lunedì 4 aprile 2016

                     IL NOSTRO NATALE NEGLI ANNI TRENTA

  Ricordo vagamente  il Natale dei miei anni da ragazzo. Ricordo quelli nelle scuole elementari, perché a noi alunni ci si chiedeva di portare muschio e qualche rametto di pungitopo con le bacche rosse attaccate ai loro cladodi. Per me era una disperazione, perché la mia campagna era tutta assolata e il muschio non riuscivo a trovarlo.
  Ricordo chiaramente che molti, specialmente le donne, andavano alla novena, soprattutto perché c’era qualche frate predicatore. La predica era qualche cosa d’importante, perché era fatta di racconti, di riferimenti, di parole che andavano a toccare gli animi e che incantavano gli ascoltatori. Quasi come in teatro. Che allora non c’era, perché non si respiravano iniziative culturali in quel tempo. E le novene e le prediche in chiesa forse erano il teatro dei poveri e della gente che neanche sapeva leggere un giornale. Insomma nelle sere d’inverno le prediche creavano un immaginario per la fantasia con la magia delle parole e scuotevano emotivamente la gente da quel torpore passivo di cui era fatta la rassegnazione alle disgrazie e alle cattive stagioni che tormentavano i contadini.
  Ricordo però anche i ciocchi nel focolare, la sera messi in un gran fuoco per  Gesù Bambino che scendeva dal camino a riscaldarsi. Si creava così un alone di magia così fascinoso che noi bambini ci credevamo davvero e restavamo in attesa della visione e del miracolo. Chissà se ci credevano anche le nostre mamme, le nostre zie e le nostre nonne riunite insieme e indaffarate per preparare mandorle e ciambelline?
  E ricordo la cena, i giochi e i racconti che avevano il tono delle favole, ma a volte anche di fatti che a noi piccoli incutevano terrore. Era una cena da vigilia, che però si allungava con frutta secca, specie con mandorle, perché mio padre aveva in coltura molti mandorli di diverse varietà. Lo scopo era quello di attendere la mezzanotte per la nascita del Bambinello.
   Per tirarla alla lunga c’erano il gioco della “pilocca” per i più piccoli, con gli spiccioli dentro e noi bendati col pestello in mano. Un gioco che durava  solo poche decine di minuti. Poi però c’erano i racconti, che duravano tanto, quando c’era chi sapeva raccontare.
    Ricordo che mio padre rimaneva estraneo a tutto, seduto al tavolo in mezzo a noi, perché era immerso nella lettura della Divina Commedia, tanto che bisognava chiamarlo per scuoterlo e fargli ascoltare ciò che si diceva in quel momento. Non ho mai capito come facesse ad estraniarsi da tutto quel chiacchiericcio, che lui non apprezzava affatto.
   Poi, dopo la scuola elementare, andavo con le pecore. E non c’erano più Natale né Pasqua, né Capodanno. Passavo le feste in campagna, poi la sera, anche a Natale e a Pasqua cominciai anch’io a leggere come mio padre, ma non sapevo concentrarmi se non c’era silenzio. Poi cominciai a studiare da solo e, allora, ero contento quando tutti andavano alle novene e io restavo da solo.
Studiavo e leggevo per ore ed ore. E non mi veniva sonno, anzi, per distrarmi qualche momento, mi divertivo a leggere certe pagine di un’antologia, specialmente qualche brano del Folengo, o mi mettevo a risolvere qualche problema di matematica come fosse un rebus o rompicapo.
  Ma  mi rammaricavo e mi angosciavo, quando sentivo gruppi di coetanei che si divertivano e cantavano in coro i canti popolari, passando anche sotto le finestre di casa mia. Avrei voluto essere con loro. Ma la mia determinazione per studiare era più forte.

