venerdì 31 luglio 2015

            FRUTTA  E… TECNICA
   Sono stato al mercatino dei coltivatori. Ora ho sul tavolo alcuni cestini di frutta raccolta a pochi chilometri dal luogo di consumo. Frutta di colori vivi e morbidi, soprattutto di aromi sottili come li sentivo nel mio campo, quando coglievo le pesche vellutate quali il Trionfo, innestate da mio padre su portainnesti di mandorli.
   Colori, sapori, morbidezza, aromi che mi richiamano sensazioni e che mi offrono motivi per considerazioni, raffronti, sentimenti, idee, tutti insieme confusi nell’animo, ma progressivamente sempre chiari nella mente.
   Altri tempi, altre stagioni, ma soprattutto altri mesi. Già, altri mesi. Ricordo che quando fu proclamata la Repubblica, noi cogliemmo gli ultimi quintali di cerase, che dal campo io riportai con i bigonci caricati sull’asino in paese, per essere vendute ai bagarini, che nella notte le avrebbero portate a vendere a Roma con i carretti. Erano gli ultimi quintali di “Ravenne tardive”, giacché le altre varietà precoci erano state raccolte giorni prima.
  Ricordo che in uno degli anni Sessanta, mia madre mi lasciò una pianta intera carica di cerase “Ravenna tardive” nell’ultima settimana di giugno, quando la raccolta era stata già termina almeno da quindici giorni, perché io ne potessi mangiare, tornando in vacanza nel mio paese; molte erano cadute per eccessiva maturazione, ma molte altre io e mia moglie le mangiammo dolcissime e fragranti.
   Altre stagioni, altre varietà. E oggi, ventisette luglio, ho davanti a me le cerase: le “Ferrovia”, i “Duroni”, ecc. Qualche anno fa, a Ravenna, ebbi un soprassalto, quando al mercatino dei coltivatori vidi in vendita, ad agosto inoltrato, sportine di albicocche freschissime. Strano. Quando facevo il contadino, le albicocche si raccoglievano a giugno e ai primi di luglio, se non sbaglio.
   Strano! Ma oggi niente è più strano. Non basta la globalizzazione dei mercati. Interviene nell’agricoltura la biotecnologia. Ricordo che i carciofi allora si raccoglievano a maggio tra i filari delle vigne, saporitissimi e profumati di sole, ma ora si raccolgono a febbraio, teneri e grossi quasi come meloncini, ma scialbi. Ricordo che l’uva si cominciava a mangiare nel mese di settembre, ma ora già si vede sul mercato a luglio e abbiamo i pomodori tutto l’anno fatti crescere e maturare nelle serre al calore delle fiammelle di gas.
   Ricordo che mio padre ricorreva agli innesti per avere varietà di frutti più belli, più buoni e più redditizi. Ora con le nuove tecniche gli agricoltori ottengono pesche colorite, rosse già allo stato acerbo, sicché quando si comprano, invece di mangiarle, ci si potrebbe giocare alle bocce. I mercati hanno rifiutato varietà di pesche profumate e meravigliose a causa della delicatezza della buccia, soggetta a facili ammaccature; le hanno sostituite con varietà la cui buccia sembra cuoio al morso e alla masticazione. Io che ero abituato a mangiare ogni frutta con la buccia, appena staccata dai rami, non ne posso più di queste bucce coriacee che non riesco a deglutire. 
   D’altra parte gli acquirenti, generalmente, non chiedono più l’acquisto di varietà specifiche di questa o quella frutta, tanto che spesso indicano ogni frutto  solo col suo nome generico: la pesca (non la pesca Nettarina o la pesca Uccello Rosso) la ciliegia (non la ciliegia Ravenna o Vignola) la mela (non la mela Rosa o Limoncella o Deliziosa).  Hanno perso il gusto delle particolarità del frutto con piccoli difetti ma esposto al sole e ricco di sapori, per cui richiedono invece frutti con belle forme e colori vistosi, frutti levigati come gli oggetti usciti dalle fabbriche, perché ormai hanno perso il piacere delle particolarità ed anche delle imperfezioni della natura, e sono attratti dalla regolarità artefatta delle cose uscite di fabbrica, tutte della stessa grandezza, tutte della stessa forma e colore, come se fossero palline colorate o tappi o bottiglie anziché cose naturali da mangiare.

