lunedì 26 settembre 2016


Pubblico qui questa mia recentissima composizione

             VECCHIO
Ora, vecchio, mi affiorano di dentro
Figure amiche, antiche mie frequenze
Del tempo mio fanciullo e giovanile:
Vengono e vanno in brevi evanescenze
E tremolii di cuore,
Dentro un mondo ora dolce  ora amaro
Di presenze ed assenze,
Che stanno e ristanno
In un presente senza consistenze.


giovedì 15 settembre 2016

                         ACQUA E IGIENE NEGLI ANNI TRENTA

   Nel nostro paese eravamo fortunati per l’acqua. Sin dal Seicento i Borghese vi avevano costruito un centro di mulini e frantoi idraulici, captando l’acqua da una sorgente di Monte Gennaro mediante un condotto scoperto cui i paesani potevano attingere liberamente. Poi furono captate le acque  da Sant’Angelo e negli anni trenta avevamo cinque fontane da cui attingere acqua e un lavatoio con tre vasche per insaponare i panni, per ripassarli e risciacquarli.
   Nelle fontane c’era sempre un andirivieni di donne sulla, che portavano acqua in casa con le conche di rame sulla testa. Il posto della conca in casa era nell’acquaio, cioè a nnu sciacquaturu. E nella conca, o appeso alla parete, c’era u sotellu, cioè il ramaiolo, con cui ognuno beveva a suo piacimento attingendo dalla conca, senza bisogno di bicchieri.
   Meno che sull’acqua, si lesinava su tutto, anche perché c’era davvero poco. A cominciare dalla casa. I più poveri avevano un’unica stanza, la stessa per vivere, per mangiare, per dormire e per morire. Anche con sette o otto figli. Ed allora di figli se ne facevano molti, a parte la “battaglia demografica” del Duce, sia perché a non farli era peccato secondo il prete, sia perché erano una risorsa per la famiglia e per i vecchi (che allora non avevano la pensione) sia perché ne morivano anche tanti:  ad una mamma che ne aveva avuti una ventina ne erano rimasti appena sette.  I meno poveri, o che stavano un po’ meglio, avevano due stanze, una per cucinare e una per dormirvi tutti insieme. Solo alcuni avevano più di due stanze per la propria abitazione. Ecco perché durante tutta l’estate quasi tutti i maschi dormivano in campagna, nelle capanne di paglia o sotto gli alberi più folti per ripararsi dalla guazza.
   Comunque, a parte quelle di alcune famiglie, in nessuna altra casa c’era il bagno, cioè non c’era il cesso. Perché non c’era l’acqua corrente, non c’erano le fogne, anche se nella parte nuova del paese c’erano gli scoli per l’acqua piovana. Nelle cucine invece c’era un secchio posto sotto l’acquaio per la raccolta dell’ acqua usata, che spesso veniva buttata per la strada.
   D’altra parte, proprio perché mancavano i bagni, c’erano gli orinali (i rinali) sotto i letti, cioè i vasi da notte, e su trespoli in ferro i bacili per lavarsi le mani e la faccia al mattino. In verità molti letti erano fatti di tavole con sopra pagliericci imbottiti con brattee di granturco che fungevano da materassi.
   Il secchio sotto l’acquaio consentiva il recupero della sciacquatura dei piatti, che veniva riciclata per il beverone dei maiali, custoditi nei “fratticci” posti fuori dell’abitato, ma qualche volta anche nelle stalle poste sotto le case.
   La pulizia personale era davvero un bel problema, che però troppo spesso non si poneva affatto come un vero problema. Pareva del tutto naturale lavarsi solo la faccia e qualche volta, ma solo qualche volta, anche tutto il corpo, con la piccola bagnarola di latta posta in mezzo ad una stanza. Come non era affatto un problema per i maschi andare per i propri bisogni corporali appena fuori del paese, dietro un cespuglio o al riparo di qualche pietraia.
