mercoledì 18 novembre 2015

Pubblico qui di seguito la copertina e la PREMESSA del mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI  EDITO da SIMPLE 



                        PREMESSA

  Ho indicato con “Bigliettini” le mie composizioni più brevi e con “Biglietti” quelle un po’ più lunghe, senza però distinguerle e separarle in capitoli diversi.
  Poiché sono tutte di carattere satirico, in altro tempo le avrei dette classicamente “epigrammi”. Proprio come oltre un ventennio fa, quando ne stampai una trentina, in pochissime copie per gli amici, con il titolo di “Trenta epigrammi”.
  A leggerli allora furono davvero  pochi amici, anche perché ancora non si era diffusa Internet. Ma cambia il tempo e con esso mutano gusti e parole, anche se molte cose poi rimangono sostanzialmente le stesse.            Così oggi ho voluto chiamarli “Biglietti e bigliettini” per significare metaforicamente quegli stessi  modi poetici  storicamente definiti come epigrammi.  Senza presumere avvicinamenti a modelli classici forse inarrivabili.
   Qui mi pare anche opportuno  notare, però,  che col tempo sono caduti in disuso diversi generi di poesia, con vari suoi modi compositivi; e sono venute anche meno alcune funzioni della poesia stessa.  Certamente  per mutamenti di sensibilità culturali conseguenti al cambiamento di strumenti e codici comunicativi nel mondo contemporaneo.
   Ha scritto McLuhan che il mezzo è il messaggio. Oggi le nostre sensibilità non corrispondono più ai
mezzi d’informazione, della scrittura e della poesia dei secoli scorsi. Non utilizziamo più solo il linguaggio della parola scritta. Si ricorre spesso all’efficacia del linguaggio iconico; anzi  siamo oltre la fotografia e la cinematografia del passato, siamo ai linguaggi delle tecnologie in cui sono comprese la video scrittura e la memoria digitale.
   Quale funzione può ancora oggi svolgere la poesia in un mondo caratterizzato da così rapidi cambiamenti, da linguaggi e codici così diversi da quelli del passato, specialmente dentro al mondo digitale, iconico, tecnologico?
   Il nostro è il più antipoetico dei tempi, oltre che per l’ansia della velocità dei cambiamenti,  anche perché esso è il tempo del denaro. Il poeta rischia di chiudersi nell’ascolto della sua sola interiorità e la poesia rischia di autolimitarsi alla lirica. La satira stessa oggi è confinata nelle  battute e nelle macchiette degli spettacoli,  nelle vignette dei giornali.
   Eppure non tutti dovremmo rinunciare alla satira poetica. Essa costituisce un modo espressivo che può avere ancora un suo valore, poiché nei momenti di sosta, di raccoglimento e di riflessione ci può consentire ancora una forma di autonomia di giudizio a fronte della piatta banalità del conformismo; e ci può consentire un rovesciamento dello sguardo sul mondo ancora con la forza e la speranza proprie dello spirito critico e libero dell’uomo.
   Con queste mie composizioni io non vi ho rinunciato; anzi in esse ho raccolto  l’espressione di sentimenti elaborati in rapporto ad esperienze di vita colte direttamente e indirettamente nel quotidiano del nostro tempo, tra rabbia, amarezza, sarcasmo.
   Sono composizioni in versi che ho scritto nel corso di alcuni decenni e che ho qui messo insieme in modo alquanto casuale, non avendo neanche tenuto conto né di datarle, né di disporle in ordine cronologico: soggettivamente il lettore può riferirle al tempo che gli suggerisce la sua personale sensibilità.
   Le pubblico tutte oggi in quanto la spesa editoriale non rappresenta più un sacrificio economico. Ma penso che a leggerle saranno ugualmente assai pochi.    
   Forse  anche perché oggi le composizioni satiriche non sembrano ritenute classificabili come poesia, così come lo erano ancora un secolo fa, poiché non rientrano nelle caratteristiche delimitate da un lirismo introspettivo esasperato, secondo le ultime tendenze , quasi direi secondo la “moda” di oggi.
   Forse anche perché esse non rispondono ai canoni dei gusti correnti, più proclivi alle vignette degli umoristi e alle battute dei comici, così rapide e incisive al confronto di composizioni poetiche che pur sempre richiedono  una certa riflessione per la piena comprensione del testo.
   Forse anche perché siamo in tanti a scrivere (penso che ciò sia un bene) e non molti a leggere, tra cui un certo numero solo lettori di noi stessi autori (e penso che questo sia un male).
   Lo scarso numero dei miei eventuali lettori mi consentirà di non sentirmi in colpa per averne infastiditi molti, sia per  non averlo fatto apposta, giacché questi versi  mi sono venuti da sé, per mio personale sfogo dell’animo, pur avendo io tentato di lavorarci su di lima; sia perché  io non ho spedito di fatto alcun bigliettino o biglietto a nessuno.
   Se qualcuno li leggerà sarà forse solo per puro caso e comunque per sua scelta, giacché non andrò a mostrare me e il mio libretto in una qualsiasi televisione per farmelo comprare.
   E se qualcuno li apprezzasse, in tutto o anche soltanto  in parte,  sento che in qualche modo ne sarei sinceramente compiaciuto e gratificato.                                                                                                                                                                                                           
                                            









