sabato 17 marzo 2018


Pubblico qui di seguito questa poesia tratta dal mio
PAGINE DISSEPOLTE auto edito da Youcanprint.

LA BEFANA E BABBO NATALE
 (Composi questa mia poesia ironica nel 1977, quando negli atenei ancora si discuteva del sei politico, da tre anni erano in vigore i Decreti Delegati Malfatti, fu soppressa la festa dell’Epifania, ed io insegnavo nella scuola elementare)

Soffia il vento nella notte:
Dentro il mondo scuro scuro
Chi si arrampica sul muro?
Chi cammina quatto quatto
Sulle gambe come un gatto
Sulle tegole del tetto?
                  Soffia il vento nella notte!

Forse, forse è la Befana,
La Befana della nonna,
Che va in cerca del camino
Per portare ad un bambino
I suoi doni nelle calze,
Nelle calze a buchi e a toppe?
                 C’è la luna nella notte!

Sulla scopa va la Vecchia,
Va la Vecchia brutta e nera;
Cerca, cerca sopra il tetto,
Ma non trova il caminetto
Per discendere al lettino,
Dove un bimbo sogna e dorme.
                Stan le stelle nella notte!

Brutta strega, la Befana
Sa i cattivi e quelli buoni,
Riconosce quelli attenti,
Quelli bravi nella scuola
Ed a questi porta i doni,
Ma a quegli altri, ai più cattivi
Porta cenere e carboni
Nelle calze a buchi e a toppe.
                    Punge il gelo nella notte!

Brutta strega, vecchia, antica,
Tutta rughe, senza denti,
Tutta occhi sempre intenti
A guardare chi fa bene,
A guardare chi fa male,
Per portare al più birbone
Solo cenere e carbone
Nelle calze vecchie e rotte!
                  Gufa il gufo nella notte!   

Fuori! Fuori la Befana,
La vecchiaccia d’altri tempi!
Dalle case sia bandita!
Non vogliamo ch’essa giudichi
Chi fa bene e chi fa male,
Non vogliamo che il più buono
Sia distinto dal furfante!
                  Va la volpe nella notte.

Siamo uguali e non vogliamo
Che al pigrone, che al cattivo
Venga detto che sia tale,
E vogliamo che chi studia
E sui libri sgobba assai
Al somaro resti uguale.
                Tutto tace nella notte.

Fuori! Fuori! La Befana
Sia beffata, sbeffeggiata,
Sia derisa, sbertucciata,
Sia schernita, sia bandita,
Maltrattata, sia punita,
Sia punita con le botte,
Sia cacciata in una tana
Con la testa e le ossa rotte!
              Soffia il vento nella notte.

Venga qui Babbo Natale,
Che col candido barbone
Assomiglia ad un caprone!
Sarà sempre applaudito,
Perché vecchio e rimbambito
Non distingue il più poltrone,
Non distingue il buono a nulla,
Porta i doni a tutti quanti,
Sia ai buoni che ai birbanti!
               Venga qui col suo mantello,
               Suoni, suoni il campanello.  

Venga, venga, e qui ci vuoti
Tutto intero il suo gran sacco:
Tu ti prendi quel cartoccio,
Io mi prendo quel gran pacco,
Lui si prende quel fantoccio,
Quel si prende il suo trenino.
Con lui sì che siamo amici,
Siamo uguali e anche felici!
                Venga presto dal monello,
                 Suoni, suoni il campanello!

Che c’importa, che c’importa
Se ci credono marmocchi
Tutti furbi e intelligenti?
Siamo ormai tutti Pinocchi
Nel paese dei balocchi,
Senza voti né qualifica,
Con soltanto la verifica
Nel rapporto con noi stessi:
Sia piccini che più grossi
Siamo ormai tutti promossi!
                 Suoni, suoni il campanello,
                 Ché gli apra quel monello!

Venga ognor Babbo Natale
Con quel candido barbone,
Col faccione gioviale,
Con l’aspetto di caprone!
Viva! Viva! Ci voleva
Un signore cosiffatto,
Un signore mentecatto,
Un signore che non vede
Ora il mondo com’è fatto!
                Venga presto dal monello,
                Suoni, suoni il campanello!