   Che la pulizia personale non fosse un problema era un’idea che veniva da lontano, forse dal medioevo. Forse da certe prediche di cui si sentiva ancora l’eco. Perché bisognava curarsi l’anima e non il corpo, che era fonte di peccato, specialmente se si faceva il bagno, in cui ci si prendeva cura delle parti intime. Come era anche fonte di peccato il corpo delle donne per diaboliche tentazioni, per cui andava coperto sino al capo per nascondere i sensuali capelli, con grandi fazzoletti  legati sotto al mento, come si vedono ancora in certi quadri di cose sacre, ed oggi ancora in molte donne islamiche immigrate.
   Ricordo che un vecchio prete, verso il 1960, mi diceva che il sapone e il bidé erano strumenti inventati per opera del diavolo. E ricordo che un vecchio del mio paese si vantava di lavarsi la faccia, ma solo la faccia, ogni settimana, perché gliela lavava il barbiere col pennello e il rasoio facendogli la barba.
   Ed erano normali i pidocchi delle bambine e le pulci e le cimici nei letti. Oggi sembra incredibile, dopo il DDT e altri insetticidi, ma specialmente per  la disponibilità dell’acqua nelle case. Anzi penso che per i giovani di oggi queste cose siano proprio incredibili; e che non possano immaginare di vedere mamme spidocchiare i capelli delle figlie e schiacciare i pidocchi fra le unghie dei pollici anche in mezzo alle strade, come era comune allora e come era naturale per noi ragazzi.
   La pulizia personale non era un problema, come invece era per gli antichi romani, che non potevano vivere senza il bagno quotidiano. E come è per gli islamici, per i quali l’abluzione del corpo è purificazione rituale obbligatoria, sia nella forma di abluzione minore che in  quella di abluzione  maggiore.
   C’era anche da noi una specie di abluzione rituale, ma riguardava la casa e si svolgeva  con le cosiddette pulizie di Pasqua. Allora, nei giorni precedenti la Pasqua, le donne pulivano la casa a fondo e le più giovani spiccavano gli utensili di rame dalle pareti delle cucine, li portavano vicino alle fontane e li lucidavano con la pozzolana, per farli brillare come nuovi, sicché, per asciugarli, ne facevano spettacolo per tutto il giorno, anche per dimostrare lo stato della propria agiatezza nei confronti dei meno agiati e dei più poveri.
   Il mondo allora era fatto anche di queste miserie; ma in fondo oggi non è molto cambiato, perché si mostrano auto più o meno potenti, orologi di pregio e altro con lo stesso intento d’allora.
   Il problema dell’igiene però non riguardava solo gli adulti, ma specialmente i bambini di due, tre, quattro anni che venivano lasciati a giocare per la strada polverosa col sederino nudo sotto gli abitini comuni ai maschi e alle femminucce, perché le mutandine si sarebbero dovute lavare ogni momento a causa dei loro bisognini fatti per la strada. E ciò era la causa di molte loro malattie intestinali e della morte di numerosi bambini.
   L’igiene dipendeva anche dalle bestie, cioè dalle galline, dai somari, dai buoi, dai cavalli, ecc. custoditi nelle stalle accanto alle case o che razzolavano liberamente per le strade, con il relativo letame  e con le mosche, le pulci e le zecche dei cani e dei gatti. Per questo di tanto in tanto veniva emessa qualche ordinanza per l’allontanamento delle bestie dall’abitato, ma restavano sempre disattese, proprio come le grida manzoniane, anche se quello era il tempo del fascismo, quello del credere obbedire e combattere. Ma il Duce allora aumentava le tasse a tutti per andare con la guerra a costruire le strade e le case agli abissini in Africa. Anzi chiedeva il dono delle fedi dei poveracci per le sue conquiste. E intanto da noi si seguitava a vivere nella miseria.

