lunedì 13 marzo 2017

                           PRIMO ATTACCO AEREO

   Da settembre del ’43 i tedeschi erano anche nel nostro paese, sempre più odiati, e   noi sempre più in allarme per sfuggire alle loro retate improvvise. Solo un po’ di fascisti potevano guardarli con simpatia, alcuni con complicità.
   Infatti, comunemente non li avevamo mai sopportati, perché i nostri genitori avevano combattuto contro di loro sull’Isonzo e sul Piave e per vent’anni ci avevano raccontato delle loro battaglie e del gas che avevano buttato nell’offensiva di Caporetto. Tutta la propaganda e la retorica di Mussolini erano solo riuscite a sopire ma non a cancellare l’antipatia e l’antico rancore che avevamo per loro.
  In quei mesi d’inverno del ‘43, per tutti noi non era stata una vita serena, con la scarsa disponibilità dell’elettricità e con le luci spente per il coprifuoco, tanto che la sera ci si muoveva con i tizzoni come nel medioevo, con la penuria dei cibi, e i boati dei bombardamenti lontani e le minacce di retate dei tedeschi. Ma prima con lo sbarco di Anzio avvenuto da poco, poi con  le notizie che si captavano di nascosto da Radio Londra, ai primi fiori di marzo ci si aprivano speranze per uscire definitivamente dall’incubo in cui eravamo precipitati.
   Noi del paese andavamo in campagna come sempre.  Anche quel giorno degli ultimi di marzo, io, mio fratello e mio padre ci eravamo andati.  Era una giornata bellissima, come erano le giornate di primavera di quegli anni. Come erano stati belli i giorni precedenti, benché turbati dai tanti avvenimenti di guerra, che però a noi sembravano lontani, anche se avevamo vicino i depositi di bombe e sopra di noi passavano ogni giorno veloci caccia e lenti stormi di quadrimotori che facevano tremare la terra col rombo sordo e lontano dei loro motori.
    Quando passavano i quadrimotori, quelli detti”Fortezze volanti”, io mi mettevo a contarli nel cielo così come erano disposti a squadriglie. Se volavano più in basso, erano in genere ventiquattro o al massimo trentasei, allora il bombardamento avveniva di solito un po’ vicino, anche lungo la ferrovia Roma- Firenze; se ne contavo intorno a ottanta o centoventi, allora non solo si vedevano altissimi, ma poi il bombardamento avveniva abbastanza lontano, in direzione di Orte o di Civitavecchia.
  Quel giorno invece ero da solo a vangare e vidi improvvisamente due caccia angloamericani che da Montorio a bassa quota   saettarono oltre Montelibretti, uno dietro l’altro.  Subito dopo, il primo aereo fece una sventagliata di mitragliatrice: immediatamente  vidi innalzarsi un fiammata e poi una colonna di fumo. Poi vidi che il primo caccia fece un giro intorno alla zona del fumo, ma non vidi più l’altro aereo che lo seguiva e immaginai che la fiammata l’avesse inghiottito e arso.
  Difatti lo vidi dopo liberati, nell’estate , quando gli inglesi requisirono noi giovani per portarci  ogni giorno con i camion nelle scuderie di Montemaggiore per accudire muli e cavalli in cambio di poche Am-lire, con cui ci pagavano. Ogni volta che passavamo, vedevo la carcassa di quell’aereo poggiata fra gli ulivi a metà costa di una collina, sulla destra della strada prima di arrivare a Montemaggiore. E vi restò ancora per più di qualche anno, prima che  i contadini ne liberassero il terreno per i loro lavori.