Venga qui Babbo Natale,
Qui nel mondo degli uguali,
Coi suoi doni si cancelli
Ogni segno di bravura,
Che il più sveglio lo gratifica
E il pigro lo mortifica:
Siamo tutti a una misura
Per rispetto della logica,
A dispetto del buonsenso
Che ci dona la natura!
               Venga presto dal cancello,
               Suoni, suoni il campanello!

Ma via vada questo falso
Giramondo di babbeo,
Che confonde col Natale
Lo scherzoso Carnevale!
Lasci il mondo tale e quale
Con i doni per i ricchi
E la fame dentro agli occhi
Dei più poveri; e non tocchi
Nelle tasche di chi ha
Qualche cosa, in carità!
             Suoni pure il campanello,
              Ma via vada quel cialtrone
              Col suo stupido cappello!

Vada, vada e a tutti dica:
Viva, viva i marmocchini!
Viva, viva i più cretini!
Viva, viva il fannullone
E chi vive e non lavora,
E chi in testa non ha idee
O le manda alla malora!
Dica, dica: Noi fondiamo
Una nuova società,
Che ha il suo fine nel progresso
Della nostra asinità!
                 Entri pure quel cialtrone,
                 Avrà calci nel sedere
                 E legnate sul groppone!           


domenica 11 marzo 2018


                  SCUOLA  LIBERTÀ  PERMISSIVISMO E…

   Leggo e ascolto notizie sulla scuola. Aggressioni di genitori ed allievi a maestre e professori, denunce, processi, fatti variamente incresciosi. Sbalordisco, mi si accappona la  pelle di vecchio alunno, maestro, direttore didattico.
   Mi tornano in mente ricordi e immagini: col mio grembiule come alunno, come maestro fra i banchi delle aule ad insegnare, come direttore didattico con maestri e maestre che venivano da me per espormi i più svariati problemi educativi che avevano  con i loro alunni, nonché per chiedere permessi e congedi, in un ambito di intesa, di collaborazione, di legalità mai arcigna.
   Non era sempre così, non erano sempre rose, affioravano qualche volta malcontenti e brevi e piccole discordie. Ma la scuola era la scuola! Le famiglie erano ai margini, quasi come sul sagrato, sui limiti di rispetto per la scuola, verso cui avevano stima, contribuendo con atteggiamenti ed esempi a valorizzarne l’opera educativa, esprimendo  ossequio e gratitudine verso coloro che operavano per educare e migliorare i loro figli.
  Infatti allora la scuola doveva essere ed era un ambiente educativo sereno, in cui gli alunni dovevano e potevano avere fiducia, per avere poi fiducia da grandi anche nella società e nello Stato. Infatti, quando un insegnante entrava in aula, essi si levavano in piedi, ammutolivano in segno di rispetto. E gli insegnanti potevano ed avevano l’obbligo di  richiamarli all’ordine, alla buona educazione, all’igiene della persona, alle norme di comportamento e all’apprendimento, poiché era loro assegnato prima di tutto un compito educativo.
  Questa era la scuola in cui gli alunni dovevano acquisire soprattutto il senso di responsabilità con i loro apprendimenti e  comportamenti verso se stessi, verso la società e verso lo Stato, per diventare persone responsabili e cittadini liberi.
   Questa era la scuola dentro una società che poggiava su capisaldi  quali la libertà, la responsabilità, la comunità.
   In riferimento alla libertà, oggi non mi pare che nella società ci sia la libertà di cui tutti cianciano; mi pare invece che ci sia la licenza, che troppi scambiano per libertà. E ciò si riflette nella scuola in cui famiglie ed alunni credono che gli operatori scolastici stiano alle loro dipendenze anziché al servizio dello Stato.
   In riferimento alla responsabilità, oggi non mi pare che si sentano esigenze di responsabilità, invece sono troppi quelli che esigono l’irresponsabilità nella permissività, l’ambiguità morale nella licenza. E a noi, usciti dalla Resistenza e dalla vecchia scuola, la licenza e il permissivismo educativo e sociale al posto della libertà e della responsabilità dolgono, fanno davvero male.
    In riferimento alla comunità, si può affermare che essa sia davvero venuta meno. Una volta  si    parlava di società educante. Ma la società è divenuta “liquida”, come dice un grande sociologo, almeno è divenuta “sfarinata”, come a me piace dire. Infatti non può esserci una comunità se s’impone un  modo individualistico di vita, se ognuno pretende che gli altri siano a suo servizio, che il rapporto con gli altri sia nell’indifferenza, se  gli altri siano comunque e sempre controparte, avversari, addirittura nemici. E ciò si riflette assai negativamente sulla vita e sull’opera della scuola.
   Se non c’è comunità non ci può essere educazione. Perciò da alcuni decenni coloro che possono hanno voluto l’istruzione, poi, peggio, hanno voluto la formazione, ed hanno parlato sempre meno di educazione.
   Senza educazione prevalgono gli egoismi e si mettono gli uni contro gli altri, la famiglia contro la scuola,  gli individui contro la comunità, contro le regole della comunità e della società, e, alla fine, le leggi dello Stato sono ostacoli da aggirare, da eludere, se non da contrastare.
  Senza la comunità, senza il senso di responsabilità non si dà valore alla libertà e non c’è futuro. Non c’è futuro per la scuola né per l’educazione, non c’è futuro per i giovani né per il popolo, Con le contrapposizioni dentro la scuola,  con l’istruzione  senza l’educazione non c’è futuro per il bene del popolo;  c’è solo il futuro per i pochi, i pochi che hanno e che possono perché hanno.
  Se si vuole indebolire e neutralizzare l’opera educativa della scuola con la false  e ipocrite motivazioni della sua democratizzazione e dell’affermazione della libertà degli alunni, si finisce col corrodere concretamente la democrazia, col tradire le nuove generazioni rese più facilmente manipolabili e col minare la solidarietà che caratterizza una  vera comunità. È davvero troppo!