   Il problema dell’igiene durò anche dopo la guerra, fino a  quando vennero le macchine agricole che fecero scomparire gli animali: asini, buoi, cavalli e tutte le altre bestie. Però io non sono affatto convinto che le macchine siano più pulite delle bestie; certamente non sono ecologiche come gli animali, tanto che producono gas venefici, polveri sottili e rumori tremendi, non il nobile letame che nutre ogni pianta e ci dona ogni bendidio della natura.  

lunedì 5 settembre 2016

                                   OTTO SETTEMBRE 1943

    L’otto settembre  nel mio paese è la ricorrenza della Madonna del Passo.
Quel giorno del 1943 io ero in campagna, ma credo che abbiano fatto solo la cerimonia in chiesa e una mesta e piccola processione al mattino. Da un po’ di tempo non c’erano più feste e si pregava forse solo perché finisse subito la guerra, non più per la vittoria, come quando Mussolini dichiarò la guerra il dieci giugno 1940 e quando voleva spezzare le reni alla Grecia. Ormai le avevamo noi le ossa spezzate, anzi una parte ce le tenevano in mano gli Angloamericani, che avevano conquistato parte del Mezzogiorno.
    La  sera di quell’otto settembre  ancora faceva caldo, anche se c’era un po’ di vento. E pareva una sera addormentata dentro una luce ormai fioca. Ma ci fu un’esplosione di tripudio, quando la radio comunicò il proclama di Badoglio.  Lo scampanio risuonava dentro le case e la gente si riversò nelle strade in gruppi festosi.
   Anche io uscii per la strada e per qualche ora partecipai al tripudio; nei gesti e negli occhi della gente c’era allegria per la fine della guerra e la speranza gioiosa di riabbracciare figli e fratelli che sarebbero tornati sani e salvi dai lontani fronti di guerra.
   Quando però tornai a casa per la cena, trovai mio padre con la testa  fra le mani e i gomiti appoggiati sul tavolo, come di solito faceva nei momenti difficili; e quando io dissi che fuori facevano festa, egli mormorò: Adesso comincerà la guerra, e sarà tragica! Io allora rimasi di sasso, tra l’incredulo e il dubbioso.
   La mattina dopo, sul tardi, come al solito col mio somaro m’incamminai verso la campagna, attraversando il paese lungo la provinciale, e subito incontrai una lunga fila di centinaia e centinaia di soldati inquadrati che, sudati e stanchi, marciavano in direzione di Tivoli. Erano reparti della divisione Re, provenivano  dalla Jugoslavia ed erano scesi dal treno a Passo Corese; ricordo che portavano la cravatta rossa.
   Proseguendo, all’altezza di Via Oberdan, vidi molti soldati spianare improvvisamente i fucile in atto di sparare e molti altri che sfilavano le bombe a mano per lanciarle dietro di me. Io mi volsi e vidi che dalla direzione di Tivoli era giunta una camionetta con quattro ufficiali tedeschi, mentre udivo il concitato ordine dei nostri ufficiali: Ragazzi non sparate! Non sparate! Non abbiamo ordini, ragazzi non sparate! Vidi che i nostri soldati abbassavano i fucili e rimettevano in tasca le bombe, poi mi voltai e vidi i quattro ufficiali tedeschi, impassibili e rigidi come se fossero di marmo, andare via incolumi verso Montelibretti sulla camionetta, che si era arrestata.
