venerdì 12 agosto 2016

                                  CI HANNO CAMBIATI.

   E’ cambiato il tempo. E’ cambiato il mondo. Siamo cambiati noi. Anzi ci hanno cambiati. Avevamo bisogno di poco ed ora ci hanno indotti ad avere bisogno di molto, sempre di più, senza accontentarci mai. E non abbiamo più quiete, non abbiamo più pace.
    Io allora ero ragazzo e andavo con le pecore. D’inverno mi bastava un pezzo di pane con un pezzetto di formaggio o  quattro fichi secchi. Non avevo neanche il cappotto, e non morivo di freddo. Guardavo il sole e l’ombra di un albero o di una siepe per sapere l’ora che m’interessava. Se era nuvoloso o pioveva, interpretavo l’ora a seconda dell’intensità della luce del giorno. A nessuno di noi serviva l’orologio.
   Solo una volta mi feci prendere dall’oscurità ancora con le pecore al pascolo, e tornai a  casa che era già notte. Ma pioveva da vari giorni, con ramate di pioggia che si susseguivano secondo le nuvole spinte da folate del vento di ponente; ed io mi riparavo dall’acqua per l’intera giornata accucciandomi e tenendo basso l’ombrello per parare gli scrosci sventagliati di taglio. Senza un tuono o un lampo, perché era di novembre; ed allora i temporali cominciavano sempre di marzo, sempre col “primo tuono di marzo”, come allora si diceva, fino a tutta l’estate.
Poi pioveva, pioveva solamente, durante l’autunno e l’inverno, senza tuoni né lampi.
   Ora è cambiato anche il tempo, tuona sempre, d’estate e d’inverno, e non ci si capisce più niente.  Non si capisce più niente con le stagioni , ma non si capisce più niente neanche con la frutta. D’inverno nei negozi si vendono i pomodori e i carciofi e le zucchine, poi con la primavera e l’estate, trovi le mele e le pere dell’anno prima. C’inducano a comprare sempre primizie, sempre contro stagione.
  Ci hanno indotto sempre più nuovi bisogni; bisogni che allora ci apparivano impensabili. Corriamo guardando l’orologio perché non abbiamo più tempo. E vogliamo tutto subito, sempre più subito, in poche ore vogliamo arrivare in capo al mondo, anche se dopo arrivati non sappiamo più che fare.  
  Allora si comunicava lontano  con le lettere e le cartoline per i saluti, si attendevano le risposte con pazienza e si cantava e si rideva. Ora le persone parlano con i cellulari, si affannano a dire sempre le solite chiacchiere:  sembrano matti che parlano da soli camminando per la strada. Si vuole dire subito tutto e forse non si pensa  neanche a quello che si dice. Ma intanto tutti parlano delle solite chiacchiere banali, che invadono il mondo. E solo pochi sanno stare zitti.
   Allora camminavamo a piedi, e molti non avevano neanche le scarpe buone per camminare. E le gite erano quelle in campagna, o fuori porta, come si diceva a Roma. Solo i maschi che erano partiti per il militare e quelli che un tempo erano emigrati raccontavano di luoghi lontani. Molti, specialmente le donne, vivevano, lavoravano, stavano per tutta la vita lì dove erano nati, senza mai vedere altro posto, neanche un paese vicino, magari per andarci alla fiera.
   Ora tutti vogliono andare in vacanza, tutti corrono per vedere il mondo, anche quelli che non hanno i soldi e fanno prestiti per prendere l’aereo o pagare l’albergo a mille chilometri lontano. E corrono e corrono guardando le strade, i monumenti, i resti delle più antiche civiltà così come si sfogliano e si guardano raccolte di cartoline o come le figure che scorrono sullo schermo  di un televisore standosene seduti a casa. Solo che fanno le foto ad ogni passo con l’ipad  e se le portano a casa solo per far vedere dove sono stati.
  E sono contenti perché hanno visto. Perché poi ricordano solo figure di edifici e di strade; e qualche sensazione, magari di fame, di sete, di stanchezza.  Ora si va per il mondo perché ci hanno indotto anche il bisogno di vedere, di fare turismo, per lo sviluppo culturale, come dicono loro. Sicuramente si sviluppa l’industria turistica; e corrono rivoli e fiumi di soldi. Così la gente ha sempre più l’ansia di correre e non si accorge del tempo che passa.   
   Ricordo i vecchi che si mettevano al sole d’inverno, all’ombra d’estate; ed erano assorti ad ascoltarsi di dentro, perché avevano assaporato il loro tempo, l’avevano vissuto ascoltandolo minuto per minuto nel loro silenzio e nelle loro attività, nelle loro amicizie, nelle loro emozioni, nei loro canti distesi, nei loro momenti di attesa, di silenzi, di dolore e di raccoglimento. Avevano davvero vissuto, perché avevano avuto tempo, senza l’ansia di correre guardando l’orologio.
  A settant’anni sentivano di aver accumulato fatti e sentimenti ed erano stanchi di vivere, sentivano di essersi riempiti della propria esistenza, di quella dei cari e della gente con cui avevano cantato, riso insieme in allegria, lavorato, sofferto in confidenza.