sabato 5 agosto 2017

                      DOPO L’OTTO SETTEMBRE 1943

  Dopo che l’esercito italiano si era dissolto, i tedeschi si attestarono sul fronte di Cassino e divennero padroni del territorio. Nel nostro paese requisirono vari locali e vi si stabilirono.
  Con l’aiuto dei fascisti, che sembravano resuscitati, perlustravano le campagne per scovare gli ex prigionieri alleati usciti dal campo di concentrazione di S. Maria e che la popolazione aiutava a nascondersi nei luoghi più disparati. E poiché avevano bisogno di braccia per il carico e scarico di  munizioni e scavo di trincee e fortificazioni, facevano le prime retate di giovani, davano la caccia agli ex militari che non si erano presentati alle armi con la chiamata del governo fascista e perciò dichiarati renitenti e disertori.
     Tutti noi giovani cercavamo di sfuggire alle retate  e di nasconderci per non collaborare con i tedeschi, che erano odiati non solo per il ricordo della Grande Guerra, ma anche per il loro spirito aggressivo e la loro violenza militaresca.
    Mio fratello, tornato dalla Russia e poi da Bologna, per circa un mese salì sul Pratone di Monte Gennaro, dove si stava allestendo una banda di resistenza partigiana. Poi se ne tornò, forse perché la banda non riusciva ad organizzarsi e si andava sfaldando; non riusciva a prendere forma militare con chiarezza e scopi precisi (in qualche modo si organizzò mesi dopo e fu efficiente sotto vari aspetti, specialmente per il recupero di armi lanciate col paracadute e destinate alle varie bande di partigiani di Monterotondo e Tivoli).
   Io, che avevo allora diciassette anni, durante quello stesso mese me ne stetti sempre in campagna con le pecore. La notte dormivo  vestito, per terra, su un po’ di paglia, dentro un casaletto di una decina di metri quadrati e coperto da bandoni.
   La sera chiudevo ogni fessura per nascondere la pochissima luce che io cercavo di accendere per leggere qualche libro; infatti avevo adattato una scatolina di latta a lumino ad olio; però non avevo lo stoppino e cercavo di ricavarlo dallo spago di una vecchia rete per le pecore. Ma era difficile ottenere una lucina appena sufficiente per un po’ di lettura prima di dormire e con una fiammella che oscillava ora più chiara ed ora più lieve, ma sempre sul punto di spegnersi.
   La notte era dominata quasi incessantemente dal ronzare di un ricognitore alleato nel cielo, che spesso lanciava un gran numero di nastrini argentati per confondere i riflettori di Guidonia lanciati a scandagliare il cielo nel buio. Uno di quei nastrini lo misi per ricordo tra le pagine del mio dizionario Palazzi, ed ancora lo conservo anche se ne è rimasto solo un pezzetto.
   Poi le retate in paese continuarono frequenti, ma ognuno cercava di sfuggire in qualche modo.
    Un giorno presero anche mio fratello assieme ad una ventina di altri giovani. Li avevano rinchiusi tutti in una casa ai limiti del paese, in località Carpini, dove c’erano capannucce per galline e maiali, in mezzo a grossi cespugli e massi di pietra che si alzavano per più di qualche metro, l’uno vicino all’altro. Dopo qualche ora, due tedeschi li fecero uscire, li misero in colonna per portarli via. Mio fratello rallentò i suoi passi in fondo alla fila, e appena il tedesco si voltò verso i primi che camminavano davanti, fece un balzo e corse via, fra un cespuglio e l’altro; il tedesco gli sparò col Mauser, ma non lo prese ed egli scomparve saltando tra un cespuglio e l’altro e tra i massi di pietra in ripidissima discesa.
   Anche le perlustrazioni per la caccia degli  ex prigionieri alleati nelle campagne proseguirono specialmente con una pattuglia di tedeschi guidati da un’accanita giovane donna fascista, che attraversava i campi sempre tenendo una pistola in pugno. Ma non furono pochi gli ex prigionieri che sfuggirono alla cattura, perché protetti e assistiti dai miei compaesani, alcuni dei quali però furono scoperti e reclusi a Regina Coeli; qualcuno per miracolo non finì alle Fosse Ardeatine.