martedì 6 ottobre 2015

                     LE  MANIFESTAZIONI  PER  LA VISITA DI HITLER

  Quando doveva arrivare Hitler a Roma, si diffuse nel mio paese molto entusiasmo fra i fascisti, ma anche qualche timore fra coloro che fascisti non erano, e anche qualche sordo risentimento fra coloro che avevano combattuto nel  ’15 – ’18, cioè quelli che io sentivo ancora raccontare nelle barberie la vita in trincea e le battaglie della Conca di Plezzo, del Monte Nero, di Caporetto e del Piave.
   L’entusiasmo era sollecitato dalla propaganda radiofonica e da quella sui giornali con  titoloni a otto colonne, che gridavano l’annuncio dell’arrivo del grande Alleato dell’Italia, quasi si fosse in attesa dell’arrivo di un messia.
   Ricordo che i fascisti locali, specialmente il segretario e i componenti del direttorio del fascio, si davano un gran daffare per organizzare la partecipazione delle camicie nere e delle donne in costume alla manifestazione a Roma  in onore del Fuhrer.
   Molte erano le donne in subbuglio, non perché animate dallo spirito fascista, ma perché solleticate dal poter apparire vestite nei costumi ottocenteschi del nostro paese, così ricchi di motivi ornamentali e di colori sgargianti. Alcune vennero anche da mia nonna materna per avere un lussuoso vestito in raso, che essa custodiva gelosamente in una cassa di legno.
   La mattina in cui ci doveva essere la manifestazione a Roma, ci fu una grande adunata in piazza, sia delle camicie nere e delle giovani italiane, tutti in divisa, sia delle donne, tutte  in costume. Partirono tutti in un tripudio di inni, di gagliardetti, di entusiasmi, mi pare su dei camion, se ricordo bene.
   La sera, quando tornarono, nel paese sembrava festa; ma a casa mio padre andava dicendo: E’ tutta una carnevalata! E’ tutta una carnevalata! Ed io mi sentivo in disagio per questo, perché mi piaceva la gente in tripudio e non capivo perché in mio padre ci fosse quella sorda disapprovazione; ed ero disorientato nei sentimenti da seguire.
   Ero ragazzo,  non potevo capire i giudizi negativi espressi nascostamente da mio padre, come dopo qualche giorno non potevo capire quando si mormorò che due giorni prima dell’arrivo di Hitler erano stati messi provvisoriamente in carcere alcuni vecchi comunisti di Monterotondo, per prevenire qualche loro manifestazione o attentato nella stazione. Rimanevo interdetto, perché io  ero troppo ragazzo per sapere che il popolo di Monterotondo era irriducibilmente antifascista, anche allora che il Duce poteva vantare il trionfo del suo impero di Etiopia.
  Dopo questi avvenimenti, ricordo che un certo tempo dopo qualche cosa mi turbò, senza che ne potessi capire una ragione. Dalla finestra di casa vidi la guardia che chiedeva i documenti ai girovaghi di un circo per verificare se fossero per caso ebrei. Infatti si diffuse subito la voce che i fascisti cercavano gli ebrei per espellerli dall’Italia. Era la prima volta che sentivo parlare degli ebrei e non sapevo immaginare se fossero delinquenti. Però si parlava di razza ebraica e di problema della razza.
   Di questo problema della razza, allora  mi ricordavo che qualche tempo prima avevo letto sul giornale esortazioni  agli italiani in Abissinia di astenersi di avere rapporti con le donne abissine e raccomandazioni per la conservazione della purezza della razza.
  Ora però sentivo che quello degli ebrei era un problema molto più grave, per cui anche la guardia comunale era chiamata ad accertarsi se i forestieri giunti in paese fossero o no degli ebrei. Si diceva allora dalla gente che c’era un indizio da verificare, e cioè se il cognome loro fosse il nome di un luogo, specialmente di una città, poiché gli ebrei avevano tutti per cognome il nome di un paese o di una città; ma certamente questa era un’idea strampalata, messa in giro da gente ignorante.