  Comunque questo non pare un problema, poiché l’aspetto economico è quello più importante per chi vende e per chi acquista. Dietro l’aspetto economico ci sono altri aspetti non meno importanti nella dimensione culturale; ma di questa dimensione in un mondo materialista e massificato pare che a nessuno realmente interessi.

sabato 11 luglio 2015


            SCUOLA E…SCUOLA DI MASSA
    C’erano scuole elementari quasi dovunque allora, negli anni Trenta e Quaranta, quando io ero ancora ragazzo e  poi ventenne. Ma nel mio paese c’erano solo scuole elementari. Per il ginnasio e altre scuole bisognava recarsi ad almeno venticinque chilometri, con l’autobus che partiva al mattino presto e poi tornava la sera tardi, oppure con un carretto o una bicicletta.
   Studiavano solo alcuni agiati in pensionati familiari; e solo qualcuno arrivava alla laurea. Alcuni fingevano di avere la vocazione religiosa per studiare nei conventi, conseguire un diploma, una carta su cui contare per un mestiere comodo e poi buttare la tonaca.
   Tra i molti che non potevano proseguire la frequenza scolastica, solo chi aveva sete di sapere leggeva libri. Io che non avevo potuto studiare mettevo anche un solo soldo da parte per comprarmi dei libri. Finita la guerra, poi, con i partiti di sinistra noi ci nutrivamo di ideali di libertà e di giustizia, di uguaglianza sociale. Aspiravamo alla frequenza della scuola, perché volevamo il diritto all’istruzione per tutti.  E la scuola e l’università davvero furono date a tutti. In seguito furono date a tutti anche le biblioteche comunali.
   Ma poi le scuole e le università diventarono solo scuole e università di massa; e le biblioteche si rivelarono solo come fonti d’affari per librai ed editori. Infatti chi ha sete di sapere i libri se li compra da sé, con sacrifici, li vuole disponibili e li custodisce in casa, perché ha bisogno di strutturare le proprie conoscenze e il proprio sapere con i libri a portata di mano, sentiti come fonte di colloqui, di ricerche, di riflessioni e di confronti.
   Oggi possiamo osservare che l’università di massa nonha sfornato solo le eccellenze del sapere ma anche una torma di mediocri, aggrappati al solo valore dei titoli, cioè ad una carta attestante un certo grado di conoscenze, utile per  incorniciarla a un parete e per ottenere un posto nel lavoro. E sono questi mediocri che guardano dall’alto in basso i non laureati, ritenendosi essi posti un grandino più su degli altri nella scala sociale più che in quella del sapere.
    Li ho notati specialmente dentro la piccola burocrazia di provincia, ma non solo, sempre pronti alla domanda: Ma quello è laureato? Già perché essi dividono il mondo nelle due categorie di laureati e non laureati. Pronti ad un sorrisino di compiacimento quando vengono a sapere che qualcuno non ha una laurea.
   Guardano sempre dall’alto in basso i non laureati. Risibili. Non sanno essi, i mediocri, che la scuola e l’università lasciano l’intelligenza di ciascuno per quella che ci è data dalla natura e non l’aumentano di un ette. Non sanno i mediocri che Serao, Mussolini, Sciascia, Mastronardi e tanti altri personaggi erano semplici maestri elementari; che Montale (premio Nobel) era solo un ragioniere, che Quasimodo (premio Nobel) era solo un geometra, che Emilio Salgari aveva solo frequentato un istituto nautico, che D’Annunzio e Croce non erano laureati, che Grazia Deledda (premio Nobel), Trilussa, Franklin, Edison e Marconi erano solo autodidatti ( e questo solo per nominarne alcuni).
    Così il problema della scuola e dell’università di massa diventa un problema grande “come una casa”. Con la conseguente domanda: a che serve l’università se dopo la laurea c’è il rischio del semianalfabetismo di ritorno? Lo dicono De Mauro e tanti altri professori universitari: molti dopo alcuni anni dalla laurea non riescono più a interpretare neanche un articolo.
   Forse occorrerebbe selezionare meglio e pagare molto di più gli insegnanti che nelle scuole, sin da quelle primarie, provvedano veramente ad educare i giovani all’amore per la conoscenza in sé e per sé (dice il Poeta: “Fatti non foste a viver come bruti, Ma per seguir virtute e conoscenza” Inferno- Canto XXVI). E se ciò non fosse possibile, bisognerebbe creare difficoltà di frequenza a coloro che perseguono solo lo scopo di acquisire comunque un pezzo di carta per esercitare un mestiere; perlomeno bisognerebbe tenere comunque lontani dall’insegnamento nelle scuole questi mestieranti   mediocri. 
   Si capisce, lo dico per paradosso. D'altra parte che cosa ci si può aspettare da coloro che, non avendone una propria, si rivestono di una personalità presa in prestito da un abito, da una divisa, da un ruolo, da un titolo? Come non ci si può nobilitare con la semplice acquisizione di un titolo nobiliare così non ci si può nobilitare col conseguimento di una semplice laurea! 
   Lo dico anche con amarezza, nel vedere a che cosa si riduce il sapere in una civiltà di massa, a che cosa si riduce l’uomo quando è messo nelle condizioni di divenire solo uno strumento dello sviluppo tecnologico  e del processo di massificazione culturale.
  