lunedì 9 gennaio 2017

                 IL  NATALE NEGLI ANNI TRENTA
  Ricordo vagamente  il Natale dei miei anni da ragazzo. Ricordo quelli degli anni  nelle scuole elementari, perché nelle aule si doveva costruire il presepe e a noi alunni si chiedeva di portare muschio e qualche rametto di pungitopo con le bacche rosse attaccate ai loro cladodi. Per me era una disperazione, perché la mia campagna era tutta assolata e il muschio non riuscivo a trovarlo.
  Ricordo chiaramente che molti, specialmente le donne, andavano alla novena, soprattutto perché c’era qualche frate predicatore che veniva dal convento dei Passionisti. La predica della novena era qualche cosa d’importante, perché era fatta di racconti, di riferimenti al Vangelo e alla Bibbia, di parole che andavano a toccare gli animi e che incantavano gli ascoltatori. Quasi come in teatro.
  E le novene e le prediche in chiesa forse erano il teatro dei poveri e della gente che neanche sapeva leggere un giornale. Insomma, nelle sere d’inverno, riempivano il vuoto dopo le fatiche dei campi, creavano un mondo immaginario  con la magia delle parole e scuotevano emotivamente gli animi della gente da quel torpore passivo di cui era fatta la rassegnazione alle disgrazie e alle cattive stagioni.
  Allora nelle case non si facevano né presepi né alberi di Natale: i soldi erano rari e le case erano troppo anguste.  Ricordo la cena della vigilia, i giochi e i racconti che avevano il tono delle favole, ma a volte anche di fatti che a noi piccoli incutevano paure. Era una cena povera, che però si allungava con frutta secca, specie con mandorle, perché mio padre aveva nella nostra campagna molti mandorli di diverse varietà, anche quelle col guscio che si rompeva con la semplice pressione delle dita.
  Ricordo però anche i ciocchi nel focolare, la sera della vigilia messi in un gran fuoco per  Gesù Bambino che scendeva dal camino a riscaldarsi. Si creava così un alone fiabesco così fascinoso che noi bambini ci credevamo davvero e restavamo in attesa della visione e del miracolo. Chissà se ci credevano anche le nostre mamme, le nostre zie e le nostre nonne riunite insieme e indaffarate per preparare ciambelline e pangialli con mandorle, fichi secchi e bucce di arance?.
   Per tirare la serata alla lunga c’era anche il gioco della “pilocca” per i più piccoli, con gli spiccioli dentro e noi bendati col pestello in mano. Un gioco che durava  solo poche decine di minuti. Poi le donne andavano alla messa di mezzanotte. E noi ragazzini ci mettevamo intorno al focolare a sbattere le molle nel ciocco per vedere scoppiettare faville lungo il camino. Poi stanchi attendevamo il  ritorno delle donne  tra sbadigli e sonnolenza. Altri tempi, allora, quando non erano pochi quelli che magari avevano un ciocco, ma non avevano gli spiccioli per la “pilocca”  e non avevano molto di più di un pezzo di pane e quattro stracci per coprirsi.