   Noi invece dobbiamo correre, dobbiamo sempre andare di fretta, per arrivare presto, per andare e per tornare. Io non ci capisco più. La vita non può essere una affannosa rincorsa del tempo. Invece potrebbe essere vissuta quasi fermando il tempo dentro di noi, con i nostri pensieri e con le nostre emozioni. Ma hanno inventato una vita in cui il tempo ci sfugge e non lo troviamo più. Perché dobbiamo produrre sempre di più e consumare sempre di più, pagando sempre più tasse. E lo chiamano progresso. Penso che ci abbiano rubato il tempo. E non sappiamo più come fare per vivere un momento di vita allegra e spensierata. Magari senza fretta,  anche se  solo con un pezzo di pane.

giovedì 14 luglio 2016





  Riporto qui di seguito la breve PREMESSA alla mia raccolta VERSI ORTICANTI edito da Youcanprint

                                           PREMESSA
  Per questa mia tematica satirica, ho fatto ricorso al vecchio stornello popolaresco, passando dal modo “a dispetto” a quello epigrammatico. Più semplicemente ho voluto scrivere epigrammi in forma di stornelli, in modo da unire l’efficacia e la rapidità      di una composizione brevissima  all’atmosfera  popolareggiante   di un mio linguaggio, che non vuol essere  né una lingua né un dialetto determinato, ma che, in un certo qual modo, potrebbe dirsi di tipo idiolettico.
  Qui ho raccolto complessivamente 164 stornelli,  scritti negli ultimi anni, disponendoli per quattro in ciascuna pagina. I primi tre stornelli di ogni pagina trattano di un argomento specifico, il quarto invece, quasi come un tormentone che si estende per tutta l’operetta, vuole ironizzare sull’intimismo solipsistico, sul sentimentalismo emotivo e sull’uso di metafore eccessive di troppi poeti, tesi a cogliere un ipotetico lirismo emanato dal solo artificio della parola, slegata spesso anche da quel contesto metrico che è proprio della struttura poetica.