  Ripresi il cammino e, uscendo dall’abitato, udii continui scoppi di bombe in direzione di Monterotondo, che mi si scopriva di fronte, oltre le colline, in fondo alla valle del Tevere. Si vedeva anche il fumo delle bombe ed avvertivo che quello non era un bombardamento, ma una vera battaglia che si combatteva a pochi chilometri da noi.
   Comunque per qualche giorno non sapemmo niente di ciò che era avvenuto; lo sapemmo diversi giorni dopo, ma sempre confusamente, perché le notizie ci giungevano  per sentito dire. Sapemmo che c’era stata una battaglia tra i nostri soldati e i paracadutisti tedeschi, cui avevano partecipato anche i cittadini di Monterotondo, da sempre notoriamente antifascisti.
   Il giorno dopo, cioè il nove, vidi gli stessi soldati della divisione Re, che tornavano indietro dalla strada di Tivoli, questa volta non più inquadrati, ma a gruppi senz’ordine, tutti senz’armi, molti con le divise in disordine, altri  già vestiti in borghese, alcuni avevano un asino e uno ci stava sopra a cavalcioni. Non parevano più soldati, ma  giovani che camminavano a gruppi come se tornassero da una gita o da un pellegrinaggio, perché i loro comandanti li avevano abbandonati senza ordini, senza un capo. Era impossibile capire quello che stava accadendo.
  Qualche giorno dopo cominciarono a tornare anche i militari compaesani dislocati nelle varie città italiane. Giungevano alla spicciolata, a piedi o con mezzi di fortuna, tutti però senza divisa militare ma vestiti con abiti di fortuna,  avuti cortesemente dalla gente dei vari luoghi attraversati, per non essere presi dai tedeschi.
  Un mio cugino, che aveva idee fasciste, si stava rivolgendo in piazza verso alcuni di questi soldati, rimproverandoli del fatto che abbandonavano il servizio, invece di combattere contro gli inglesi. Lo sentì mio padre, che, irato, lo prese a schiaffi davanti a tutti.
   Dopo una settimana tornò anche mio fratello, del Sesto Bersaglieri di Bologna, che con un viaggio fortunoso ebbe la possibilità di giungere a Monterotondo, dove una parente che l’accolse gli parlò della battaglia di pochi giorni prima, e di là a piedi e per strade di campagna, se ne tornò a casa.  
   Intanto, dopo due giorni dal proclama di Badoglio mi pare, ci fu nel nostro territorio uno sciamare di prigionieri inglesi del campo di Santa Maria di Montelibretti, sulla Salaria. Cercavano di rifugiarsi sulle montagne o nascondersi nelle nostre campagne per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi.
   Si stava avverando la previsione di mio padre, ed io cercavo di capire perché stava avvenendo quel disastro.  Col tempo e con le letture dei giornali, poi mi sono sempre arrovellato sulla funzione di quei reparti della divisione Re, richiamati dalla Jugoslavia ed avviati alla difesa della Tiburtina, dove c’erano già schierate altre divisioni, come la Centauro, e dove sarebbe passata la famiglia reale in fuga verso Brindisi.
   E mi sono poi sempre chiesto come mai i tedeschi non abbiano attaccato il re in fuga con i loro paracadutisti e i loro aerei, come mai il re e i suoi generali abbiano lasciato senza ordini il nostro esercito e come mai i tedeschi abbiano potuto prelevare il Duce dal Gran Sasso senza dover combattere. Tutto questo è un mistero che non potrò conoscere, ma che vorrei proprio conoscere. Anche se immagino cose non impossibili o anche facilmente immaginabili, che però non si possono documentare.