martedì 11 ottobre 2016

                                         MAREMMANA
   Il mio paese è collegato mediante la Maremmana Inferiore. Non ho mai capito perché sia stata chiamata così, ma certamente è una strada che mi richiama un’infinità di ricordi, a cominciare da quando ero bambino ed essa era una strada bianca, cioè coperta di breccia.
   Mi ci rivedo al margine di un fiume di gente, quando avevo cinque anni, e mia madre mi portava per mano durante la traslazione della salma del passionista Padre Bernardo, che poi è stato proclamato  Beato.
   E mi ci rivedo quando potevo avere si e no sei o sette  anni e, d’estate, vi corsi scalzo, con altri più grandi, a vedere  lo “sconcassè” (forse dal francese “concasseur”) che con un rumore d’inferno macinava grosse pietre a circa un chilometro da casa, riducendole in breccia per la nuova pavimentazione della strada. 
   Quel giorno, dopo un po’ che avevo visto quella frantumazione di pietre , me ne tornai da solo e, dopo aver  camminato un centinaio di metri al sole rovente, vidi un serpente che mi attraversava la strada e che mi parve lungo quanto era larga la stessa strada, cioè almeno sei metri: certamente questa lunghezza non era reale, ma frutto della mia impressione di bambino, che però mi è rimasta incancellabile.
   Tutta quella breccia “trebbiata”  dallo  “sconcassè” veniva trasportata con un camion con gomme piene e  che veniva messo in moto con la manovella inserita anteriormente nel motore. La breccia veniva scaricata dal camion in mucchi distanziati al margine della strada, poi manualmente distribuita con le pale sulla superficie stradale e, quindi, ricoperta con brecciolino più fine.
   Il traffico stradale era allora costituito dal passaggio di qualche camion, raramente di qualche vettura, soprattutto di  parecchie “vignarole e carrettini tirati da cavalli, nonché da due autobus, che noi dicevamo “i postali” perché  portavano anche la posta: uno andava direttamente a Roma per la Tiburtina e l’altro andava alla Stazione di Fara Sabina sulla Salaria.
  Forse un anno dopo, però, arrivarono altri camion con l’asfalto e la strada bianca divenne nera e levigata, e, poiché l’asfalto veniva compresso con rulli cilindrici, non fu detta da noi solo “Strada romana” ( perché conduceva Roma) ma anche “Strada cilindrata”, cioè strada con l’asfalto compresso con cilindri o rulli pesantissimi.    
   A volte mi ritorna in mente il flusso delle macchine verso Roma per effetto delle deviazioni del traffico della Salaria. Quando accadeva, per noi ragazzini era un spettacolo. Tutte le auto che dal Piceno, dal Reatino e da parte dell’Aquilano  andavano verso Roma, a causa delle tracimazioni del Tevere, venivano dirottate sulla Maremmana all’altezza di La Creta per poi passare da noi. Noi ragazzi c’incantavamo a vedere il flusso continuo e meraviglioso delle vetture, delle corriere, dei camion, che andavano verso Roma in una colonna senza fine.
   Un altro ricordo che mi torna in mente è quello del Giro  d’Italia. Ero ragazzo, forse era nel 1937 e stavo con tanta gente al Mascherone, in paese, lungo la  Maremmana. Cominciarono a passare una dopo l’altra un’infinità di auto colorate e piene di scritte pubblicitarie che precedevano la corsa.     
   C’era un gran vociare di megafoni da quelle auto commerciali per propagandare prodotti industriali, come in una fiera di ambulanti; anzi molte macchine offrivano e gettavano sulla strada cappellini con scritte reclamistiche e piccole confezioni dei loro prodotti. Era davvero una festa per noi ragazzini. Ad un certo punto, dopo qualche ora di quella fiera  vociante, alcune auto, con l’altoparlante, annunciarono la vittoria di Bartali nella scalata del Terminillo. Batterono tutti le mani perché era già cominciato il tifo dei bartaliani. Poi passò tutto il gruppo dei corridori e dopo mezzora la Maremmana si svuotò e ritornò subito nel silenzio della normalità.
   Non ricordo se fu l’anno dopo  che vidi un’altra volta il passaggio del Giro.  Quel giorno mio padre mi disse di portare le pecore al pascolo lungo il greto del Risecco, dove potevano trovare tant’erba da saziarsi e poi di condurle in un terreno attiguo al fosso e confinante con la Maremmana.