sabato 25 giugno 2016

                            CANNETI  E  VIGNE
  Il territorio del mio paese  è tutto di colline basse, che si succedono ognuna accanto alle altre, come groppe di un branco di pecore che si riparano dal sole canicolare. Tra le une e le altre, le piccole valli hanno una qualche frescura del terreno, più raramente vi scorre qua e là un qualche ruscelletto che in estate inverdisce appena una sinuosa e stretta striscia di terra.
  Proprio in quelle piccole valli, dove il terreno si fa in qualche misura più umido, c’erano i salici e crescevano i canneti, mentre qua e là per le colline venivano coltivate le vigne trionfanti di tralci, che si allungavano come festoni ornati di quel celeste denso che dava ad essi il solfato di rame appena irrorato.
   Nei campi a coltura mista, come erano e sono ancora  quelli del mio paese, ogni contadino aveva la sua vigna, per ricavarne almeno il vino per il suo consumo familiare. E tutti i contadini che possedevano terreni vallivi e più o meno umidi, avevano alberi di salice e canneti, gli uni e gli altri preziosi per il sostegno delle viti.
   La coltivazione delle vigne era allora molto varia, condizionata dalle varietà dei terreni, dalla esposizione solare e dalla posizione più o meno a monte delle colline.  C’erano numerosi campi con viti sostenute da piccoli alberi, specialmente aceri ed ornelli, a volte con “carnevali” che collegavano un albero all’altro con l’aiuto di un filo di ferro che fungeva da tirante .
  E c’erano le viti tirate a “conocchia” (ogni vite era sostenuta da quattro canne disposte a piramide) oppure a filare (ogni vite era sostenuta da due canne incrociate ad ics, che si univano più in alto con quelle delle viti adiacenti in modo da formare quasi una rete). Tutte le viti e  le canne, sia a conocchia sia a filare, erano legate e tenute insieme con legacci di vinchi e di ginestre.
   La lavorazione della vigna era assai laboriosa, a cominciare dalla vangatura, che era il primo lavoro dopo quello della potatura. Si doveva vangare filare per filare, e tagliare la prima corona di radici superficiali di ogni vite con un ronchetto ( u rungittu) che fungeva anche da sterratore per la vanga, quando s’intoppava per il terreno argilloso. Un lavoro pesante e lungo, che però veniva compensato dalla semina e raccolta di fagioli e da piante di carciofi nello spazio tra un filare e l’altro.
  Per la tenuta della vigna era necessario l’impiego delle canne. Dopo la vangatura invernale, bisognava fare la cernita delle canne usate nell’anno precedente, e sostituire quelle ormai fragili con le canne nuove, tagliate dal canneto a gennaio con luna in fase calante. Quindi occorreva piantare ogni canna al posto giusto e provvedere alla legatura con le parti della vite, mediante legacci di vinchio o di ginestra.
   Senza le canne non si potevano tenere le vigne. Ecco perché i contadini avevano nelle valli piante di salici e canneti. Chi non aveva canneti, doveva per forza comprare le canne da chi ne aveva da vendere.
   La coltivazione della canna comune può dare materia preziosa per la trasformazione industriale e la produzione della cellulosa. Ma i contadini fino ad allora non lo sapevano. Per loro era preziosa per le vigne ed anche per il sostegno dei pomodori e dei fagiolini nei campi e negli orti.
  Lo seppero allora, quando c’era l’attacco della fillossera, c’era la crisi del commercio delle uve e dei vini, e c’era la crisi economica, per cui non si trovava più una lira per pagare  le tasse sempre più gravose, giacché di soldi se ne spendevano parecchi in Libia e in Abissinia.
  Lo seppero quando alcuni commercianti forestieri vennero ad offrire prezzi assai convenienti per i rizomi delle canne. Si diffuse subito nel paese un’aria nuova, quasi un po’ di allegria nei visi rugosi e sdentati di tanti contadini resi vecchi anzi tempo per le fatiche e gli stenti della vita: vedevano la possibilità di maneggiare finalmente qualche soldo, che ravvivava le loro speranze.
   E si dettero a cavare i rizomi delle canne, a “cioccare” i canneti, a finirli. Io vidi allora persino camion carichi di rizomi risalire la strada  sterrata di “Sandunicola”, con i contadini che avevano negli occhi un’altra luce, anche se ora avevano saputo che da quei rizomi le industrie avrebbero fabbricato la nitrocellulosa, la polvere da sparo per la produzione di bombe e proiettili in preparazione di una nuova guerra.
   Lo sapevano che dopo la guerra d’Abissinia e la guerra civile spagnola ci sarebbe stata per i loro figli una nuova guerra, cui miravano la “battaglia demografica” e la tassa sul celibato. E sapevano che i rizomi delle canne servivano per i proiettili che avrebbero sparato i loro figli. Ma quei soldi ricavati quasi a buon mercato, quando c’era la crisi del commercio delle uve e del vino, li rendevano più leggeri ed allegri, quasi un po’ felici. Anche se poi, dopo qualche anno, l’avremmo tutti pagata cara.