   

martedì 8 settembre 2015

                                                     FERRAGOSTO  
              Ogni anno, ad agosto, è così. Mi rivedo prima della guerra, allora ragazzino, davanti casa mia in paese, guardare mio zio fuori dalla sua bottega di falegname, che augurava ai passanti il Buon Ferragosto. Lo guardavo proprio perché non riuscivo a capire che cosa fosse quel “ferragosto”, tanto più che non era un giorno festivo.
                   Lo augurava anche Marcello con i suoi bigliettini inseriti la mattina sotto la porta di ogni casa, con sopra stampato “Il Postino augura Buon Ferragosto”. Infatti Marcello, con i suoi bigliettini che faceva stampare per tempo, augurava anche il Buon Natale e la Buona Pasqua, che erano giorni di festa. Ma il “ferragosto” non era un giorno festivo, era semplicemente il primo giorno di agosto.
                  A me non interessava però l’avvenimento, la ricorrenza più o meno significativa. Quello che mi tormentava era il significato di quella parola “Ferragosto”, così strana, che non riuscivo a venirne a capo a causa di quel misterioso “ferra” unito curiosamente ad “agosto” e che mi suggeriva qualcosa di collegato col ferro, con qualche azione che richiamasse qualche “ferratura”, anche se non riguardante propriamente i fabbri.
                    Ne venni a capo in seguito, ben dopo la guerra, ormai da grande, dopo che avevo studiato storia e latino, anche perché non mi ero accontentato delle definizioni striminzite del mio vocabolario, quando me n’ero comprato uno. E certamente non potevo avere a disposizione un’ enciclopedia.
                  Allora, però, nessuno più augurava il “Buon Ferragosto” il primo di agosto, ma lo faceva il giorno quindici, cioè il giorno dell’Assunta. M’incuriosiva allora il fatto che la gente affluisse o defluisse dalle chiese affollate augurandosi vicendevolmente il “Buon Ferragosto” anziché, mettiamo, “Buona Festa dell’Assunta”. Mi colpiva ancora la stranezza di come per più di duemila anni la gente si era scambiata gli auguri per le “Feriae Augusti”, anche nei venti secoli di cristianesimo, e poi con un cambiamento repentino nel corso di pochi anni, se li era scambiati invece nel giorno dell’Assunta.
                   Ora tante chiese sono vuote anche nel giorno dell’Assunta, eppure la gente continua a scambiarsi gli auguri con il “Buon Ferragosto” così come ha sempre fatto nel passato, solo che lo fa il giorno quindici e non più all’inizio del mese, come al tempo di Augusto e come al tempo degli anni Trenta del secolo scorso. Nei duemila anni sono cambiati i sentimenti religiosi, che apparentemente sembrano quelli più profondi, e con essi sono cambiati i giorni degli auguri; ma non è cambiato l’uso di augurare il “Buone Vacanze”, il “Buon Ferragosto”, in quanto espressione di sentimenti legati al bene diretto e personale del godimento concreto dei benefici del riposo, delle vacanze e del turismo agostano.
                  Ho sempre più l’impressione che la gente abbia dato valore più ai benefici materiali che gli potessero pervenire dal presente, che non a quelli aleatori delle promesse religiose, anche quando poteva sembrare che le manifestazioni rituali paressero dire il contrario. 