 Il pericolo cui si espose una grossa parte della popolazione per nascondere gli ex-prigionieri fu davvero enorme e significativo per spirito di solidarietà umana. Ed anche  l’atteggiamento di noi giovani verso i fascisti ed i tedeschi non fu meno significativo: per quanto possibile sfuggivamo ad ogni controllo e rifiutavamo qualsiasi collaborazione, poiché li sentivamo profondamente nemici e colpevoli di averci trascinato in una guerra impari ed umanamente ingiusta.

lunedì 24 aprile 2017

Pubblico qui questa poesia tratta dalla mia raccolta
“Pagine dissepolte” recentemente autoedita con Youcanprint.

NEL TRENTENNALE  DELLA  LIBERAZIONE

Soffrimmo in quei giorni di sangue,
Col cuore in piena, per desiderio
Di giustizia e libertà,
per dignità dell’uomo.

Era fiamma in quei giorni
Nelle nostre canzoni la speranza,
Che in noi giovani allora erompeva
Dal buio dei secoli,
Quando agli occhi brama era la luce
Dell’avvenire.

Per i morti anche soffrimmo,
Che pagavano il prezzo della fede
Con un sorriso sull’erba cruenta.
Solo essi si salvarono
Con altri pochi dei vivi:
Il tradimento era sulla soglia del giorno
Già dietro al primo chiarore dell’alba!

Ora oltre le cime dei cipressi
Nuvole irridenti ristagnano,
Su cui appare riflesso
Di sotto alla terra
Il ghigno amaro dei morti impiccati.

E noi, che camminiamo stanchi
Dentro un obliquo benessere,
Chiudiamo gli occhi per non vedere
E le orecchie per non sentire,
Colpevoli d’avere
Per solo  un giorno sperato.