lunedì 20 giugno 2016

                                      VECCHIE  BARBIERIE  
   Negli anni trenta ancora molti del mio paese portavano cappelli, altri più giovani portavano coppole ed altri cominciavano ad andare in giro senza  copricapo, ma con i capelli pettinati, tirati con la brillantina, a volte con la scriminatura.      Alcuni, fra cui mio padre e mio nonno, portavano ancora i baffi, nessuno si faceva più crescere la barba, fuorché Scialapè, un boaro che aveva fatto la guerra dell’85-88 in Abissinia, e che aveva la barba lunga e bianca e un cappellaccio alto, quasi come quelli che si vedono nelle incisioni ottocentesche di Pinelli.    Pochi allora cominciavano a farsi la barba da soli con le lamette, pochi altri usavano il rasoio, come mio padre, che io vedevo con curiosità affilarlo alla coramella tirata alla maniglia di una finestra.
   C’erano due o tre barbierie allora in paese, e ciascuna svolgeva indirettamente anche un ruolo aggiuntivo, di natura sociale.  Quella che apriva più giorni della settimana era tenuta da appassionati di musica, e fungeva anche da ritrovo per giovani, che si dilettavano  con la chitarra e col mandolino e imparavano a suonarli. 
    L’altra apriva solo il sabato sera e la domenica mattina, per radere barbe di una settimana e tagliare capelli cresciuti di qualche mese. In questa barbieria settimanale, i contadini qualche volta discutevano sui lavori di campagna, sull’andamento stagionale, e sì comunicavano reciproche esperienze, imparando gli uni dagli altri;più spesso,  in quanto reduci, raccontavano i loro fatti della Grande Guerra, e così facevano conoscere e tramandavano le loro memorie della vita in trincea, delle privazioni e dei combattimenti di una quindicina di anni prima.   Io, da ragazzo, ci andavo per farmi fare u carusu, cioè per farmi tagliare i capelli a zero come tutti i ragazzi di quel tempo, per non dare campo ai pidocchi ( le bambine, coi capelli lunghi, venivano spidocchiate dalle mamme in mezzo alla strada). Però vi andavo quasi sempre  per ascoltare i loro discorsi, specialmente quelli di guerra.
   Il locale era a piano terra. Era quadrato e su due pareti consecutive erano collocati tre specchi con a fronte tre poltrone bianche con testiera; sui lati opposti vi erano collocate due panche lunghe quanto le pareti, per comodità dei clienti in attesa del loro turno e di chi voleva partecipare alle conversazioni.   Quando parlavano dei campi, essi discutevano sui lavori più opportuni per le fasi della luna, sui tempi e sui modi di potare le varie specie di alberi, sui raccolti del momento.