   Mi sono rimasti dentro quei canti, assieme ai rammarichi e alle angosce nell’ essere inchiodato sui libri anche mentre mangiavo, tutte le sere, anche in quelle di festa. Volevo leggere e studiare ad ogni costo, sfruttando qualsiasi momento libero che mi potevo concedere. 

mercoledì 23 marzo 2016

                          ACQUA  E  IGIENE NEGLI ANNI TRENTA 

   Nel nostro paese eravamo fortunati per l’acqua. Allora, negli anni Trenta e Quaranta, non conoscevo le condizioni di altri luoghi e altre popolazioni per l’acqua corrente, ma forse pochi le avevano così floride.
   Noi invece avevamo cinque fontane da cui attingere acqua ed un lavatoio pubblico con tre vasche per insaponare i panni, ripassarli e risciacquarli. Nelle fontane c’era sempre un andirivieni di donne con le conche di rame piene sulla testa, che portavano acqua in casa.
   In casa il posto della conca con l’acqua era nell’acquaio, cioè “a ‘nnu sciacquaturu”. E nella conca, o appeso vicino, sul muro, c’era “u sotellu”, cioè il ramaiolo, con cui ognuno beveva a suo piacimento, senza bisogno di bicchieri.
  Si lesinava su tutto, anche perché c’era davvero poco. A cominciare dalla casa. I più poveri avevano un’unica stanza, la stessa per vivere, per mangiare, per dormire, anche con sette e otto figli. Ed allora di figli se ne facevano molti, a parte la “battaglia demografica” del Duce, e ne morivano anche tanti; una donna ne aveva avuti una ventina, ma gliene erano morti dodici o tredici. Quelli che stavano meglio avevano due stanze, di cui una usata per cucina e pranzo. Solo alcuni avevano più di due stanze per la propria abitazione.
   Comunque in nessuna casa c’era il bagno, cioè non c’era il cesso. Perché non c’era l’acqua corrente, anche se  nella parte nuova del paese c’erano gli scoli per l’acqua piovana. C’era invece un secchio sotto l’acquaio per la raccolta dell’acqua usata, che spesso veniva buttata per la strada. E c’erano invece i “rinali” sotto i letti, cioè i vasi da notte, e il bacile per lavarsi la faccia e le mani. Ma non tutti si lavavano. In verità molti letti erano fatti di tavole con sopra  pagliericci riempiti con le brattee del granturco. Il secchio sotto l’acquaio consentiva il recupero della sciacquatura dei piatti, che veniva riciclata per il beverone dei maiali, custoditi nei “fratticci”; erano molte le famiglie che allevavano un proprio maiale e lo custodivano in un proprio “fratticciu”.
  La pulizia personale era un bel problema, che però proprio non si poneva affatto come problema. Pareva del tutto naturale lavarsi solo la faccia e qualche volta, ma solo qualche volta, anche tutto il corpo, con la “bagnarola” in mezzo a una stanza.