martedì 30 giugno 2015

                               LIBERAZIONE E AMLIRE

   Nell’estate del 1944 non c’erano che macerie e miserie. Ma si respirava un’aria nuova, e dentro di noi c’erano speranze. Contava il futuro, che era al di là della crudeltà del presente.
  Gli alleati l’otto giugno ci avevano liberato; questo contava. Che ci avessero occupato non lo volevamo vedere, anche se gli inglesi con la loro arroganza ce lo buttavano in faccia, abituati com’erano a comandare sulla gente delle loro colonie.
  Ora però c’erano differenze profonde in rapporto ai tedeschi. Questi facevano retate e con la minacce delle armi spianate ci costringevano a seguirli per scavare buche e trincee; e noi ce ne sottraevamo ad ogni costo, col rischio di farci sparare una sventagliata di mauser.
   Gli alleati invece ci reclutavano e proprio perché liberati da loro, noi andavamo col desiderio di collaborare contro i tedeschi per la fine di una guerra atroce.  Con i loro camion venivano in paese, ci caricavano e ci portavano al lavoro. E ci pagavano; con le Amlire però.
    Allora non lo capivamo. Io non avevo ancora diciotto anni ed avevo la quinta elementare. In seguito l’ho capito. Essi stampavano le lire e ci pagavano con i nostri soldi, non con i loro! Ci pagavano col nostro debito. Per questo, alla fine della guerra, ci ritrovammo con la moneta svalutata e molto più poveri. Ci facevano pagare le rovine che ci eravamo procurato con la guerra voluta dal Duce e acclamata dalla gente. Solo che allora noi paesani non lo capivamo e credevamo che lo facessero davvero per il bene nostro. Forse ci piaceva solo di crederlo.
   A me portavano con il camion a Montemaggiore, dalla mattina alla sera, a pulire le scuderie piene di muli e cavalli; e cataste di sacchi di carrube per mangime. Non ricordo con precisione quante amlire ci davano al giorno; una bella paga comunque per quei tempi. Non erano soldi loro.
  Un giorno, nella palazzina dell’ex comando italiano, colpita da qualche bomba e piena di calcinacci, tra tanti libri rovinati e stracciati, ne trovai uno che era rimasto quasi intatto, e me lo portai a casa come fosse una cosa preziosa per me,  che non ne avevo che pochi altri consunti. Era un libro con le poesie di Felice Cavallotti, con il nome e cognome del possessore riportato   sopra un exlibris, forse di un  ex ufficiale di cavalleria o di un veterinario che l’aveva abbandonato l’otto settembre dell’anno prima.
   Altri miei compaesani venivano portati col camion per i lavori sulla ferrovia Roma-Firenze. Mi dicevano che erano obbligati a riempire le buche grosse come pozzi, provocate dalle bombe, con qualsiasi materiale del posto, soprattutto con le traversine scavicchiate e con le matasse dei cavi di rame delle linee elettriche.
  Questo danno che ci  procuravano col mancato recupero di materiale costoso era di facile intuizione e lo capimmo subito: in seguito avremmo dovuto comprare da loro il rame occorrente a caro prezzo. Anche se poi ci aiutarono col loro Piano Marshall. Ma questo avvenne dopo, quando ebbero bisogno di condizionare il nostro voto per le nostre scelte politiche, nel timore che noi votassimo per i partiti socialcomunisti.