   Al tempo della semina e della raccolta del grano, discutevano  di quali fossero le migliori varietà del frumento, secondo il rendimento, cioè il Reatino, il Frassineto, il Carosello, il Roma, jl Saracolla, che allora erano i grani più diffusi.   Oppure discutevano se quella o quell’altra zona fosse adatta per la coltivazione di cerasi o no, se fossero opportuni o no i concimi chimici, specialmente la calciocianammide allora in voga.   Infatti alcuni erano contrari alle concimazioni chimiche, perché, secondo le loro esperienze, sfruttavano il terreno e lo rendevano più produttivo al massimo per due anni, ma poi lo rendevano sempre più sterile e sempre più bisognoso di maggiori quantità di concime chimico.
   Anche se ragazzo, io ero curioso di questi discorsi ed ero meravigliato nel sentire tante preziose conoscenze accumulate sulla base delle loro esperienze, tanto che poi sono stato sempre più convinto che il mestiere di contadino richiede capacità di osservazione e di una stratificazione di conoscenze empiriche davvero ragguardevole, anche se poi i contadini sono tenuti per ignoranti in quella che comunemente s’intende come cultura alta e ufficiale.
  Quello che più mi affascinava però erano le conversazioni sui fatti della Grande Guerra. Vi si parlava soprattutto di Someggiata, di Artiglieria da campagna e da montagna, di Granatieri, di Fanteria, di Bersaglieri. Ed avevo imparato i nomi dei luoghi più cruenti, come il Sabotino, il Carso, il Pasubio, la Conca di Plezo, Monte Nero, Caporetto, la Bainsizza e tanti altri.  
  Soprattutto raccontavano delle trincee, dei reticolati, delle cesoie per tagliare i reticolati, delle bombarde, del gas asfissiante, dei pidocchi, della fame, del riso che diventava  colla e non si poteva mangiare, della ritirata di Caporetto, del ponte del Tagliamento fatto saltare per ritardare l’avanzata austriaca sulla pianura del Veneto.
  Quando raccontavano di quei giorni di guerra, essi sembravano lieti, come se volessero dire che erano ben felici di essere scampati da quell’inferno: non lo dicevano, ma gli si leggeva in faccia, mentre accennavano e chiedevano conferma a uno che chiamavano Serge’, per il fatto che era stato il più alto in grado, cioè sergente.  Vi teneva banco anche uno più giovane e che non aveva fatto la guerra, ma che, negli anni del dopoguerra, aveva svolto il servizio di leva per due anni a Postumia.  Anche lui era stato sergente, ma parlava della vita militare come se fosse un esperto dell’attività bellica e, tanto più perché non era stato in guerra, gli altri lo chiamavano Badoglio, per prenderlo in giro. 
  Io proseguii ad andarci spesso, per alcuni anni, perché era anche un passatempo per me nelle sere d’inverno. Ma la barbieria durò fin dopo la seconda guerra mondiale, fino al referendum di Repubblica o Monarchia del 1946. Allora cominciarono a scontrarsi tra di loro: due erano fratelli, ma uno era monarchico e l’altro era comunista e repubblicano come anche il terzo barbiere. Cominciarono a dibattere, a scontrarsi, a non andare più d’accordo, sicché dopo la vittoria della Repubblica, la barbieria si sciolse ed ognuno dei barbieri si mise per conto proprio. Ma le  belle serate vivaci come quelle di un circolo finirono, col rammarico mio e di molti altri.