   Ero in quel campo con le pecore, quando cominciarono a passare  le auto colorate di scritte sulle fiancate in un susseguirsi che pareva interminabile. Però allora si era in campagna, e tutta quella colonna di auto passava quasi in silenzio; si sentivano solo il rumore dei motori e delle ruote sulla strada. Per me era ugualmente uno spettacolo entusiasmante, specialmente quando il gruppo dei corridori mi passò davanti e subito scomparve nelle curve col fruscio leggero delle biciclette.
   Nacque allora il mio tifo per Bartali e un accanito interesse alle notizie degli avvenimenti ciclistici, che seguivo sui giornali, ma che poi mi crebbe a dismisura con la televisione.
   Un altro fatto importante che io vedevo in quegli stessi anni del ciclismo, ma che forse avveniva da secoli, era la transumanza dei pastori con le loro pecore, che da noi accadeva proprio sulla Maremmana. Il nostro paese era una loro sosta, appena fuori però, in un uliveto del principe Torlonia di circa una dozzina di ettari.
  Le pecore scendevano a centinaia e centinaia dai pascoli montani dell’Alta Sabina, certamente da Leonessa e dal Terminillo, ma forse anche da altre località del Reatino e dalla zona di Amatrice, negli ultimi giorni di settembre, perché l’affitto dei pascoli per il periodo invernale tradizionalmente datava dal giorno di San Michele. Ripassavano da noi, risalendo dalla campagna di Roma verso i monti della Sabina a cominciare dal giorno dell’Annunziata, in cui cessava l’affitto del pascolo  e i prati venivano destinati alla fienagione. Le date allora si davano con i giorni dei santi nel mondo dei contadini e dei pastori, forse secondo la tradizione dei secoli  passati.
   Sia all’andata che al ritorno le greggi si fermavano in quell’uliveto per una notte prima di riprendere il cammino verso la campagna di Roma, in quello che era il loro territorio di pascolo a Monte Sacro   e che stava allora diventando  Città Giardino con i progetti edificatori del fascismo.
   Quella sosta era l’occasione per mio nonno per comprare una punta di castrati da macellare uno o due per ogni settimana nella sua piccola macelleria  dentro la parte vecchia del paese; e l’occasione per mio padre per comprare una punta di pecore in parte  per allevarle  per il formaggio e la lana, e in parte per macellarne una o due per settimana nella sua piccola macelleria nella parte nuova del paese.
   I preliminari dell’acquisto venivano fatti ospitando a cena i vergari in casa di mio nonno o in casa nostra. Fu così che gli ospiti di casa nostra insegnarono a mia madre come cucinare gli spaghetti alla matriciana, rigorosamente in bianco e con una variante però: mettere sul guanciale un po’ di acqua per rendere più leggero e più digeribile quel piatto sostanzioso e saporito. Un piatto che ricordo da sempre, perché mi richiama molti particolari di quei tempi.
  Ma poi venne la guerra, la seconda guerra mondiale. Tra le prime cose che vennero a mancare, oltre al sale bianco e al pane per chi non aveva grano, fu il carburante per le auto,  specialmente per le corriere. Con la politica  dell’autarchia, si realizzarono motori a gasogeno che furono applicati alle corriere.
  Così anche sulla Maremmana agli autobus che viaggiavano sulla linea del nostro paese per Roma furono applicati i motori a gasogeno, con la camera di combustione, a forma di un grosso cilindro  con più di mezzo metro di diametro ed alta quanto l’autobus, applicata all’esterno della parte posteriore dell’autobus.
   La camera di combustione veniva caricata di acqua e di carbone o carbonella. Quindi l’autobus partiva pieno di viaggiatori a velocità ridotta, perché la sua forza di trazione ne risultava quasi dimezzata.
    Lungo il viaggio,  a volte non c’era più carbonella disponibile; allora l’autista e gli stessi viaggiatori si davano alla caccia  di pezzi di legna da ardere, specialmente di fascine, di frasche e   tralci secchi delle potature nelle vigne dei campi che fiancheggiavano la strada. A volte  l’autobus  non riusciva ad andare sulle salite; ed allora erano i viaggiatori a scendere ed a spingere l’autobus fino al superamento della salita.
 Accadevano scene  drammatiche, specialmente per i ritardi, che danneggiavano i viaggiatori. In genere, finiva tutto nella  rassegnazione della gente, che però si sfogava con le barzellette sull’autarchia e sulla presuntuosità del governo che  voleva fare la guerra senza possedere le necessarie risorse.

