diversi blocchi di cemento, quelli che io avevo sentito volare nel boato tremendo sopra di noi, forse a una distanza di qualche chilometro.
  In quel bombardamento morirono Ezio De Vecchis e Attilio Prosseda, miei coetanei,  che stavano lavorando nei loro terreni, posti uno al di qua e l’altro di là dal Risecco.                                                                                                                                                                                   




mercoledì 25 marzo 2015

                                      PRIMI ATTACCHI AEREI
   Era una giornata bellissima, come erano le giornate di primavera di quegli anni. Come erano stati belli i giorni precedenti, benché turbati da segni di guerra che però a noi sembravano lontani, anche se avevamo vicino depositi di bombe e sopra di noi passavano ogni giorno veloci caccia e lenti stormi di bombardieri quadrimotori che facevano tremare la terra col loro rombo sordo e lontano.
  Quel giorno vidi improvvisamente due caccia angloamericani a bassa quota che da Montorio saettarono sulla strada di Montelibretti, uno dietro l’altro;  prima di Montemaggiore, il primo aereo fece una sventagliata di mitragliatrice: immediatamente io vidi innalzarsi una colonna di fuoco che inghiottì il caccia che lo seguiva e che poi rimase per molto tempo schiantato in mezzo agli olivi di una collina poco lontana dalla strada.
  Evidentemente fu un avvenimento che ci segnò, perché gli alleati scoprirono la zona e le strade in cui i tedeschi tenevano nascosti i depositi di carburante e quelli di dinamite e di proiettili per il fronte di Cassino.
   Dopo qualche giorno, non ricordo se gli ultimi di marzo o i primi di aprile, io e mio fratello stavamo a “Sandunicola” e in quel momento parlavamo con Giggetto Sbrozzi, che vangava il suo campo al di là dalla siepe, a confine con noi.
   Improvvisamente dalla parte di Montorio scesero a bassa quota sopra di noi tre cacciabombardieri, che fecero un giro e poi sempre più a bassa quota ci mitragliarono quasi a falciare.
  Noi corremmo a perdifiato a ficcarci dentro una grotta di pozzolana, dove giunse pure Giggetto, che aveva saltato la siepe. Intanto i cacciabombardieri avevano fatto un altro giro, ma questa volta  sganciarono diversi spezzoni, che, scoppiando, fecero tremare la terra e la grotta.
  Dopo che era finito l’attacco, notammo che due schegge avevano fatto due buchi nelle lamiere di copertura del casaletto e che vari spezzoni erano scoppiati qua e là radendo con le schegge la terra e squarciando i fusti degli olivi. Un grappolo di sei spezzoni invece non era esploso ed era infisso mezzo metro sotto terra.

  Papà cominciò a pensare a……..

giovedì 5 marzo 2015

                                   LA MIA SCUOLA
   Ho accennato alla mia scuola elementare. Mi ritorna in mente come in singoli fotogrammi di memoria. Con la presenza sgradevole del mio maestro di seconda. Veniva da Palombara in bicicletta da corsa. Non era cattivo con la bacchetta, ma con la sua rozzezza d’animo e di mestiere: insegnava nozioni e godeva a mettere in ridicolo i piccoli alunni che gli apparivano con qualche difficoltà o difetto, mettendo così a nudo la sua miseria d’uomo più che di maestro.
   Ci obbligava a cantare il Padre Nostro, un canto difficilissimo per tutti noi piccoli e stonati, che allora crescevamo praticamente nella strada e senza alcun esempio di suoni e di canti se non di ragli di asini, di canti di qualche mamma che rassettava la casa e di grida di donne che litigavano da finestra a finestra.
  Per fortuna lo ebbi solo per un anno. Lo rividi molti anni  dopo da collega, ma lui ormai pensionato. Era in bicicletta come al solito, come quando veniva a farci scuola; però teneva legata una gravina al telaio, segno che era stato a zappare in un suo campo sassoso.
  Non gli dissi che ero stato un suo alunno. Per non dirgli altro, certamente. A sua scusante, ma solo marginalmente,  potevo solo pensare che quella di quel tempo era la scuola fascista. In effetti ora lo vedevo in una situazione più consona alla sua persona, con quell’arnese, che non dentro una scuola ad educare gli alunni. Perciò, ormai, non lo percepivo più neanche come collega.



giovedì 26 febbraio 2015

          Da VERSI SATIRICI, edito da BookSprint pubblico qui
         di seguito i sonetti XI – XII- di CHIACCHIERE.
                                       
                        XI
 Lo vedi tu quel gatto che l’ha fatta
E come nella buca la nasconde
Anche all’odore? Le sue cose immonde
Lui le copre, ciannusa e poi ce gratta.