  Che non fosse un problema era un’idea che veniva da lontano, forse dal medioevo. Forse da certe prediche, di cui ancora si sentiva l’eco.  Perché bisognava curarsi l’anima e non il corpo, che era fonte di peccato, specialmente se si faceva il bagno. Come anche era fonte di peccato il corpo delle donne, che andava coperto sino al capo, ornato con fazzoletti legati sotto al mento come ancora si vedono nei quadri delle Madonne, ed oggi anche in molte delle islamiche immigrate.
  Ricordo che un vecchio prete, verso il 1960, mi diceva che il sapone era uno strumento del diavolo. E ricordo un vecchio del mio paese che si vantava di lavarsi la faccia ogni settimana, perché gliela lavava il barbiere col pennello facendogli la barba.
    Ed erano normali i pidocchi delle bambine e le pulci e le cimici nei letti. Oggi sembra incredibile. Anzi penso che per i giovani di oggi queste cose siano proprio incredibili; e non possono immaginare di vedere  mamme spidocchiare i capelli delle figlie e schiacciare i pidocchi fra le unghie dei pollici anche nelle strade, come era comune allora e come era naturale per noi ragazzi.
   La pulizia personale non era un problema, come invece era per gli antichi romani, che non potevano vivere senza il bagno quotidiano. E come è per gli islamici, per i quali l’abluzione del corpo è purificazione rituale obbligatoria, sia nella forma di abluzione minore che in quella di abluzione maggiore, cioè con il bagno completo.
  C’era anche da noi una specie di “abluzione rituale”, ma riguardava la casa e si svolgeva con le cosiddette “pulizie” di Pasqua. Infatti a Pasqua le donne pulivano le case a fondo e le più giovani spiccavano i rami dalle pareti della cucina, li portavano nella strada vicino le fontane e li lucidavano con la pozzolana, sicché per asciugarli ne facevano spettacolo  per tutto il giorno, anche per mostrare una certa loro agiatezza nei confronti dei meno agiati e dei più poveri. Il mondo allora era fatto anche di queste miserie; ma in fondo oggi non è cambiato, perché si mostrano auto, orologi ed altro ancora con lo stesso sentimento d’allora per i rami.
  L’igiene però non riguardava solo strettamente le persone e specialmente i bambini mandati in giro a giocare per la strada col sederino nudo sotto gli abitini comuni sia per maschi che per le femminucce, per cui era normale che avessero le pancine infestate dai vermi e ne morissero tanti per le infezioni.
   L’igiene riguardava anche le bestie, cioè le galline, i somari, i cavalli, i buoi, ecc. custoditi nelle stalle accanto alle case, con il relativo letame e le mosche, i tafani ed anche le zecche e le pulci dei cani e dei gatti. Per questo di tanto in tanto usciva qualche ordinanza per l’ allontanamento delle bestie dalle case, ma restavano sempre disattese, proprio come le gride manzoniane. Anche quando furono costruiti nei “Carpini” le “cascine” per le vacche” e i “fratticci” per i porci, per qualche asino e per le galline. Fino a che sono venuti i trattori e sono scomparsi gli asini e i buoi e pure le galline.