  






lunedì 26 settembre 2016


Pubblico qui questa mia recentissima composizione

             VECCHIO
Ora, vecchio, mi affiorano di dentro
Figure amiche, antiche mie frequenze
Del tempo mio fanciullo e giovanile:
Vengono e vanno in brevi evanescenze
E tremolii di cuore,
Dentro un mondo ora dolce  ora amaro
Di presenze ed assenze,
Che stanno e ristanno
In un presente senza consistenze.


giovedì 15 settembre 2016

                         ACQUA E IGIENE NEGLI ANNI TRENTA

   Nel nostro paese eravamo fortunati per l’acqua. Sin dal Seicento i Borghese vi avevano costruito un centro di mulini e frantoi idraulici, captando l’acqua da una sorgente di Monte Gennaro mediante un condotto scoperto cui i paesani potevano attingere liberamente. Poi furono captate le acque  da Sant’Angelo e negli anni trenta avevamo cinque fontane da cui attingere acqua e un lavatoio con tre vasche per insaponare i panni, per ripassarli e risciacquarli.
   Nelle fontane c’era sempre un andirivieni di donne sulla, che portavano acqua in casa con le conche di rame sulla testa. Il posto della conca in casa era nell’acquaio, cioè a nnu sciacquaturu. E nella conca, o appeso alla parete, c’era u sotellu, cioè il ramaiolo, con cui ognuno beveva a suo piacimento attingendo dalla conca, senza bisogno di bicchieri.
   Meno che sull’acqua, si lesinava su tutto, anche perché c’era davvero poco. A cominciare dalla casa. I più poveri avevano un’unica stanza, la stessa per vivere, per mangiare, per dormire e per morire. Anche con sette o otto figli. Ed allora di figli se ne facevano molti, a parte la “battaglia demografica” del Duce, sia perché a non farli era peccato secondo il prete, sia perché erano una risorsa per la famiglia e per i vecchi (che allora non avevano la pensione) sia perché ne morivano anche tanti:  ad una mamma che ne aveva avuti una ventina ne erano rimasti appena sette.  I meno poveri, o che stavano un po’ meglio, avevano due stanze, una per cucinare e una per dormirvi tutti insieme. Solo alcuni avevano più di due stanze per la propria abitazione. Ecco perché durante tutta l’estate quasi tutti i maschi dormivano in campagna, nelle capanne di paglia o sotto gli alberi più folti per ripararsi dalla guazza.
   Comunque, a parte quelle di alcune famiglie, in nessuna altra casa c’era il bagno, cioè non c’era il cesso. Perché non c’era l’acqua corrente, non c’erano le fogne, anche se nella parte nuova del paese c’erano gli scoli per l’acqua piovana. Nelle cucine invece c’era un secchio posto sotto l’acquaio per la raccolta dell’ acqua usata, che spesso veniva buttata per la strada.
   D’altra parte, proprio perché mancavano i bagni, c’erano gli orinali (i rinali) sotto i letti, cioè i vasi da notte, e su trespoli in ferro i bacili per lavarsi le mani e la faccia al mattino. In verità molti letti erano fatti di tavole con sopra pagliericci imbottiti con brattee di granturco che fungevano da materassi.
   Il secchio sotto l’acquaio consentiva il recupero della sciacquatura dei piatti, che veniva riciclata per il beverone dei maiali, custoditi nei “fratticci” posti fuori dell’abitato, ma qualche volta anche nelle stalle poste sotto le case.
   La pulizia personale era davvero un bel problema, che però troppo spesso non si poneva affatto come un vero problema. Pareva del tutto naturale lavarsi solo la faccia e qualche volta, ma solo qualche volta, anche tutto il corpo, con la piccola bagnarola di latta posta in mezzo ad una stanza. Come non era affatto un problema per i maschi andare per i propri bisogni corporali appena fuori del paese, dietro un cespuglio o al riparo di qualche pietraia.