lunedì 31 agosto 2015

Dal mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI  edito da SIMPLE  pubblico qui di seguito le prime due composizioni.

                QUESTO  MONDO

Questo è il mondo.
Verso questo mondo
Avrei voglia di urlare  ed inveire.

Mondo in cui la gente
Corre dietro  segnacoli e vessilli,
Scanna  e si scanna
Sol che vi siano simboli e sigilli.

Mondo fatto di servi,
D’ipocriti, di furbi, di padroni,
Di ladri e di spergiuri
Protesi tutti a spremere minchioni.

Mondo balordo fatto di congreghe
Che un proprio dio si foggiano per spingere
Credule folle a stolide tragedie.

In questi miei versi questo mondo
Non posso che deridere e schernire,
Per sfogare l’interno mio furore                  
E non rodermi dentro
Urlare ed inveire.                
              


               L’UOMO

Spesso si dice che l’uomo è uomo
E che vale ben più d’una bestia.
Ed io dico che ciò è vero, giacché
Uomini-agnelli ci sono, uomini-lupi,           
Uomini-cani ed uomini-porci,
Uomini-vermi ed uomini-iene.                             
L’uomo è ben più di tutti gli animali,
Perché in sé tutte le bestie contiene
Ed è più bestia di cento bestie insieme.