  

venerdì 12 agosto 2016

                                  CI HANNO CAMBIATI.

   E’ cambiato il tempo. E’ cambiato il mondo. Siamo cambiati noi. Anzi ci hanno cambiati. Avevamo bisogno di poco ed ora ci hanno indotti ad avere bisogno di molto, sempre di più, senza accontentarci mai. E non abbiamo più quiete, non abbiamo più pace.
    Io allora ero ragazzo e andavo con le pecore. D’inverno mi bastava un pezzo di pane con un pezzetto di formaggio o  quattro fichi secchi. Non avevo neanche il cappotto, e non morivo di freddo. Guardavo il sole e l’ombra di un albero o di una siepe per sapere l’ora che m’interessava. Se era nuvoloso o pioveva, interpretavo l’ora a seconda dell’intensità della luce del giorno. A nessuno di noi serviva l’orologio.
   Solo una volta mi feci prendere dall’oscurità ancora con le pecore al pascolo, e tornai a  casa che era già notte. Ma pioveva da vari giorni, con ramate di pioggia che si susseguivano secondo le nuvole spinte da folate del vento di ponente; ed io mi riparavo dall’acqua per l’intera giornata accucciandomi e tenendo basso l’ombrello per parare gli scrosci sventagliati di taglio. Senza un tuono o un lampo, perché era di novembre; ed allora i temporali cominciavano sempre di marzo, sempre col “primo tuono di marzo”, come allora si diceva, fino a tutta l’estate.
Poi pioveva, pioveva solamente, durante l’autunno e l’inverno, senza tuoni né lampi.
   Ora è cambiato anche il tempo, tuona sempre, d’estate e d’inverno, e non ci si capisce più niente.  Non si capisce più niente con le stagioni , ma non si capisce più niente neanche con la frutta. D’inverno nei negozi si vendono i pomodori e i carciofi e le zucchine, poi con la primavera e l’estate, trovi le mele e le pere dell’anno prima. C’inducano a comprare sempre primizie, sempre contro stagione.
  Ci hanno indotto sempre più nuovi bisogni; bisogni che allora ci apparivano impensabili. Corriamo guardando l’orologio perché non abbiamo più tempo. E vogliamo tutto subito, sempre più subito, in poche ore vogliamo arrivare in capo al mondo, anche se dopo arrivati non sappiamo più che fare.  
  Allora si comunicava lontano  con le lettere e le cartoline per i saluti, si attendevano le risposte con pazienza e si cantava e si rideva. Ora le persone parlano con i cellulari, si affannano a dire sempre le solite chiacchiere:  sembrano matti che parlano da soli camminando per la strada. Si vuole dire subito tutto e forse non si pensa  neanche a quello che si dice. Ma intanto tutti parlano delle solite chiacchiere banali, che invadono il mondo. E solo pochi sanno stare zitti.
   Allora camminavamo a piedi, e molti non avevano neanche le scarpe buone per camminare. E le gite erano quelle in campagna, o fuori porta, come si diceva a Roma. Solo i maschi che erano partiti per il militare e quelli che un tempo erano emigrati raccontavano di luoghi lontani. Molti, specialmente le donne, vivevano, lavoravano, stavano per tutta la vita lì dove erano nati, senza mai vedere altro posto, neanche un paese vicino, magari per andarci alla fiera.
   Ora tutti vogliono andare in vacanza, tutti corrono per vedere il mondo, anche quelli che non hanno i soldi e fanno prestiti per prendere l’aereo o pagare l’albergo a mille chilometri lontano. E corrono e corrono guardando le strade, i monumenti, i resti delle più antiche civiltà così come si sfogliano e si guardano raccolte di cartoline o come le figure che scorrono sullo schermo  di un televisore standosene seduti a casa. Solo che fanno le foto ad ogni passo con l’ipad  e se le portano a casa solo per far vedere dove sono stati.
  E sono contenti perché hanno visto. Perché poi ricordano solo figure di edifici e di strade; e qualche sensazione, magari di fame, di sete, di stanchezza.  Ora si va per il mondo perché ci hanno indotto anche il bisogno di vedere, di fare turismo, per lo sviluppo culturale, come dicono loro. Sicuramente si sviluppa l’industria turistica; e corrono rivoli e fiumi di soldi. Così la gente ha sempre più l’ansia di correre e non si accorge del tempo che passa.   
   Ricordo i vecchi che si mettevano al sole d’inverno, all’ombra d’estate; ed erano assorti ad ascoltarsi di dentro, perché avevano assaporato il loro tempo, l’avevano vissuto ascoltandolo minuto per minuto nel loro silenzio e nelle loro attività, nelle loro amicizie, nelle loro emozioni, nei loro canti distesi, nei loro momenti di attesa, di silenzi, di dolore e di raccoglimento. Avevano davvero vissuto, perché avevano avuto tempo, senza l’ansia di correre guardando l’orologio.
  A settant’anni sentivano di aver accumulato fatti e sentimenti ed erano stanchi di vivere, sentivano di essersi riempiti della propria esistenza, di quella dei cari e della gente con cui avevano cantato, riso insieme in allegria, lavorato, sofferto in confidenza.

   Noi invece dobbiamo correre, dobbiamo sempre andare di fretta, per arrivare presto, per andare e per tornare. Io non ci capisco più. La vita non può essere una affannosa rincorsa del tempo. Invece potrebbe essere vissuta quasi fermando il tempo dentro di noi, con i nostri pensieri e con le nostre emozioni. Ma hanno inventato una vita in cui il tempo ci sfugge e non lo troviamo più. Perché dobbiamo produrre sempre di più e consumare sempre di più, pagando sempre più tasse. E lo chiamano progresso. Penso che ci abbiano rubato il tempo. E non sappiamo più come fare per vivere un momento di vita allegra e spensierata. Magari senza fretta,  anche se  solo con un pezzo di pane.