   Però io non sono affatto convinto che le macchine siano più pulite delle bestie: certamente non sono ecologiche come gli animali.

venerdì 4 marzo 2016

Pubblico qui la poesia Marzo tratta dal mio "POESIE PER LA SCUOLA"
edito da Youcanprint
        MARZO

O Marzo,
Ti dicono pazzo
Perché il tuo viso
Fatto di cielo e di nuvole
Ora s’imbroncia,
Ora ha un sorriso.

Ma io so che mi porti
Un cielo sereno che svaria,
Tante rondini,
Tanti fiori che sbocciano
E profumano l’aria.

Perciò ti voglio bene,
O Marzo,
E ti sorrido allegro
Come sei tu
Un po’ pazzo di gioia.

domenica 21 febbraio 2016

                                            LUCREZIO

   Non di rado la parola atomo mi richiama alla mente Lucrezio. Non Epicuro, Democrito, Leucippo, ma proprio Lucrezio. Perché di questi altri filosofi atomisti ebbi notizie dopo,  quando cominciai a studiare la storia della filosofia per prepararmi all’abilitazione magistrale.
   Lucrezio invece l’avevo letto in parte, senza capire che ben poco del suo discorso filosofico. D’altra parte  l’avevo comprato scorrendo il catalogo di Sonzogno: non so con quale criterio scelsi il suo  “Della natura delle cose”  assieme a “Le nove muse” di Erodoto, a  “Le vite degli uomini illustri” di Plutarco, pubblicati  nella Biblioteca Classica Economica.
   Li avevo comprati a mezzo conto corrente postale con la miseria dei miei risparmi, privandomi di ogni pur piccola spesa voluttuaria, per leggerli al pascolo con le pecore o la sera dopo cena, come faceva mio padre con la “Divina Commedia” e con “Orlando furioso”.
   Li avevo comprati forse all’inizio della seconda guerra mondiale, perché volevo studiare, anche se non potevo andare alle scuole di Roma o di Tivoli, dove bisognava sostenere le spese per  un collegio o un alloggio in pensione. Compravo libri, ma  non sapevo neanche come e che cosa si dovesse studiare. Per questo poi mi sono abituato a leggere più  i testi che i manuali: un gran numero di libri, specialmente di autore classici, poi anche libri di saggi, fra cui non pochi  di filosofia.
   Dunque, quasi ogni volta che mi capita, la parola  atomo mi richiama  Lucrezio per quel libro. Ma Lucrezio mi richiama anche mio cugino che allora si faceva frate e studiava in seminario. Il padre l’aveva mandato in un convento di frati, ma solo per il tempo necessario per conseguire un titolo di studio, non per farne un uomo di chiesa. Era quello il modo usato in quel tempo da alcuni paesani che avevano l’ambizione di far studiare i figli senza averne le condizioni economiche sufficienti per sostenere le spese del collegio o di pensionato presso qualche famiglia a Roma o a Tivoli, dove erano le scuole oltre le elementari.
   Ma poi, nella vita conventuale, mio cugino sentì la vocazione per la vita religiosa e, per quanto suo padre cercasse di distoglierlo, si confermò sempre più nella sua volontà sacerdotale, sia proseguendone gli studi sia acquisendone la solita mentalità illiberale e intollerante.
   Un giorno che era tornato a salutare la nostra nonna materna, cui eravamo davvero ambedue affezionati, conversammo un po’, anche perché sapeva che io avrei voluto studiare e che leggevo dei libri. S’interessò soprattutto a ciò che io andavo leggendo, tanto più che egli oltre a frequentare il liceo, era più grande di me di alcuni anni e sentiva la capacità di guidarmi.
  Quando seppe che stavo leggendo Lucrezio, come vero frate, cercò subito di persuadermi a non leggerlo, poi, vedendo la mia determinazione, assunse il piglio proibitivo, quasi ancora si stesse ai tempi dell’inquisizione. Poi stranamente non me ne parlò più, e la sera se ne ripartì per il convento come era già stabilito.
   Qualche giorno dopo io ripresi in mano il mio Lucrezio tradotto in versi sciolti dal  matematico e poeta seicentesco Alessandro Marchetti, ma notai subito che qualche cosa non era più come prima. Lo sfogliai qua e là e finalmente  vidi che erano state tagliate ed asportate una quindicina di pagine. Lessi quanto c’era prima nelle pagine precedenti al taglio e poi quanto in quelle seguenti e mi resi conto con raccapriccio, che erano state tolte tutte le pagine in cui Lucrezio trattava della mortalità dell’anima.
  Capii tutto e la rabbia mi fece male di dentro, prendendomela con tutto l’oscurantismo pretesco e fratesco, ma specialmente con mio cugino:  se l’avessi avuto vicino come minimo gli avrei strappato tutta la tonaca, anzi l’avrei menato. Tanta era la mia rabbia. Si può anche tentare d’imporre le proprie idee, ma non si può rovinare un libro. Questo è intollerabile.
   Tuttavia, passati alcuni anni e ricompratomi il De rerum natura, non solo mi passò la rabbia e non solo mio cugino dimenticò l’episodio, ma tornammo amici, anzi lui poi mi aiutò procurandomi l’ospitalità del suo convento nel periodo per i miei esami da privatista per l’abilitazione magistrale. E di questo gliene sono sempre grato. Anche se non ho mai dimenticato lo strappo di quel libro per me prezioso come tutti i libri, anche se in edizione poverissima.