lunedì 25 aprile 2016

                        IL 25 APRILE DI UN NOVANTENNE
   Noi allora giovani ci nutrivamo d’ideali e di speranze già dall’otto settembre del 1943, con più intensità già dal giugno 1944 quando fummo liberati, ma ci sembrò di vivere in un mondo nuovo e in più sicuri orizzonti col 25 aprile del 1945.
   Allora, accanto le une alle altre, vedevamo sventolare le bandiere dei nuovi partiti, le bandiere rosse, la bandiera bianca e le bandiere tricolori. Erano i simboli di nuove idee, di nuove speranze, di nuovi programmi, di nuovi ideali, del partito d’azione, del partito comunista, della democrazia cristiana, del partito socialista, del partito democratico del lavoro, del partito liberale, del partito repubblicano, ecc.
    Erano simboli, ideali, programmi che suscitavano tante speranze in noi più giovani, ma anche i primi contrasti tra chi sosteneva la preminenza del principio di libertà con la conservazione della vecchia struttura economica e chi invece sosteneva la preminenza della giustizia sociale,  con l’esigenza di riforme profonde per la costruzione di una società più equa.
   Io mi entusiasmavo per l’unione dei principi e degli ideali di giustizia e libertà che erano a fondamento del  Partito d’Azione, nato appunto dal movimento “Giustizia e Libertà” dei fratelli Rosselli, che l’avevano fondato a Parigi nel 1929 durante il loro l’esilio; il cui assunto era: non può esservi libertà senza giustizia sociale e non può esservi giustizia sociale senza la libertà.
  Nel corso di settant’anni, il principio di libertà che era stato nei nostri sogni è stato stravolto.  Le multinazionali, favorite dal progresso tecnologico, l’hanno manipolato col liberismo radicale fino a trasformare la libertà in permissivismo, senza più un concreto rispetto per le regole, inducendo la persona a vivere secondo parametri di un individualismo esasperato che ha allentato ogni legame di solidarietà, ha soffocato lo spirito di comunità, ha spinto al consumismo e sollecitato gli uni  all’indifferenza per gli altri.
  Nel corso di settant’anni il principio di giustizia sociale è stato eroso costantemente e progressivamente fino ad essere ridotto alla sola sua parvenza, nell’inconsistenza di una formula resa vuota perché privata di ogni concretezza. C’è oggi una divisione netta della società: da una parte stanno i grandi possessori di ricchezza finanziaria, dotati di ogni mezzo e di ogni possibilità di manovra sul campo economico e politico, dall’altra c’è la massa che tira a campare con i mezzi più scarsi e senza possibilità di scelte nella sua sfera di vita.
   Allora, nel solco della Resistenza e sugli ideali e le speranze del 25 aprile del 1945 furono poggiati  ben saldi e luminosi questi primi quattro articoli della Costituzione del 1948:
Art. 1 – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro….
Art. 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…….
Art. 3 –  E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che….impediscono il pieno sviluppo della persona umana…..
Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
   Dopo settant’anni è inutile chiedersi se questi principi costituzionali siano concretamente applicati nella realtà sociale, giacché si possono vedere giovani che non trovano lavoro, uomini nel pieno delle capacità lavorative che hanno perso il lavoro, uomini finiti in condizioni di emarginazione dalla vita economica e sociale e con lesioni della dignità umana, cioè di quella dignità che è precipuamente tutelata dalla Carta Costituzionale.
    E allora è lecito chiedersi se ancora vi sono davvero i partiti di sinistra a difendere lo stato sociale, per cui essi si costituirono nella presa di coscienza dei diritti della persona, nelle lotte e nelle conquiste di quei diritti, che con la Resistenza furono poi sanciti nella nostra Carta Costituzionale. Dove sono finiti quei partiti e quelle bandiere e quegli ideali e quei programmi?
   Dopo settant’anni, ora che sono davvero vecchio, il minimo che posso dire è che sono profondamente  deluso; deluso per come è stata ridotta la libertà a licenza e deluso per come è stato eroso il senso di giustizia sociale, secondo il principio della competizione che inevitabilmente porta all’egoismo.
   Non avrei mai creduto di vivere  tanta delusione. E penso che i morti che si sono sacrificati per la realizzazione di quegli ideali siano morti davvero invano. Per pietà di loro non vorrei vedere più corone d’alloro sulle loro tombe.
   Non per quelle corone essi infatti lottarono, sostennero torture e sacrificarono la loro vita, ma per la realizzazione dei loro e nostri ideali, per la libertà e per la giustizia sociale delle nuove generazioni, per la tutela dei diritti e della dignità della persona di ogni ceto e di ogni nazione in ogni momento della storia.