   Che la pulizia personale non fosse un problema era un’idea che veniva da lontano, forse dal medioevo. Forse da certe prediche di cui si sentiva ancora l’eco. Perché bisognava curarsi l’anima e non il corpo, che era fonte di peccato, specialmente se si faceva il bagno, in cui ci si prendeva cura delle parti intime. Come era anche fonte di peccato il corpo delle donne per diaboliche tentazioni, per cui andava coperto sino al capo per nascondere i sensuali capelli, con grandi fazzoletti  legati sotto al mento, come si vedono ancora in certi quadri di cose sacre, ed oggi ancora in molte donne islamiche immigrate.
   Ricordo che un vecchio prete, verso il 1960, mi diceva che il sapone e il bidé erano strumenti inventati per opera del diavolo. E ricordo che un vecchio del mio paese si vantava di lavarsi la faccia, ma solo la faccia, ogni settimana, perché gliela lavava il barbiere col pennello e il rasoio facendogli la barba.
   Ed erano normali i pidocchi delle bambine e le pulci e le cimici nei letti. Oggi sembra incredibile, dopo il DDT e altri insetticidi, ma specialmente per  la disponibilità dell’acqua nelle case. Anzi penso che per i giovani di oggi queste cose siano proprio incredibili; e che non possano immaginare di vedere mamme spidocchiare i capelli delle figlie e schiacciare i pidocchi fra le unghie dei pollici anche in mezzo alle strade, come era comune allora e come era naturale per noi ragazzi.
   La pulizia personale non era un problema, come invece era per gli antichi romani, che non potevano vivere senza il bagno quotidiano. E come è per gli islamici, per i quali l’abluzione del corpo è purificazione rituale obbligatoria, sia nella forma di abluzione minore che in  quella di abluzione  maggiore.
   C’era anche da noi una specie di abluzione rituale, ma riguardava la casa e si svolgeva  con le cosiddette pulizie di Pasqua. Allora, nei giorni precedenti la Pasqua, le donne pulivano la casa a fondo e le più giovani spiccavano gli utensili di rame dalle pareti delle cucine, li portavano vicino alle fontane e li lucidavano con la pozzolana, per farli brillare come nuovi, sicché, per asciugarli, ne facevano spettacolo per tutto il giorno, anche per dimostrare lo stato della propria agiatezza nei confronti dei meno agiati e dei più poveri.
   Il mondo allora era fatto anche di queste miserie; ma in fondo oggi non è molto cambiato, perché si mostrano auto più o meno potenti, orologi di pregio e altro con lo stesso intento d’allora.
   Il problema dell’igiene però non riguardava solo gli adulti, ma specialmente i bambini di due, tre, quattro anni che venivano lasciati a giocare per la strada polverosa col sederino nudo sotto gli abitini comuni ai maschi e alle femminucce, perché le mutandine si sarebbero dovute lavare ogni momento a causa dei loro bisognini fatti per la strada. E ciò era la causa di molte loro malattie intestinali e della morte di numerosi bambini.
   L’igiene dipendeva anche dalle bestie, cioè dalle galline, dai somari, dai buoi, dai cavalli, ecc. custoditi nelle stalle accanto alle case o che razzolavano liberamente per le strade, con il relativo letame  e con le mosche, le pulci e le zecche dei cani e dei gatti. Per questo di tanto in tanto veniva emessa qualche ordinanza per l’allontanamento delle bestie dall’abitato, ma restavano sempre disattese, proprio come le grida manzoniane, anche se quello era il tempo del fascismo, quello del credere obbedire e combattere. Ma il Duce allora aumentava le tasse a tutti per andare con la guerra a costruire le strade e le case agli abissini in Africa. Anzi chiedeva il dono delle fedi dei poveracci per le sue conquiste. E intanto da noi si seguitava a vivere nella miseria.