Come fa il gatto e come fa la gatta
Dentro di noi in pieghe assai profonde
La verità se copre e se confonde
Come nel settemmezzo fa la matta.

E Dio ce scampi se per qualche via
La verità se scopra e venga fori
Nella bruttezza della sua follia!

Allora sentiremmo i suoi fetori
Da non trova’ riparo dove sia
Ad evitarne i putidi sentori!

                            XII
Per il micione è verità l’olfatto,
Per la folla è quella in cui cià fede,
Per cui anche alla prova non ce crede,
Pure a quella incontestabile del fatto.

La fede se la trova dentro al piatto,
Perché oltre quel piatto non ce vede;
E governa chi quel piatto gli concede
Cento volte mangiandogli il baratto.

La verità sarebbe la salvezza
Se la folla avesse un bon sapere
E non avesse invece la capezza

Con cui ben la domina il potere,
Fornendogli una stupida certezza
Per dargliela poi al solito da bere!




venerdì 6 febbraio 2015


Il modano è un cannello con cui i pescatori rammagliano le reti. Per me qui è una metafora del blog in cui m'ingegno di rammagliare le mie memorie per rievocare eventi del passato.
 Oltre questo blog, chi lo volesse potrebbe leggere anche gli altri due miei blog:”Poesia e forma.blogspot.com”-- “Echi e richiami.blogspot.com”


                                              MEMORIA
   Si torna spesso indietro, nella memoria. Molto spesso senza volerlo. Ritornano immagini a volte improvvise, però quasi sempre legate ad emozioni, che evocano in noi ricordi e suggestioni.
  A me accade spesso con il ricordo di mio padre. Mi torna in mente la sua immagine, anche ora che non c’è più da molti anni e io sono diventato vecchio. E sento di assomigliargli sempre di più. 
  Sento anche di essere quello che sono, perché sin da ragazzo volevo essere come lui e fare le cose come le aveva fatte lui. Ma anche andare oltre, come avrebbe fatto lui se avesse potuto, se nella sua giovinezza avesse goduto delle nostre nuove condizioni di vita, con la luce elettrica, con la radio che diffondeva le notizie, con i giornali e con i libri, di cui si poteva conoscere l’esistenza con qualche catalogo ricevuto con la posta, così come era successo a me,  ai miei tempi. Tutte cose che nella sua infanzia e nella sua gioventù egli non aveva potuto conoscere  e di cui io avevo avuto appena qualche conoscenza, quando andavo con le pecore o vangavo il terreno sotto le viti e per la semina di patate e fagioli.
  Eravamo stati condannati all’ignoranza, io e lui, per condizioni sociali ed economiche, come la grandissima maggioranza della popolazione del nostro tempo. Facevamo parte degli esclusi, prima lui e poi io, per una società fondata sull’iniquità delle disuguaglianze di classe. 
   Lui non poté frequentare neanche la scuola elementare, poiché a sette anni dovette portare al pascolo il paterno branco di capre, con cui si campava in famiglia. Ma imparò a leggere e a scrivere da solo, poi mandò a memoria gran parte della Divina Commedia, dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata, compose poesie e tutti i giorni si comprava il giornale, come si compra il pane quotidiano. 
   Io ebbi la fortuna di frequentare la scuola, solo quella elementare però. Ma ebbi una fortuna ancora più grande, quella del suo esempio di amore per la lettura, per i libri, e soprattutto per conoscere e capire mediante i libri; cioè la fortuna di usare i libri per  accumulare cultura e conoscenza, sfruttando ogni ora libera, anche quando mangiavo, lavorando di mente in ogni momento, anche mentre vangavo.
   Ora che sono vecchio, mi torna in mente lui da vecchio, con gli occhiali e piegato sul libro aperto, assolutamente assente per quanto gli accadeva intorno. Oppure seduto su una panchina  nei “ Giardinetti”, totalmente immerso nella lettura del giornale, così come lo ritrasse Erminio Frappetta con una foto che conservo in un mio cassetto. Morì al compimento esatto del novantunesimo anno, esatto fin nel minuto, poiché era nato lo stesso giorno e alla stessa ora e allo stesso minuto del 1890.
  Lo ricordo anche qui, ora, perché morì di questi giorni, il dieci febbraio del 1981, pochi mesi prima che potesse avere la soddisfazione di sapermi nominato direttore didattico, anche se come lui avevo pascolato le pecore fino a tutta la mia gioventù e a dispetto di una società  fondata sull’ingiustizia delle disuguaglianze di classe.

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