sabato 8 aprile 2017

                                     IL QUARTO ATTACCO AEREO

    Gli attacchi aerei dei giorni precedenti e ancor più l’ultimo con il bombardamento dei depositi delle munizioni per il rifornimento del fronte di Cassino avevano messo in allarme tutto il paese.
   Mio padre già da qualche tempo aveva pensato di non restare in paese al passaggio del fronte e di portarci a Monteflavio, che poteva essere luogo meno pericoloso, perché in montagna e senza sbocco stradale.
   Per questo si era già accordato con un suo amico di quel luogo e con i nostri parenti monteflaviesi originari di Paganico. L’amico ci dava ospitalità per le pecore, messe  accanto alle capre sue in località  Frolleta, i parenti ci avevano messo a disposizione una casa tutta per noi.
  Visti gli attacchi aerei, mio padre non aspettò più il passaggio del fronte, ma il giorno dopo il bombardamento dei depositi di dinamite e  proiettili per cannoni, ci fece fare alcuni preparativi essenziali per andarcene in montagna. Fra l’altro, nascondemmo un po’ di olio e di vino dentro una grotta dell’ex cava di pozzolana nel nostro campo, che poi riempimmo di fascine e terra, in modo da nasconderne l’apertura.
  Il giorno dopo ancora, caricammo le cose necessarie sull’asino e uscimmo dal campo con le pecore. Con nostra grandissima sorpresa, nonostante tutti i nostri richiami insistenti, uno dei cani non volle seguirci: inspiegabile per un cane che non vuole seguire il proprio padrone per stare a guardia del nostro campo, che rimaneva incustodito!
  Risalimmo con le pecore il Risecco e poi,  percorrendo lentamente le scorciatoie, giungemmo alle Frolleta e quindi a Monteflavio. Nonostante tutto, a quel tempo si poteva ancora lasciare il bestiame incustodito nella notte; noi e gli amici caprai infatti lasciammo pecore e capre alle Frolleta e ci ritirammo nelle case a Monteflavio per trascorrervi la notte.
  La mattina dopo, non ricordo bene se il 3 aprile  (sono passati settantuno anni, una vita)  io, mio fratello e gli amici caprai tornammo al caprile. Cercammo di costruirci un riparo con le grosse pietre del luogo, quasi come nelle trincee, ma coperte in qualche modo per ripararci da eventuali schegge di bombe e mitragliamenti aerei. Di tanto in tanto io guardavo il mio paese che vedevo dall’alto della montagna, ma abbastanza vicino da distinguere bene le vie ed ogni casa.
  Verso le dieci, nella mattinata bellissima per il cielo sereno e la luce di primavera, sentimmo tremare la terra e  guardammo nel cielo per capire dove i quadrimotori fossero diretti: nei mesi passati, spesso volavano  verso Fara Sabina, e poi si udivano i bombardamenti cupi e lontani, in direzione di Orte e Terni.
  Ma quel giorno comparvero di nuovo da Montorio. Io li guardai e fu un momento. Il capostormo lanciò un segnale di fumo e subito udii i soliti fischi d’aria e vidi che le bombe cadevano e scoppiavano proprio sul nostro paese, in mezzo alle case.
  Ero stordito, perché cercavo di localizzare le esplosioni, mentre davanti agli occhi mi apparivano i nonni, gli zii e tutti quelli che ancora erano rimasti in paese. Non ricordo più se piangevo, se tremavo, se ero una statua di pietra, di quelle pietre enormi e bucate che mi stavano intorno.
  Il resto, ciò che era avvenuto, i nomi dei morti, li seppi la sera, quando molti del paese se ne vennero come noi a stabilirsi a Monteflavio.