martedì 9 febbraio 2016

          VECCHIE  E NUOVE TECNICHE DI PRODUZIONE

   Guardo la televisione e sono sbalordito. Si vedono nuovi modi di coltivare e di produrre. Non so che  cosa  pensare e immaginare per l’avvenire.  Il vecchio lavoro dei campi è solo residuale, sparisce con i vecchi contadini che se ne vanno anno dopo anno. Il nuovo lavoro dei campi è quello di un’agricoltura sempre più tecnologica. Le colture idroponiche sono forse solo avvisaglie di applicazioni scientifiche sempre più avanzate. Le coltivazioni possono addirittura fare a meno delle campagne.
   L’agricoltura si è industrializzata.  Le innovazioni impiegate sono sempre più avanzate, con metodi e strumenti che noi vecchi non possiamo immaginare, perché sono studiati anche in prospettiva aerospaziale, non solo per il terreno dove poggiamo i piedi. A leggerne, ci appaiono così spettacolari che non si può che restare incantati.
  Già, perché io mi rivedo da ragazzino a guardare una decina di cavalli che, tenuti con lunghe funi  da un uomo al centro, giravano sull’aia a pestare con gli zoccoli le fave da trebbiare. E mi rivedo poi più grande, proprio come un’infinità di contadini, faticare un mondo per falciare l’erba e farne fieno, a mietere il grano con u surricchju (falcetto)  e le cannelle (pezzi di canna in cui infilare le dita della mano sinistra per proteggerle da tagli per incauti movimenti del surricchju con la destra) e le cupelle ( contenitori in legno a forma di bariletti di due o tre litri per mantenere l’acqua o il vino freschi per quanto possibile, comunque per evitare la fragilità del vetro delle bottiglie e dei fiaschi). 
  Mi rivedo anche a vangare il terreno, poi con la zappa a fare le cofe (piccole buche in cui porre a dimora alcuni semi di fagioli, di ceci o d’altro) poi ancora a zappare le piantine di fagioli e di granturco (zzappa’ i facioli e ‘o randurcu) poi ancora  a rincalzare le piantine ormai cresciute (rengasola’ i facioli e ‘o randurcu) e poi ancora, al raccolto, mi rivedo sull’aia improvvisata e provvisoria a battere i fagioli col correggiato (a bbatte i facioli co’ u mazzafrustu) e poi ancora a ventilarli (congialli) per pulirli dai residui dei baccelli secchi che il vento accumulava a bordo dell’aia.
   Certo, allora si coltivavano campi caratterizzati dalla piccola proprietà contadina, in cui è tuttora difficile introdurre metodi di coltivazione  appartenenti a  quel processo di industrializzazione adeguato ad estensioni ragguardevoli di terreni, d’altra parte non facilmente applicabile anche perché variamente accidentati.
   Ripenso anche alle galline che allora facevano parte integrante della nostra economia autarchica su cui si basava la vita familiare. Per la produzione delle uova bisognava aspettare il nuovo tepore primaverile, per poi esporle trionfalmente sulla tavola pasquale. E per i polli (i pollastri) dovevamo aspettare  che le galline si facessero chiocce per la cova come in “Valentino” del Pascoli:          
            Poi le Galline chiocciarono, e venne
              Marzo, e tu, magro contadinello,
              restasti a mezzo, così con le penne,
              ma nudi i piedi, come un uccello.
   Ora invece le galline sono allevate in capannoni illuminati e depongono le uova ogni giorno, anche duecento l’anno; e i pulcini vengono fatti nascere  senza le chiocce, con le incubatrici. Noi contadini allora lo vedemmo fare le prime volte nel convento dei Passionisti, ed eravamo meravigliati come davanti ad un’opera di magia.
  Ne abbiamo viste, però, poi tante altre. Ed ora, quando entro in un supermercato, rimango sempre un po’ dubbioso, sempre un po’ spaesato, come se improvvisamente e contemporaneamente mi trovassi in luoghi diversi e che stanno agli antipodi del mondo.
   Perché come settanta anni fa, ancora mi aspetto di trovare erbe e frutti di stagione, e invece trovo che nel supermercato le stagioni sono scomparse, perché in ogni giorno dell’anno trovo frutta e verdura di differenti stagioni, di ogni genere e di ogni provenienza: trovo insieme cocomeri, arance, uva e carciofi.    
   Perché nei campi non ci sono più né u mazzafrusto,u sappo’ (zappa) né a jocca pe cova’ l’ova (la chioccia per covare le uova) ma c’è ovunque l’industria con le nuove tecniche sbalorditive, che sembra facciano miracoli, ma che, secondo me, alterano e manipolano la natura e che a lungo andare forse snaturano e fanno male anche all’uomo.