giovedì 14 luglio 2016





  Riporto qui di seguito la breve PREMESSA alla mia raccolta VERSI ORTICANTI edito da Youcanprint

                                           PREMESSA
  Per questa mia tematica satirica, ho fatto ricorso al vecchio stornello popolaresco, passando dal modo “a dispetto” a quello epigrammatico. Più semplicemente ho voluto scrivere epigrammi in forma di stornelli, in modo da unire l’efficacia e la rapidità      di una composizione brevissima  all’atmosfera  popolareggiante   di un mio linguaggio, che non vuol essere  né una lingua né un dialetto determinato, ma che, in un certo qual modo, potrebbe dirsi di tipo idiolettico.
  Qui ho raccolto complessivamente 164 stornelli,  scritti negli ultimi anni, disponendoli per quattro in ciascuna pagina. I primi tre stornelli di ogni pagina trattano di un argomento specifico, il quarto invece, quasi come un tormentone che si estende per tutta l’operetta, vuole ironizzare sull’intimismo solipsistico, sul sentimentalismo emotivo e sull’uso di metafore eccessive di troppi poeti, tesi a cogliere un ipotetico lirismo emanato dal solo artificio della parola, slegata spesso anche da quel contesto metrico che è proprio della struttura poetica.






sabato 25 giugno 2016

                            CANNETI  E  VIGNE
  Il territorio del mio paese  è tutto di colline basse, che si succedono ognuna accanto alle altre, come groppe di un branco di pecore che si riparano dal sole canicolare. Tra le une e le altre, le piccole valli hanno una qualche frescura del terreno, più raramente vi scorre qua e là un qualche ruscelletto che in estate inverdisce appena una sinuosa e stretta striscia di terra.
  Proprio in quelle piccole valli, dove il terreno si fa in qualche misura più umido, c’erano i salici e crescevano i canneti, mentre qua e là per le colline venivano coltivate le vigne trionfanti di tralci, che si allungavano come festoni ornati di quel celeste denso che dava ad essi il solfato di rame appena irrorato.
   Nei campi a coltura mista, come erano e sono ancora  quelli del mio paese, ogni contadino aveva la sua vigna, per ricavarne almeno il vino per il suo consumo familiare. E tutti i contadini che possedevano terreni vallivi e più o meno umidi, avevano alberi di salice e canneti, gli uni e gli altri preziosi per il sostegno delle viti.
   La coltivazione delle vigne era allora molto varia, condizionata dalle varietà dei terreni, dalla esposizione solare e dalla posizione più o meno a monte delle colline.  C’erano numerosi campi con viti sostenute da piccoli alberi, specialmente aceri ed ornelli, a volte con “carnevali” che collegavano un albero all’altro con l’aiuto di un filo di ferro che fungeva da tirante .
  E c’erano le viti tirate a “conocchia” (ogni vite era sostenuta da quattro canne disposte a piramide) oppure a filare (ogni vite era sostenuta da due canne incrociate ad ics, che si univano più in alto con quelle delle viti adiacenti in modo da formare quasi una rete). Tutte le viti e  le canne, sia a conocchia sia a filare, erano legate e tenute insieme con legacci di vinchi e di ginestre.