venerdì 31 luglio 2015

            FRUTTA  E… TECNICA
   Sono stato al mercatino dei coltivatori. Ora ho sul tavolo alcuni cestini di frutta raccolta a pochi chilometri dal luogo di consumo. Frutta di colori vivi e morbidi, soprattutto di aromi sottili come li sentivo nel mio campo, quando coglievo le pesche vellutate quali il Trionfo, innestate da mio padre su portainnesti di mandorli.
   Colori, sapori, morbidezza, aromi che mi richiamano sensazioni e che mi offrono motivi per considerazioni, raffronti, sentimenti, idee, tutti insieme confusi nell’animo, ma progressivamente sempre chiari nella mente.
   Altri tempi, altre stagioni, ma soprattutto altri mesi. Già, altri mesi. Ricordo che quando fu proclamata la Repubblica, noi cogliemmo gli ultimi quintali di cerase, che dal campo io riportai con i bigonci caricati sull’asino in paese, per essere vendute ai bagarini, che nella notte le avrebbero portate a vendere a Roma con i carretti. Erano gli ultimi quintali di “Ravenne tardive”, giacché le altre varietà precoci erano state raccolte giorni prima.
  Ricordo che in uno degli anni Sessanta, mia madre mi lasciò una pianta intera carica di cerase “Ravenna tardive” nell’ultima settimana di giugno, quando la raccolta era stata già termina almeno da quindici giorni, perché io ne potessi mangiare, tornando in vacanza nel mio paese; molte erano cadute per eccessiva maturazione, ma molte altre io e mia moglie le mangiammo dolcissime e fragranti.
   Altre stagioni, altre varietà. E oggi, ventisette luglio, ho davanti a me le cerase: le “Ferrovia”, i “Duroni”, ecc. Qualche anno fa, a Ravenna, ebbi un soprassalto, quando al mercatino dei coltivatori vidi in vendita, ad agosto inoltrato, sportine di albicocche freschissime. Strano. Quando facevo il contadino, le albicocche si raccoglievano a giugno e ai primi di luglio, se non sbaglio.
   Strano! Ma oggi niente è più strano. Non basta la globalizzazione dei mercati. Interviene nell’agricoltura la biotecnologia. Ricordo che i carciofi allora si raccoglievano a maggio tra i filari delle vigne, saporitissimi e profumati di sole, ma ora si raccolgono a febbraio, teneri e grossi quasi come meloncini, ma scialbi. Ricordo che l’uva si cominciava a mangiare nel mese di settembre, ma ora già si vede sul mercato a luglio e abbiamo i pomodori tutto l’anno fatti crescere e maturare nelle serre al calore delle fiammelle di gas.
   Ricordo che mio padre ricorreva agli innesti per avere varietà di frutti più belli, più buoni e più redditizi. Ora con le nuove tecniche gli agricoltori ottengono pesche colorite, rosse già allo stato acerbo, sicché quando si comprano, invece di mangiarle, ci si potrebbe giocare alle bocce. I mercati hanno rifiutato varietà di pesche profumate e meravigliose a causa della delicatezza della buccia, soggetta a facili ammaccature; le hanno sostituite con varietà la cui buccia sembra cuoio al morso e alla masticazione. Io che ero abituato a mangiare ogni frutta con la buccia, appena staccata dai rami, non ne posso più di queste bucce coriacee che non riesco a deglutire. 
   D’altra parte gli acquirenti, generalmente, non chiedono più l’acquisto di varietà specifiche di questa o quella frutta, tanto che spesso indicano ogni frutto  solo col suo nome generico: la pesca (non la pesca Nettarina o la pesca Uccello Rosso) la ciliegia (non la ciliegia Ravenna o Vignola) la mela (non la mela Rosa o Limoncella o Deliziosa).  Hanno perso il gusto delle particolarità del frutto con piccoli difetti ma esposto al sole e ricco di sapori, per cui richiedono invece frutti con belle forme e colori vistosi, frutti levigati come gli oggetti usciti dalle fabbriche, perché ormai hanno perso il piacere delle particolarità ed anche delle imperfezioni della natura, e sono attratti dalla regolarità artefatta delle cose uscite di fabbrica, tutte della stessa grandezza, tutte della stessa forma e colore, come se fossero palline colorate o tappi o bottiglie anziché cose naturali da mangiare.

  Comunque questo non pare un problema, poiché l’aspetto economico è quello più importante per chi vende e per chi acquista. Dietro l’aspetto economico ci sono altri aspetti non meno importanti nella dimensione culturale; ma di questa dimensione in un mondo materialista e massificato pare che a nessuno realmente interessi.