venerdì 31 marzo 2017

                       TERZO ATTACCO AEREO

   In uno degli ultimi giorni di marzo del 1944, non ricordo quale di preciso, in una giornata meravigliosa come erano quelle delle primavere di quel tempo, io e mio fratello stavamo a diboscare una piccolissima macchia che occupava un angolo del nostro podere. Lo facevamo soprattutto con la vanga, scassando il terreno per due fitte, ma anche con la pala per rimuovere la terra scavata, e con l’accetta per tagliare le radici più grosse di alcune quercette. C’erano anche un mio cugino e un bambino che mio fratello si era portato perché figlio di un suo amico romano.
  Era passato solo qualche giorno dal secondo attacco aereo e noi lavoravamo serenamente. Verso le dieci sentimmo un rombo continuo nel cielo; guardammo e vedemmo arrivare dalle parti di Montorio ventiquattro bombardieri alleati. Mentre li guardavamo arrivare quasi sopra di noi per capire dove fossero diretti, vedemmo un segnale di fumo nero lanciato dall’aereo di testa e subito mio fratello e mio cugino che erano reduci di guerra gridarono: A terra! A terra! E ci buttammo tutti nella fitta dello scassato, uno dietro l’altro, e il bambino sotto mio fratello che lo proteggeva.
  Passò solo qualche secondo prima di sentire i fischi nell’aria delle bombe che cadevano e poi gli scoppi e  boati che facevano tremare la terra per i depositi di tubi di gelatina e di tritolo che saltavano in aria e che erano nascosti tra gli ulivi poco prima del cimitero: un bombardamento non più come quelli sentiti ogni giorno da lontano, ma un bombardamento vicino, a non più di alcune centinaia di metri da noi, anche se noi li sentivamo appena al di là dalla collina.
  Andati via gli aerei, noi sentivamo ancora  un continuo scoppiare di proiettili nei depositi nascosti negli uliveti che fiancheggiavano la Maremmana e che non erano stati colpiti direttamente dal bombardamento: forse i proiettili scoppiavano l’uno dopo l’altro per surriscaldamenti successivi.
  Noi avevamo paura che gli aerei tornassero ancora per una nuova ondata e perciò corremmo a ripararci sotto un greppo di cappellaccio, residuo di una vecchia cava di pozzolana. Vi restammo per quasi un’ora, perché gli scoppi  non accennavano a cessare.
   Io e mio cugino allora uscimmo dal riparo per vedere in direzione degli scoppi e renderci conto della situazione, ma in quel momento ci fu una fiammata così grande che sembrava  incendiare il cielo sopra la nostra collina, e un boato secco fece tremare la terra. Ci buttammo di nuovo sotto  il greppo di cappellaccio e sentimmo nell’aria sopra di noi fischiare cose che andavano a cadere sulla collina opposta.
  Che cosa era successo lo sapemmo dopo: era scoppiato il casale isolato  in un campo di  ulivi a fianco della Maremmana, nel cui primo piano era alloggiato il comando tedesco della zona e nel piano terra era collocato  un deposito di tritolo.
  Quelle cose  volate sopra di noi erano piccoli blocchi di cemento, il catenaccio della porta e altri pezzi di ferro e pietra, mentre pezzi di travi contorti e un torchio erano volati  ad alcune centinaia di metri dal luogo dello scoppio.
   In seguito sapemmo che i tedeschi del comando urlavano disperati dalle finestre del casale, ma non potevano fuggire e scampare per la grande quantità di proiettili che scoppiavano loro intorno. Con lo scoppio del deposito di  tritolo  al piano terra essi  si volatilizzarono assieme al casale, al cui posto rimase una buca enorme e profonda diversi metri.
 Poi sapemmo che poco più lontano da quel luogo  erano stati colpiti dalle bombe e morirono due miei coetanei del mio paese, che si erano recati la mattina per lavoro nei campi.









venerdì 24 marzo 2017

SECONDO ATTACCO AEREO

   Quel primo attacco aereo che aveva fatto esplodere un deposito di carburante lungo la strada di Montelibretti evidentemente fu un avvenimento che ci segnò, perché gli alleati scoprirono le strade intorno cui i tedeschi tenevano nascosti i depositi di carburante, di dinamite e tritolo e di grossi proiettili per il rifornimento del fronte di Cassino.
   Dopo qualche giorno infatti, non ricordo in quale degli ultimi di marzo, io e mio fratello stavamo a “Sandunicola” e in quel momento parlavamo con un confinante, che vangava il suo campo  di là dalla siepe di confine col nostro podere.
   Improvvisamente , venendo dalla parte di Montorio, si lanciarono a bassa quota sopra di noi due cacciabombardieri inglesi, che fecero un giro e poi sempre più a bassa quota ci mitragliarono quasi a falciare con i proiettili rasoterra.
  Noi corremmo a perdifiato a ficcarci dentro una grotta di pozzolana poco distante, dove giunse pure il nostro confinante, che aveva saltato la siepe e corso alla disperata. Intanto i cacciabombardieri avevano fatto un altro giro, ma questa volta  sganciarono diversi spezzoni, che, scoppiando, fecero tremare la terra e la grotta.
  Dopo che era finito l’attacco, notammo che due schegge avevano fatto due buchi nelle lamiere di copertura del casaletto e che vari spezzoni erano scoppiati qua e là radendo con le schegge la terra e squarciando i fusti dei nostri giovani olivi. Un grappolo di sei spezzoni invece non era esploso ed era infisso a quasi un metro sotto terra in mezzo all’erba e a una cinquantina di metri da noi.
  E’ strano che allora io non mi chiedessi perché mitragliassero noi che eravamo in mezzo alla campagna, percorsa solo da mulattiere. Eppure non potevano prenderci per tedeschi: perché volevano sparare a noi in mezzo alle campagne? Perché miravano a noi che stavamo vangando? Perché spezzonavano i nostri campi? Me lo chiedo ancora adesso.
   Evidentemente allora non me lo chiesi, perché vedevamo come nemici solo i tedeschi e non potevamo pensare che i piloti inglesi ci percepissero ancora come loro nemici. Altrimenti perché ci dovevano sparare in mezzo alla campagna?
   Strana situazione la nostra di quei giorni. E veramente tragica.