giovedì 14 aprile 2016

                  2016:  il 25 APRILE DI UN  NOVANTENNE

    Il 25 aprile 1945 fu l’ultimo atto di una tragedia. Fu anche l’inizio di una speranza. Fu il nostro sogno di libertà e di giustizia sociale. Non solo il sogno della pace.
   Per noi del Lazio e di Roma  quel sogno era però cominciato già nel giugno dell’anno prima, quando i tedeschi e i fascisti si erano dovuti ritirare verso la Linea Gotica, tanto che a settembre io, appena diciottenne,  avevo già aperto nel mio paese la sezione del Partito d’Azione, leggevo L’Italia Libera, e seguivo con entusiasmo gli scritti e gli interventi di Ferruccio Parri, Riccardo Bauer, Fernando Schiavetti, Emilio Lussu, Aldo Garosci ed altri ancora.
  Qualche anno dopo, un compaesano iscritto al Partito d’Azione di Roma fece  commissariare la mia sezione per autorizzare l’iscrizione di una trentina di persone che non avevano niente a che vedere con gli ideali azionisti, anzi molti di essi li avevano ancora con quelli fascisti, con lo scopo di sottrarmi la rappresentanza in seno al Comitato locale della Resistenza, per  poter eleggere un sindaco di destra.
  Quella sera io piansi di nascosto. Piansi per il primo tradimento degli ideali della Resistenza, per il primo tradimento  verso i partigiani che si erano fatti  torturare e  trucidare per la libertà di tutti.
  Ma ne vivemmo subito altri di tradimenti, due ad opera del cosiddetto realismo di Togliatti; e tutti e due ferirono particolarmente noi del Partito d’Azione.
   Il primo di questi fu la concessione del condono per i delitti commessi dai fascisti, quando ancora ci offendevano i loro misfatti  e quando anche noi giovani prendevamo coscienza delle violenze che i fascisti avevano commesso durante tutto il ventennio.
   Il secondo tradimento fu l’approvazione dell’articolo sette della Costituzione. Esso non solo offendeva il nostro laicismo ma permetteva una pesante ingerenza nella nostra nascente Repubblica da parte della Chiesa, che aveva definito il Duce “uomo della provvidenza” e che per un ventennio era stata in connubio col fascismo.
   Mai o quasi mai nella storia si parla di tradimento. Eppure essa è intessuta di tradimenti. Intendo dire di tradimenti sociali e intellettuali. Non se ne parla perché sempre a subire quei tradimenti sono i popoli in generale, più in particolare sono le classi sociali subalterne o, per dirla papale papale, sono soprattutto i poveri,  anche  i poco agiati, ultimamente anche la classe media.
      Non occorre per questo riferirsi alla storia di Roma antica. E neanche a tutta la storia successiva. Basterebbe rifarsi alle guerre del Risorgimento e ai plebisciti condotti per censo, con le annessioni determinate ognuna da poche migliaia di ricchi e qualificate ancora oggi come votate  dal popolo. Come basterebbe rifarsi alle guerre coloniali e alla prima guerra mondiale, per constatare come sono state condotte apparentemente in nome e per interesse del popolo, ma effettivamente solo a danno del popolo.
  A me, che ho vissuto gli anni e gli ideali della Resistenza e che le speranze di noi giovani  mi parevano certezze fissate quasi in modo ferreo nelle parole e negli articoli della Costituzione, a me allora sarebbe sembrato davvero mostruoso immaginare che nei decenni successivi,  quegli stessi ideali, per cui tanti furono torturati e uccisi, sarebbero stati traditi nei fatti e in mille modi.
   Allora, quel giorno del 25 aprile del 1945, tutte le speranze di noi giovani sventolarono  come bandiere. Ora rabbrividisco. Molti nella Resistenza per gli ideali della giustizia e della libertà del popolo furono trucidati e ed erano morti con negli occhi la speranza: la speranza per i figli e per le generazioni future! La pace, il lavoro, la libertà, la giustizia sociale!
   Invece ancora oggi Papa Francesco deve gridare e condannare l’ideologia dello “scarto”, dello scarto dei più poveri, dello scarto degli emarginati. E io rabbrividisco per un mondo che vedo sempre più disumano. Rabbrividisco per i nostri ideali traditi.
   Erano spiriti eletti e provenivano dall’esilio e dalla lotta antifascista quelli che sancirono nella Costituzione “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Ed erano i morti delle lotte operaie e contadine lungo due secoli quelli che testimoniavano il diritto al lavoro, il diritto  alle otto ore giornaliere di lavoro, alle ferie e alla pensione, il diritto all’istruzione , alla salute.
  Poveri morti, che hanno buttato la loro vita ancor giovani per una speranza, per un’ideale, oggi morti inutilmente!
    Hanno un lavoro oggi i nostri giovani? Quante ore lavorano oggi i nostri giovani? Quelli che lavorano stanno con la paura di essere licenziati in ogni momento, in nome dell’iniziativa privata, della competizione, della concorrenza spietata, del mercato. Anche del mercato del lavoro. Perché l’uomo di nuovo è sul mercato. Di nuovo è fatto merce. Col rischio dello “scarto”!
    25 aprile 2016. Penso a tutti coloro che  sacrificarono la loro vita nelle carceri, nell’esilio, nelle forche, nelle sparatorie repressive, nelle fucilazioni. Inutilmente. Non pensavo di vivere da vecchio queste tremende delusioni. Non pensavo ancora di vivere queste ingiustizie. Non pensavo soprattutto di vivere questa tremenda assenza di ideali! E non pensavo di vivere questa insostenibile indifferenza degli uni per gli altri!