sabato 11 luglio 2015


            SCUOLA E…SCUOLA DI MASSA
    C’erano scuole elementari quasi dovunque allora, negli anni Trenta e Quaranta, quando io ero ancora ragazzo e  poi ventenne. Ma nel mio paese c’erano solo scuole elementari. Per il ginnasio e altre scuole bisognava recarsi ad almeno venticinque chilometri, con l’autobus che partiva al mattino presto e poi tornava la sera tardi, oppure con un carretto o una bicicletta.
   Studiavano solo alcuni agiati in pensionati familiari; e solo qualcuno arrivava alla laurea. Alcuni fingevano di avere la vocazione religiosa per studiare nei conventi, conseguire un diploma, una carta su cui contare per un mestiere comodo e poi buttare la tonaca.
   Tra i molti che non potevano proseguire la frequenza scolastica, solo chi aveva sete di sapere leggeva libri. Io che non avevo potuto studiare mettevo anche un solo soldo da parte per comprarmi dei libri. Finita la guerra, poi, con i partiti di sinistra noi ci nutrivamo di ideali di libertà e di giustizia, di uguaglianza sociale. Aspiravamo alla frequenza della scuola, perché volevamo il diritto all’istruzione per tutti.  E la scuola e l’università davvero furono date a tutti. In seguito furono date a tutti anche le biblioteche comunali.
   Ma poi le scuole e le università diventarono solo scuole e università di massa; e le biblioteche si rivelarono solo come fonti d’affari per librai ed editori. Infatti chi ha sete di sapere i libri se li compra da sé, con sacrifici, li vuole disponibili e li custodisce in casa, perché ha bisogno di strutturare le proprie conoscenze e il proprio sapere con i libri a portata di mano, sentiti come fonte di colloqui, di ricerche, di riflessioni e di confronti.
   Oggi possiamo osservare che l’università di massa nonha sfornato solo le eccellenze del sapere ma anche una torma di mediocri, aggrappati al solo valore dei titoli, cioè ad una carta attestante un certo grado di conoscenze, utile per  incorniciarla a un parete e per ottenere un posto nel lavoro. E sono questi mediocri che guardano dall’alto in basso i non laureati, ritenendosi essi posti un grandino più su degli altri nella scala sociale più che in quella del sapere.
    Li ho notati specialmente dentro la piccola burocrazia di provincia, ma non solo, sempre pronti alla domanda: Ma quello è laureato? Già perché essi dividono il mondo nelle due categorie di laureati e non laureati. Pronti ad un sorrisino di compiacimento quando vengono a sapere che qualcuno non ha una laurea.
   Guardano sempre dall’alto in basso i non laureati. Risibili. Non sanno essi, i mediocri, che la scuola e l’università lasciano l’intelligenza di ciascuno per quella che ci è data dalla natura e non l’aumentano di un ette. Non sanno i mediocri che Serao, Mussolini, Sciascia, Mastronardi e tanti altri personaggi erano semplici maestri elementari; che Montale (premio Nobel) era solo un ragioniere, che Quasimodo (premio Nobel) era solo un geometra, che Emilio Salgari aveva solo frequentato un istituto nautico, che D’Annunzio e Croce non erano laureati, che Grazia Deledda (premio Nobel), Trilussa, Franklin, Edison e Marconi erano solo autodidatti ( e questo solo per nominarne alcuni).
    Così il problema della scuola e dell’università di massa diventa un problema grande “come una casa”. Con la conseguente domanda: a che serve l’università se dopo la laurea c’è il rischio del semianalfabetismo di ritorno? Lo dicono De Mauro e tanti altri professori universitari: molti dopo alcuni anni dalla laurea non riescono più a interpretare neanche un articolo.
   Forse occorrerebbe selezionare meglio e pagare molto di più gli insegnanti che nelle scuole, sin da quelle primarie, provvedano veramente ad educare i giovani all’amore per la conoscenza in sé e per sé (dice il Poeta: “Fatti non foste a viver come bruti, Ma per seguir virtute e conoscenza” Inferno- Canto XXVI). E se ciò non fosse possibile, bisognerebbe creare difficoltà di frequenza a coloro che perseguono solo lo scopo di acquisire comunque un pezzo di carta per esercitare un mestiere; perlomeno bisognerebbe tenere comunque lontani dall’insegnamento nelle scuole questi mestieranti   mediocri. 
   Si capisce, lo dico per paradosso. D'altra parte che cosa ci si può aspettare da coloro che, non avendone una propria, si rivestono di una personalità presa in prestito da un abito, da una divisa, da un ruolo, da un titolo? Come non ci si può nobilitare con la semplice acquisizione di un titolo nobiliare così non ci si può nobilitare col conseguimento di una semplice laurea! 
   Lo dico anche con amarezza, nel vedere a che cosa si riduce il sapere in una civiltà di massa, a che cosa si riduce l’uomo quando è messo nelle condizioni di divenire solo uno strumento dello sviluppo tecnologico  e del processo di massificazione culturale.
  