   La lavorazione della vigna era assai laboriosa, a cominciare dalla vangatura, che era il primo lavoro dopo quello della potatura. Si doveva vangare filare per filare, e tagliare la prima corona di radici superficiali di ogni vite con un ronchetto ( u rungittu) che fungeva anche da sterratore per la vanga, quando s’intoppava per il terreno argilloso. Un lavoro pesante e lungo, che però veniva compensato dalla semina e raccolta di fagioli e da piante di carciofi nello spazio tra un filare e l’altro.
  Per la tenuta della vigna era necessario l’impiego delle canne. Dopo la vangatura invernale, bisognava fare la cernita delle canne usate nell’anno precedente, e sostituire quelle ormai fragili con le canne nuove, tagliate dal canneto a gennaio con luna in fase calante. Quindi occorreva piantare ogni canna al posto giusto e provvedere alla legatura con le parti della vite, mediante legacci di vinchio o di ginestra.
   Senza le canne non si potevano tenere le vigne. Ecco perché i contadini avevano nelle valli piante di salici e canneti. Chi non aveva canneti, doveva per forza comprare le canne da chi ne aveva da vendere.
   La coltivazione della canna comune può dare materia preziosa per la trasformazione industriale e la produzione della cellulosa. Ma i contadini fino ad allora non lo sapevano. Per loro era preziosa per le vigne ed anche per il sostegno dei pomodori e dei fagiolini nei campi e negli orti.
  Lo seppero allora, quando c’era l’attacco della fillossera, c’era la crisi del commercio delle uve e dei vini, e c’era la crisi economica, per cui non si trovava più una lira per pagare  le tasse sempre più gravose, giacché di soldi se ne spendevano parecchi in Libia e in Abissinia.
  Lo seppero quando alcuni commercianti forestieri vennero ad offrire prezzi assai convenienti per i rizomi delle canne. Si diffuse subito nel paese un’aria nuova, quasi un po’ di allegria nei visi rugosi e sdentati di tanti contadini resi vecchi anzi tempo per le fatiche e gli stenti della vita: vedevano la possibilità di maneggiare finalmente qualche soldo, che ravvivava le loro speranze.
   E si dettero a cavare i rizomi delle canne, a “cioccare” i canneti, a finirli. Io vidi allora persino camion carichi di rizomi risalire la strada  sterrata di “Sandunicola”, con i contadini che avevano negli occhi un’altra luce, anche se ora avevano saputo che da quei rizomi le industrie avrebbero fabbricato la nitrocellulosa, la polvere da sparo per la produzione di bombe e proiettili in preparazione di una nuova guerra.
   Lo sapevano che dopo la guerra d’Abissinia e la guerra civile spagnola ci sarebbe stata per i loro figli una nuova guerra, cui miravano la “battaglia demografica” e la tassa sul celibato. E sapevano che i rizomi delle canne servivano per i proiettili che avrebbero sparato i loro figli. Ma quei soldi ricavati quasi a buon mercato, quando c’era la crisi del commercio delle uve e del vino, li rendevano più leggeri ed allegri, quasi un po’ felici. Anche se poi, dopo qualche anno, l’avremmo tutti pagata cara.