venerdì 29 gennaio 2016

                                       I PROMESSI SPOSI   
   E’ sempre una sensazione, anche per una parola sentita o letta, che stimola un ricordo a riaffiorare dapprima come dentro una nebbiosità indistinta, poi sempre più nitido nei suoi particolari, fino a colorarsi di nuovi sentimenti, che a volte ci scuotono il cuore.
  Così, improvviso, m’è ritornato in mente quel novenario con cui comincia il racconto del Manzoni “Quel ramo del lago di Como…” e quindi la musicalità di molti brani di quel romanzo, in cui risuonano frequenti i ritmi di versi di varia misura .
   Davvero una grande opera letteraria. Da cui io ho imparato a scrivere molto di quel che so. Immiserita però nell’insegnamento di tanti, di troppi insegnanti nelle scuole del nostro paese. Che arrivarono persino, nei decenni scorsi, a chiederne l’espunzione dai programmi scolastici, dietro la speciosa proposta di sostituirlo con opere di autori più “nuovi”, novecenteschi.
  Non bastava ad essi di espungerlo dall’animo dei loro studenti con l’aridità e la noia delle loro lezioni, ne chiedevano addirittura l’espunzione dai programmi così da privarne altri studenti, che avevano la fortuna di avere quei pochi insegnanti che sapevano guidarli al godimento, al piacere, di leggerne pagine e pagine ed anche tutta l’opera.
  Con la noia di tante lezioni su annotazioni grammaticali e retoriche, per forza gli studenti leggevano un libro morto, ammazzato, e se ne allontanavano senza più mai sfogliare quelle pagine ormai impacchettate dentro un pregiudizio.
    In verità, capitò anche a me di buttare via quel libro per la noia che mi prese nel leggerne le prime pagine, specialmente quelle che si dilungavano nel riportare le gride. Ma io lo leggevo da ragazzo in campagna, in mezzo alle pecore al pascolo.    
  Infatti con i miei miseri risparmi (non mi compravo neanche un gelato alla festa patronale) ero riuscito a comprarmi a mezzo posta cinque libri dell’editrice Lucchi di Milano, fra cui, appunto, I Promessi Sposi e Mimì Bluette di Guido da Verona, allora autore celebrato e in edizione curata da Gian Dàuli: li ricordo come se ce li avessi ancora tra le mani!   
    Li avevo ricevuti dal postino e, il giorno dopo, trepidante, me li ero portati con le pecore. Mi rivedo al pascolo nel campo di “Pijtrucciu ‘e Davide”, appena oltre il Fosso degli Impiccati, che leggevo le prime pagine dei “Promessi sposi” accucciato all’ombra di un pero (in quel campo c’erano solo due o tre peri, che facevano un po’ d’ombra nelle giornate estive).
  E mi prendeva delusione e noia, alla lettura di quelle che mi parevano inutili descrizioni e digressioni che si dilungavano nella narrazione. E dopo varie pagine, lo richiusi e lo misi da parte, per sfogliare altri libri. Ma allora avevo si e no sedici anni e non ero andato oltre la quinta elementare.
  In quel tempo leggevo anche il giornale e i libri di mio padre, La Gerusalemme liberata  e  Orlando furioso, mandandone a memoria vari stralci, imitando mio padre che li aveva mandati a memoria in gran parte, assieme a diversi canti della Divina Commedia.
  Poi con altri piccoli risparmi, a mezzo posta comprai alcuni classici della Sonzogno di Milano e mi feci anche comprare a Roma il dizionario del Palazzi. Volevo studiare da solo e non sapevo come fare, poiché non potevo frequentare alcuna scuola. Intanto avevo acquisito nuove conoscenze occasionali con le varie letture, anche se confuse e senza ordine. 
 Qualche anno dopo ripresi la lettura dei Promessi sposi; mi piacque di leggerlo sin dal principio. Allora decisi di proseguire a leggere qualunque cosa mi fosse possibile e di studiare da solo il latino e il francese, la storia, di leggere i classici, dal Petrarca al Pulci, al Boiardo e ogni altro libro, tutti per intero.  