martedì 30 giugno 2015

                               LIBERAZIONE E AMLIRE

   Nell’estate del 1944 non c’erano che macerie e miserie. Ma si respirava un’aria nuova, e dentro di noi c’erano speranze. Contava il futuro, che era al di là della crudeltà del presente.
  Gli alleati l’otto giugno ci avevano liberato; questo contava. Che ci avessero occupato non lo volevamo vedere, anche se gli inglesi con la loro arroganza ce lo buttavano in faccia, abituati com’erano a comandare sulla gente delle loro colonie.
  Ora però c’erano differenze profonde in rapporto ai tedeschi. Questi facevano retate e con la minacce delle armi spianate ci costringevano a seguirli per scavare buche e trincee; e noi ce ne sottraevamo ad ogni costo, col rischio di farci sparare una sventagliata di mauser.
   Gli alleati invece ci reclutavano e proprio perché liberati da loro, noi andavamo col desiderio di collaborare contro i tedeschi per la fine di una guerra atroce.  Con i loro camion venivano in paese, ci caricavano e ci portavano al lavoro. E ci pagavano; con le Amlire però.
    Allora non lo capivamo. Io non avevo ancora diciotto anni ed avevo la quinta elementare. In seguito l’ho capito. Essi stampavano le lire e ci pagavano con i nostri soldi, non con i loro! Ci pagavano col nostro debito. Per questo, alla fine della guerra, ci ritrovammo con la moneta svalutata e molto più poveri. Ci facevano pagare le rovine che ci eravamo procurato con la guerra voluta dal Duce e acclamata dalla gente. Solo che allora noi paesani non lo capivamo e credevamo che lo facessero davvero per il bene nostro. Forse ci piaceva solo di crederlo.
   A me portavano con il camion a Montemaggiore, dalla mattina alla sera, a pulire le scuderie piene di muli e cavalli; e cataste di sacchi di carrube per mangime. Non ricordo con precisione quante amlire ci davano al giorno; una bella paga comunque per quei tempi. Non erano soldi loro.
  Un giorno, nella palazzina dell’ex comando italiano, colpita da qualche bomba e piena di calcinacci, tra tanti libri rovinati e stracciati, ne trovai uno che era rimasto quasi intatto, e me lo portai a casa come fosse una cosa preziosa per me,  che non ne avevo che pochi altri consunti. Era un libro con le poesie di Felice Cavallotti, con il nome e cognome del possessore riportato   sopra un exlibris, forse di un  ex ufficiale di cavalleria o di un veterinario che l’aveva abbandonato l’otto settembre dell’anno prima.
   Altri miei compaesani venivano portati col camion per i lavori sulla ferrovia Roma-Firenze. Mi dicevano che erano obbligati a riempire le buche grosse come pozzi, provocate dalle bombe, con qualsiasi materiale del posto, soprattutto con le traversine scavicchiate e con le matasse dei cavi di rame delle linee elettriche.
  Questo danno che ci  procuravano col mancato recupero di materiale costoso era di facile intuizione e lo capimmo subito: in seguito avremmo dovuto comprare da loro il rame occorrente a caro prezzo. Anche se poi ci aiutarono col loro Piano Marshall. Ma questo avvenne dopo, quando ebbero bisogno di condizionare il nostro voto per le nostre scelte politiche, nel timore che noi votassimo per i partiti socialcomunisti.

   Però eravamo felici, non solo perché ora si combatteva contro i tedeschi e non c’erano più i bombardamenti degli alleati, ma perché parlavamo anche di libertà, cioè di una cosa che ancora non conoscevamo concretamente, ma che ci appariva come promessa di opportunità per un mondo nuovo.