lunedì 20 giugno 2016

                                      VECCHIE  BARBIERIE  
   Negli anni trenta ancora molti del mio paese portavano cappelli, altri più giovani portavano coppole ed altri cominciavano ad andare in giro senza  copricapo, ma con i capelli pettinati, tirati con la brillantina, a volte con la scriminatura.      Alcuni, fra cui mio padre e mio nonno, portavano ancora i baffi, nessuno si faceva più crescere la barba, fuorché Scialapè, un boaro che aveva fatto la guerra dell’85-88 in Abissinia, e che aveva la barba lunga e bianca e un cappellaccio alto, quasi come quelli che si vedono nelle incisioni ottocentesche di Pinelli.    Pochi allora cominciavano a farsi la barba da soli con le lamette, pochi altri usavano il rasoio, come mio padre, che io vedevo con curiosità affilarlo alla coramella tirata alla maniglia di una finestra.
   C’erano due o tre barbierie allora in paese, e ciascuna svolgeva indirettamente anche un ruolo aggiuntivo, di natura sociale.  Quella che apriva più giorni della settimana era tenuta da appassionati di musica, e fungeva anche da ritrovo per giovani, che si dilettavano  con la chitarra e col mandolino e imparavano a suonarli. 
    L’altra apriva solo il sabato sera e la domenica mattina, per radere barbe di una settimana e tagliare capelli cresciuti di qualche mese. In questa barbieria settimanale, i contadini qualche volta discutevano sui lavori di campagna, sull’andamento stagionale, e sì comunicavano reciproche esperienze, imparando gli uni dagli altri;più spesso,  in quanto reduci, raccontavano i loro fatti della Grande Guerra, e così facevano conoscere e tramandavano le loro memorie della vita in trincea, delle privazioni e dei combattimenti di una quindicina di anni prima.   Io, da ragazzo, ci andavo per farmi fare u carusu, cioè per farmi tagliare i capelli a zero come tutti i ragazzi di quel tempo, per non dare campo ai pidocchi ( le bambine, coi capelli lunghi, venivano spidocchiate dalle mamme in mezzo alla strada). Però vi andavo quasi sempre  per ascoltare i loro discorsi, specialmente quelli di guerra.
   Il locale era a piano terra. Era quadrato e su due pareti consecutive erano collocati tre specchi con a fronte tre poltrone bianche con testiera; sui lati opposti vi erano collocate due panche lunghe quanto le pareti, per comodità dei clienti in attesa del loro turno e di chi voleva partecipare alle conversazioni.   Quando parlavano dei campi, essi discutevano sui lavori più opportuni per le fasi della luna, sui tempi e sui modi di potare le varie specie di alberi, sui raccolti del momento.
   Al tempo della semina e della raccolta del grano, discutevano  di quali fossero le migliori varietà del frumento, secondo il rendimento, cioè il Reatino, il Frassineto, il Carosello, il Roma, jl Saracolla, che allora erano i grani più diffusi.   Oppure discutevano se quella o quell’altra zona fosse adatta per la coltivazione di cerasi o no, se fossero opportuni o no i concimi chimici, specialmente la calciocianammide allora in voga.   Infatti alcuni erano contrari alle concimazioni chimiche, perché, secondo le loro esperienze, sfruttavano il terreno e lo rendevano più produttivo al massimo per due anni, ma poi lo rendevano sempre più sterile e sempre più bisognoso di maggiori quantità di concime chimico.
   Anche se ragazzo, io ero curioso di questi discorsi ed ero meravigliato nel sentire tante preziose conoscenze accumulate sulla base delle loro esperienze, tanto che poi sono stato sempre più convinto che il mestiere di contadino richiede capacità di osservazione e di una stratificazione di conoscenze empiriche davvero ragguardevole, anche se poi i contadini sono tenuti per ignoranti in quella che comunemente s’intende come cultura alta e ufficiale.
  Quello che più mi affascinava però erano le conversazioni sui fatti della Grande Guerra. Vi si parlava soprattutto di Someggiata, di Artiglieria da campagna e da montagna, di Granatieri, di Fanteria, di Bersaglieri. Ed avevo imparato i nomi dei luoghi più cruenti, come il Sabotino, il Carso, il Pasubio, la Conca di Plezo, Monte Nero, Caporetto, la Bainsizza e tanti altri.  
  Soprattutto raccontavano delle trincee, dei reticolati, delle cesoie per tagliare i reticolati, delle bombarde, del gas asfissiante, dei pidocchi, della fame, del riso che diventava  colla e non si poteva mangiare, della ritirata di Caporetto, del ponte del Tagliamento fatto saltare per ritardare l’avanzata austriaca sulla pianura del Veneto.
  Quando raccontavano di quei giorni di guerra, essi sembravano lieti, come se volessero dire che erano ben felici di essere scampati da quell’inferno: non lo dicevano, ma gli si leggeva in faccia, mentre accennavano e chiedevano conferma a uno che chiamavano Serge’, per il fatto che era stato il più alto in grado, cioè sergente.  Vi teneva banco anche uno più giovane e che non aveva fatto la guerra, ma che, negli anni del dopoguerra, aveva svolto il servizio di leva per due anni a Postumia.  Anche lui era stato sergente, ma parlava della vita militare come se fosse un esperto dell’attività bellica e, tanto più perché non era stato in guerra, gli altri lo chiamavano Badoglio, per prenderlo in giro. 
  Io proseguii ad andarci spesso, per alcuni anni, perché era anche un passatempo per me nelle sere d’inverno. Ma la barbieria durò fin dopo la seconda guerra mondiale, fino al referendum di Repubblica o Monarchia del 1946. Allora cominciarono a scontrarsi tra di loro: due erano fratelli, ma uno era monarchico e l’altro era comunista e repubblicano come anche il terzo barbiere. Cominciarono a dibattere, a scontrarsi, a non andare più d’accordo, sicché dopo la vittoria della Repubblica, la barbieria si sciolse ed ognuno dei barbieri si mise per conto proprio. Ma le  belle serate vivaci come quelle di un circolo finirono, col rammarico mio e di molti altri.