   Il problema dell’igiene durò anche dopo la guerra, fino a  quando vennero le macchine agricole che fecero scomparire gli animali: asini, buoi, cavalli e tutte le altre bestie. Però io non sono affatto convinto che le macchine siano più pulite delle bestie; certamente non sono ecologiche come gli animali, tanto che producono gas venefici, polveri sottili e rumori tremendi, non il nobile letame che nutre ogni pianta e ci dona ogni bendidio della natura.  

lunedì 5 settembre 2016

                                   OTTO SETTEMBRE 1943

    L’otto settembre  nel mio paese è la ricorrenza della Madonna del Passo.
Quel giorno del 1943 io ero in campagna, ma credo che abbiano fatto solo la cerimonia in chiesa e una mesta e piccola processione al mattino. Da un po’ di tempo non c’erano più feste e si pregava forse solo perché finisse subito la guerra, non più per la vittoria, come quando Mussolini dichiarò la guerra il dieci giugno 1940 e quando voleva spezzare le reni alla Grecia. Ormai le avevamo noi le ossa spezzate, anzi una parte ce le tenevano in mano gli Angloamericani, che avevano conquistato parte del Mezzogiorno.
    La  sera di quell’otto settembre  ancora faceva caldo, anche se c’era un po’ di vento. E pareva una sera addormentata dentro una luce ormai fioca. Ma ci fu un’esplosione di tripudio, quando la radio comunicò il proclama di Badoglio.  Lo scampanio risuonava dentro le case e la gente si riversò nelle strade in gruppi festosi.
   Anche io uscii per la strada e per qualche ora partecipai al tripudio; nei gesti e negli occhi della gente c’era allegria per la fine della guerra e la speranza gioiosa di riabbracciare figli e fratelli che sarebbero tornati sani e salvi dai lontani fronti di guerra.
   Quando però tornai a casa per la cena, trovai mio padre con la testa  fra le mani e i gomiti appoggiati sul tavolo, come di solito faceva nei momenti difficili; e quando io dissi che fuori facevano festa, egli mormorò: Adesso comincerà la guerra, e sarà tragica! Io allora rimasi di sasso, tra l’incredulo e il dubbioso.
   La mattina dopo, sul tardi, come al solito col mio somaro m’incamminai verso la campagna, attraversando il paese lungo la provinciale, e subito incontrai una lunga fila di centinaia e centinaia di soldati inquadrati che, sudati e stanchi, marciavano in direzione di Tivoli. Erano reparti della divisione Re, provenivano  dalla Jugoslavia ed erano scesi dal treno a Passo Corese; ricordo che portavano la cravatta rossa.
   Proseguendo, all’altezza di Via Oberdan, vidi molti soldati spianare improvvisamente i fucile in atto di sparare e molti altri che sfilavano le bombe a mano per lanciarle dietro di me. Io mi volsi e vidi che dalla direzione di Tivoli era giunta una camionetta con quattro ufficiali tedeschi, mentre udivo il concitato ordine dei nostri ufficiali: Ragazzi non sparate! Non sparate! Non abbiamo ordini, ragazzi non sparate! Vidi che i nostri soldati abbassavano i fucili e rimettevano in tasca le bombe, poi mi voltai e vidi i quattro ufficiali tedeschi, impassibili e rigidi come se fossero di marmo, andare via incolumi verso Montelibretti sulla camionetta, che si era arrestata.
  Ripresi il cammino e, uscendo dall’abitato, udii continui scoppi di bombe in direzione di Monterotondo, che mi si scopriva di fronte, oltre le colline, in fondo alla valle del Tevere. Si vedeva anche il fumo delle bombe ed avvertivo che quello non era un bombardamento, ma una vera battaglia che si combatteva a pochi chilometri da noi.
   Comunque per qualche giorno non sapemmo niente di ciò che era avvenuto; lo sapemmo diversi giorni dopo, ma sempre confusamente, perché le notizie ci giungevano  per sentito dire. Sapemmo che c’era stata una battaglia tra i nostri soldati e i paracadutisti tedeschi, cui avevano partecipato anche i cittadini di Monterotondo, da sempre notoriamente antifascisti.
   Il giorno dopo, cioè il nove, vidi gli stessi soldati della divisione Re, che tornavano indietro dalla strada di Tivoli, questa volta non più inquadrati, ma a gruppi senz’ordine, tutti senz’armi, molti con le divise in disordine, altri  già vestiti in borghese, alcuni avevano un asino e uno ci stava sopra a cavalcioni. Non parevano più soldati, ma  giovani che camminavano a gruppi come se tornassero da una gita o da un pellegrinaggio, perché i loro comandanti li avevano abbandonati senza ordini, senza un capo. Era impossibile capire quello che stava accadendo.
  Qualche giorno dopo cominciarono a tornare anche i militari compaesani dislocati nelle varie città italiane. Giungevano alla spicciolata, a piedi o con mezzi di fortuna, tutti però senza divisa militare ma vestiti con abiti di fortuna,  avuti cortesemente dalla gente dei vari luoghi attraversati, per non essere presi dai tedeschi.
  Un mio cugino, che aveva idee fasciste, si stava rivolgendo in piazza verso alcuni di questi soldati, rimproverandoli del fatto che abbandonavano il servizio, invece di combattere contro gli inglesi. Lo sentì mio padre, che, irato, lo prese a schiaffi davanti a tutti.
   Dopo una settimana tornò anche mio fratello, del Sesto Bersaglieri di Bologna, che con un viaggio fortunoso ebbe la possibilità di giungere a Monterotondo, dove una parente che l’accolse gli parlò della battaglia di pochi giorni prima, e di là a piedi e per strade di campagna, se ne tornò a casa.  
   Intanto, dopo due giorni dal proclama di Badoglio mi pare, ci fu nel nostro territorio uno sciamare di prigionieri inglesi del campo di Santa Maria di Montelibretti, sulla Salaria. Cercavano di rifugiarsi sulle montagne o nascondersi nelle nostre campagne per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi.
   Si stava avverando la previsione di mio padre, ed io cercavo di capire perché stava avvenendo quel disastro.  Col tempo e con le letture dei giornali, poi mi sono sempre arrovellato sulla funzione di quei reparti della divisione Re, richiamati dalla Jugoslavia ed avviati alla difesa della Tiburtina, dove c’erano già schierate altre divisioni, come la Centauro, e dove sarebbe passata la famiglia reale in fuga verso Brindisi.
   E mi sono poi sempre chiesto come mai i tedeschi non abbiano attaccato il re in fuga con i loro paracadutisti e i loro aerei, come mai il re e i suoi generali abbiano lasciato senza ordini il nostro esercito e come mai i tedeschi abbiano potuto prelevare il Duce dal Gran Sasso senza dover combattere. Tutto questo è un mistero che non potrò conoscere, ma che vorrei proprio conoscere. Anche se immagino cose non impossibili o anche facilmente immaginabili, che però non si possono documentare.