  Soprattutto mi assunsi l’impegno di leggere almeno una pagina al giorno dei Promessi sposi e del dizionario.  A quest’impegno tenni fede per almeno dieci anni di seguito, anche quando mi capitava di avere la febbre, anche a mezzanotte, dopo aver lavorato per tutto il giorno in campagna. Non trascurai mai un giorno, come i preti col breviario.
  I promessi sposi e il dizionario sono stati davvero i miei maestri di base. Con I promessi sposi ho conversato, ho riso, ho riflettuto. Dei  Promessi sposi  in particolare quasi sempre non leggevo una sola pagina aperta a caso com’era nel mio impegno, ma, preso dal piacere della lettura, ogni volta continuavo a leggerne pagine e pagine, quasi entrando io stesso nella narrazione. In dieci anni lo avrò letto per intero almeno una decina di volte, a dire poco. Anche se intanto leggevo altri libri, che andavo comprando col solito metodo del risparmio di miseri spiccioli.
  E’ vero, imparavo ma soprattutto mi divertivo con i vari personaggi e le varie situazioni, come con il don Abbondio “vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro”, che esclama: “Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! L’arcivescovo me la leverebbe? - Eh! le schioppettate non si danno via come confetti…- ribatteva Perpetua.
  Come con Renzo e i capponi di fronte all’Azzeccagarbugli  e le ambiguità che sorgono nel loro dialogo; o ancora con le figure di donna Prassede e don Ferrante, ecc. Ci sono sprazzi d’ironia, d’umorismo che nessun romanzo italiano, a parte “Piccolo mondo antico” del Fogazzaro, sparge qua e là, anche dove meno te l’aspetti, a rasserenare ed a coinvolgere il lettore, quasi come dice il Tasso nella dedica della Gerusalemme, anche se , secondo il Manzoni, “di amore ce n’è fin troppo e il mondo ha bisogno di altri sentimenti”:
 “Sai che là corre il mondo, ove più versi
 Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
e che ‘l vero condito in molli versi
i più schivi allettando ha persuaso…”.
  Ma nell’insegnamento, spesso I promessi sposi e lo stesso Manzoni sono messi nella gabbia della “provvidenza”, quasi suo sinonimo o metafora. E non si pongono in evidenza l’ironia, l’umorismo, non solo dell’uomo saggio e del letterato, ma anche dell’uomo che è partecipe dello spirito del suo tempo, che non è solo risorgimentale o solo cattolico liberale, ma anche in qualche modo rivoluzionario.
  Nella gabbia della “provvidenza” si fa apparire il Manzoni come uomo di chiesa, quasi un bigotto ripiegato a contemplare la sua fede. E invece non si mette in evidenza la rappresentazione della violenza, dell’ingiustizia e dell’organizzazione  del potere in don Rodrigo e i suoi bravi assieme all’insufficiente vaniloquio delle gride, tanto da parere d’essere in presenza di certi nostri tempi, con le continue leggi per combattere invano le attività delle cosiddette  organizzazioni criminali.
  E’ vero che alla fine del romanzo, nel sentirsi sollevato dalle passate minacce, don Abbondio poi quasi si pente, ma intanto si sfoga dicendo: 
   “E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo piú…. Non lo vedremo piú andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell'albagìa, con quell'aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione”.
     E leggendo, a noi ormai vecchi pare ancora di vedere certa gente al tempo del fascismo, tanto da poter assimilare quella peste alla guerra e alla conseguente liberazione da tanti con quell’albagia, con quell’aria, con quel palo in corpo….
   Ed è vero che il popolano Renzo si tira fuori dalla sommossa, dal disordine sociale, ripudiando ogni violenza, ma il Manzoni pare evocare la rivoluzione francese, le rivendicazioni babuviane e adelfiane, tenendole in simpatia, quando fa pronunciare al mercante  nell’osteria di Gorgonzola con tagliente ironia “… s'era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s'ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati?