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lunedì 4 aprile 2016

                     IL NOSTRO NATALE NEGLI ANNI TRENTA

  Ricordo vagamente  il Natale dei miei anni da ragazzo. Ricordo quelli nelle scuole elementari, perché a noi alunni ci si chiedeva di portare muschio e qualche rametto di pungitopo con le bacche rosse attaccate ai loro cladodi. Per me era una disperazione, perché la mia campagna era tutta assolata e il muschio non riuscivo a trovarlo.
  Ricordo chiaramente che molti, specialmente le donne, andavano alla novena, soprattutto perché c’era qualche frate predicatore. La predica era qualche cosa d’importante, perché era fatta di racconti, di riferimenti, di parole che andavano a toccare gli animi e che incantavano gli ascoltatori. Quasi come in teatro. Che allora non c’era, perché non si respiravano iniziative culturali in quel tempo. E le novene e le prediche in chiesa forse erano il teatro dei poveri e della gente che neanche sapeva leggere un giornale. Insomma nelle sere d’inverno le prediche creavano un immaginario per la fantasia con la magia delle parole e scuotevano emotivamente la gente da quel torpore passivo di cui era fatta la rassegnazione alle disgrazie e alle cattive stagioni che tormentavano i contadini.
  Ricordo però anche i ciocchi nel focolare, la sera messi in un gran fuoco per  Gesù Bambino che scendeva dal camino a riscaldarsi. Si creava così un alone di magia così fascinoso che noi bambini ci credevamo davvero e restavamo in attesa della visione e del miracolo. Chissà se ci credevano anche le nostre mamme, le nostre zie e le nostre nonne riunite insieme e indaffarate per preparare mandorle e ciambelline?
  E ricordo la cena, i giochi e i racconti che avevano il tono delle favole, ma a volte anche di fatti che a noi piccoli incutevano terrore. Era una cena da vigilia, che però si allungava con frutta secca, specie con mandorle, perché mio padre aveva in coltura molti mandorli di diverse varietà. Lo scopo era quello di attendere la mezzanotte per la nascita del Bambinello.
   Per tirarla alla lunga c’erano il gioco della “pilocca” per i più piccoli, con gli spiccioli dentro e noi bendati col pestello in mano. Un gioco che durava  solo poche decine di minuti. Poi però c’erano i racconti, che duravano tanto, quando c’era chi sapeva raccontare.
    Ricordo che mio padre rimaneva estraneo a tutto, seduto al tavolo in mezzo a noi, perché era immerso nella lettura della Divina Commedia, tanto che bisognava chiamarlo per scuoterlo e fargli ascoltare ciò che si diceva in quel momento. Non ho mai capito come facesse ad estraniarsi da tutto quel chiacchiericcio, che lui non apprezzava affatto.
   Poi, dopo la scuola elementare, andavo con le pecore. E non c’erano più Natale né Pasqua, né Capodanno. Passavo le feste in campagna, poi la sera, anche a Natale e a Pasqua cominciai anch’io a leggere come mio padre, ma non sapevo concentrarmi se non c’era silenzio. Poi cominciai a studiare da solo e, allora, ero contento quando tutti andavano alle novene e io restavo da solo.
Studiavo e leggevo per ore ed ore. E non mi veniva sonno, anzi, per distrarmi qualche momento, mi divertivo a leggere certe pagine di un’antologia, specialmente qualche brano del Folengo, o mi mettevo a risolvere qualche problema di matematica come fosse un rebus o rompicapo.
  Ma  mi rammaricavo e mi angosciavo, quando sentivo gruppi di coetanei che si divertivano e cantavano in coro i canti popolari, passando anche sotto le finestre di casa mia. Avrei voluto essere con loro. Ma la mia determinazione per studiare era più forte.

   Mi sono rimasti dentro quei canti, assieme ai rammarichi e alle angosce nell’ essere inchiodato sui libri anche mentre mangiavo, tutte le sere, anche in quelle di festa. Volevo leggere e studiare ad ogni costo, sfruttando qualsiasi momento libero che mi potevo concedere.