  

venerdì 12 agosto 2016

                                  CI HANNO CAMBIATI.

   E’ cambiato il tempo. E’ cambiato il mondo. Siamo cambiati noi. Anzi ci hanno cambiati. Avevamo bisogno di poco ed ora ci hanno indotti ad avere bisogno di molto, sempre di più, senza accontentarci mai. E non abbiamo più quiete, non abbiamo più pace.
    Io allora ero ragazzo e andavo con le pecore. D’inverno mi bastava un pezzo di pane con un pezzetto di formaggio o  quattro fichi secchi. Non avevo neanche il cappotto, e non morivo di freddo. Guardavo il sole e l’ombra di un albero o di una siepe per sapere l’ora che m’interessava. Se era nuvoloso o pioveva, interpretavo l’ora a seconda dell’intensità della luce del giorno. A nessuno di noi serviva l’orologio.
   Solo una volta mi feci prendere dall’oscurità ancora con le pecore al pascolo, e tornai a  casa che era già notte. Ma pioveva da vari giorni, con ramate di pioggia che si susseguivano secondo le nuvole spinte da folate del vento di ponente; ed io mi riparavo dall’acqua per l’intera giornata accucciandomi e tenendo basso l’ombrello per parare gli scrosci sventagliati di taglio. Senza un tuono o un lampo, perché era di novembre; ed allora i temporali cominciavano sempre di marzo, sempre col “primo tuono di marzo”, come allora si diceva, fino a tutta l’estate.
Poi pioveva, pioveva solamente, durante l’autunno e l’inverno, senza tuoni né lampi.
   Ora è cambiato anche il tempo, tuona sempre, d’estate e d’inverno, e non ci si capisce più niente.  Non si capisce più niente con le stagioni , ma non si capisce più niente neanche con la frutta. D’inverno nei negozi si vendono i pomodori e i carciofi e le zucchine, poi con la primavera e l’estate, trovi le mele e le pere dell’anno prima. C’inducano a comprare sempre primizie, sempre contro stagione.
  Ci hanno indotto sempre più nuovi bisogni; bisogni che allora ci apparivano impensabili. Corriamo guardando l’orologio perché non abbiamo più tempo. E vogliamo tutto subito, sempre più subito, in poche ore vogliamo arrivare in capo al mondo, anche se dopo arrivati non sappiamo più che fare.  
  Allora si comunicava lontano  con le lettere e le cartoline per i saluti, si attendevano le risposte con pazienza e si cantava e si rideva. Ora le persone parlano con i cellulari, si affannano a dire sempre le solite chiacchiere:  sembrano matti che parlano da soli camminando per la strada. Si vuole dire subito tutto e forse non si pensa  neanche a quello che si dice. Ma intanto tutti parlano delle solite chiacchiere banali, che invadono il mondo. E solo pochi sanno stare zitti.
   Allora camminavamo a piedi, e molti non avevano neanche le scarpe buone per camminare. E le gite erano quelle in campagna, o fuori porta, come si diceva a Roma. Solo i maschi che erano partiti per il militare e quelli che un tempo erano emigrati raccontavano di luoghi lontani. Molti, specialmente le donne, vivevano, lavoravano, stavano per tutta la vita lì dove erano nati, senza mai vedere altro posto, neanche un paese vicino, magari per andarci alla fiera.
   Ora tutti vogliono andare in vacanza, tutti corrono per vedere il mondo, anche quelli che non hanno i soldi e fanno prestiti per prendere l’aereo o pagare l’albergo a mille chilometri lontano. E corrono e corrono guardando le strade, i monumenti, i resti delle più antiche civiltà così come si sfogliano e si guardano raccolte di cartoline o come le figure che scorrono sullo schermo  di un televisore standosene seduti a casa. Solo che fanno le foto ad ogni passo con l’ipad  e se le portano a casa solo per far vedere dove sono stati.
  E sono contenti perché hanno visto. Perché poi ricordano solo figure di edifici e di strade; e qualche sensazione, magari di fame, di sete, di stanchezza.  Ora si va per il mondo perché ci hanno indotto anche il bisogno di vedere, di fare turismo, per lo sviluppo culturale, come dicono loro. Sicuramente si sviluppa l’industria turistica; e corrono rivoli e fiumi di soldi. Così la gente ha sempre più l’ansia di correre e non si accorge del tempo che passa.   
   Ricordo i vecchi che si mettevano al sole d’inverno, all’ombra d’estate; ed erano assorti ad ascoltarsi di dentro, perché avevano assaporato il loro tempo, l’avevano vissuto ascoltandolo minuto per minuto nel loro silenzio e nelle loro attività, nelle loro amicizie, nelle loro emozioni, nei loro canti distesi, nei loro momenti di attesa, di silenzi, di dolore e di raccoglimento. Avevano davvero vissuto, perché avevano avuto tempo, senza l’ansia di correre guardando l’orologio.
  A settant’anni sentivano di aver accumulato fatti e sentimenti ed erano stanchi di vivere, sentivano di essersi riempiti della propria esistenza, di quella dei cari e della gente con cui avevano cantato, riso insieme in allegria, lavorato, sofferto in confidenza.

   Noi invece dobbiamo correre, dobbiamo sempre andare di fretta, per arrivare presto, per andare e per tornare. Io non ci capisco più. La vita non può essere una affannosa rincorsa del tempo. Invece potrebbe essere vissuta quasi fermando il tempo dentro di noi, con i nostri pensieri e con le nostre emozioni. Ma hanno inventato una vita in cui il tempo ci sfugge e non lo troviamo più. Perché dobbiamo produrre sempre di più e consumare sempre di più, pagando sempre più tasse. E lo chiamano progresso. Penso che ci abbiano rubato il tempo. E non sappiamo più come fare per vivere un momento di vita allegra e spensierata. Magari senza fretta,  anche se  solo con un pezzo di pane.