venerdì 1 gennaio 2016

                                             STRASCICHI E STRAZI DI GUERRA

  La fine della guerra non fu la fine delle pene e delle disgrazie. Non solo per i nostri ricordi.  Rimasero le rovine e i lutti. Ma anche  le ferite di dentro, le esperienze più brutte e le lacerazioni emotive. In fondo non eravamo più gli stessi di prima della guerra e neanche di prima dell’otto settembre.
  Quando noi tornammo da Monteflavio, vedemmo prima le rovine materiali: qualche casa colpita nel bombardamento, la curva a gomito, quella che noi dicevamo di Cesare Morelli, vicino alla “Fontanella”, saltata per le mine dei tedeschi. Poi cominciammo a conoscere disavventure e disgrazie di molti compaesani.
  Comunque la guerra nel nostro territorio era davvero finita.  Ma continuava nella mente di un mio vicino di casa appena ventenne. Lo scoprimmo quando per la strada  gridava: Bum! Bum! Baang! Beeeng! Era già capitato a molti nella prima guerra mondiale. E non erano guariti, ed erano detti “scemi di guerra”.
  Aveva la mente sconvolta dagli scoppi delle bombe. Nei giorni del passaggio del fronte di guerra era andato a Palombara, e passò per il Ponte di Stazzano, allorché alcuni bombardieri bimotori inglesi del tipo leggero vi sganciarono bombe da due o più quintali per abbattere il ponte  e impedire la ritirata alle truppe tedesche, ma non riuscirono a centrarlo.
  Una di quelle bombe gli scoppiò vicino, fece una buca enorme, e  la terra scavata quasi lo seppellì. Ne uscì vivo, ma con la mente sconvolta. Da quel momento non faceva che ripetere senza sosta: Bum! Bum! Baang! Beeeng!
  I genitori consultarono i migliori neuropsichiatri, lo fecero visitare nelle cliniche più qualificate di Roma, ma continuò a ripetere ovunque si trovasse: Bum! Bum! Baang! Beeeng! Finché lo ricoverarono nel manicomio di Santa Maria della Pietà su Monte Mario.
  Nel ’49 andai a fargli visita assieme al fratello. Ci fecero entrare in una sala grandissima, affollata di malati. Lo trovammo, ci venne incontro e ci salutò. Ci guardò, mi riconobbe e apparve normale, parlammo anche. Poi sottovoce mi disse: Gi’, io lo so che sono diventato matto! Mi venne il gelo a quelle parole. Capii che rivedendomi si era emozionato e per un momento gli era tornata la ragione. Ma fu solo un momento, perché dopo qualche minuto ricominciò: Bum! Bum! Baang! Beeeng!
Tornai a casa sconvolto. Non solo i morti, non solo i campi di concentramento, i feriti e i mutilati. Anche questo poteva volere e significare una guerra.

   Ma la gente dimentica facilmente. Per la gente la guerra è come un temporale. Ha paura  e cerca ripari. Ma appena passati i fulmini e torna il sereno si rimette al lavoro, canta, ride e si diverte. Così alla prima festa, quando ancora si avvertiva nell’aria l’odore e il rumore della guerra, si ricominciò a fare i fuochi pirotecnici. E i colpi dei petardi ritornarono ad essere segni di gioia. Ci si capisce ben poco in questo mondo e con la gente!