   Però eravamo felici, non solo perché ora si combatteva contro i tedeschi e non c’erano più i bombardamenti degli alleati, ma perché parlavamo anche di libertà, cioè di una cosa che ancora non conoscevamo concretamente, ma che ci appariva come promessa di opportunità per un mondo nuovo.

giovedì 25 giugno 2015


 
                         GUERRA   D’ ABISSINIA

   Non ricordo quando fu dichiarata la guerra d’Abissinia, ma ricordo l’entusiasmo della gente  del mio paese ad ogni notizia di avanzata del nostro esercito, sia delle colonne che muovevano dall’Eritrea, comandate dal generale e quadrunviro De Bono, che di quelle che muovevano dalla Somalia e comandate dal generale Graziani.                                                                                                                         Ricordo che un giorno vidi una scena che non ho mai più dimenticato, poiché mi aveva turbato molto: una donna gridava disperata, mentre gli uomini della pretura procedevano al sequestro e portavano via dalla sua casa una vecchia macchina per cucire, un tavolo, le sedie e dalla stalla un maiale.                                      Dicevano che il sequestro veniva ordinato perché in famiglia non erano riusciti a pagare le tasse. Era una scena straziante. Poi, però, per ottenere il dissequestro e pagare le tasse, il marito della donna e padre di alcuni figli, partì volontario per la guerra d’Abissinia. Anzi, poi, finita la guerra d’Abissinia, partì volontario per la guerra civile di Spagna; e pure un suo figlio partì volontario per la stessa guerra di Spagna, perché era diventato maggiorenne.                                                              Ricordo anche  che per quella guerra all’Italia furono applicate le sanzioni dalla Società delle Nazioni. Il Duce fece scatenare una intensa propaganda di reazione contro la Società delle Nazioni e, particolarmente, contro l’Inghilterra in quanto negavano al popolo italiano il diritto al possesso di colonie, il diritto al “posto al sole” come allora dicevano.                                                                                        Ricordo che per suscitare moti di reazione nel popolo, fecero murare anche nella piazza del mio paese una lapide in cui era incisa la protesta contro l’ingiustizia delle sanzioni comminateci dalla Società delle Nazioni.         Per far fronte  alla penuria della farina di frumento, disposero che nei negozi si potesse vendere solo farina per due terzi di frumento e per un terzo di mais. Questo per chi doveva comprare la farina, ma quasi tutti in paese avevamo il grano che si macinava al mulino.                                                                                                                         Ricordo, inoltre, che in un giorno preciso fu proclamata la giornata per il dono dell’oro alla Patria per  fronteggiare le ingenti spese della guerra. Misero un grosso contenitore su un grande tavola in mezzo alla piazza: e io vedevo le donne che vi si recavano e, alla presenza del segretario del fascio, della guardia municipale e del podestà, vi depositavano collanine d’oro, spille e  fedi nuziali in cambio di fedi d’acciaio. Era la cerimonia di un “dono” sotto il controllo occhiuto delle autorità, cui non si poteva sfuggire, specialmente col “dono” delle fedi cui le donne  soggiacevano piangendo segretamente.                                                          Quasi tutte le mattine mio padre mi mandava a comprare il giornale, che si vendeva presso l’ufficio postale, un po’ distante da casa. Andavo a comprare Il Popolo di Roma e lo leggevo anche camminando. C’erano spesso dei capannelli di uomini che volevano avere notizie della guerra d’Abissinia, ma non sapevano leggere o capire gli articoli; alcuni di loro sapevano solo fare la firma, altri avevano frequentato la seconda o la terza elementare.                                           Un giorno, vedendo che io leggevo il giornale, alcuni di capannello mi chiesero chiarimenti sull’avanzata delle nostre truppe. Rimanevano con gli occhi stralunati perché  gli mostrai sulle cartine del giornale le linee dell’avanzata delle truppe di Badoglio, che aveva sostituito De Bono e le linee dell’avanzata delle truppe di Graziani, che procedeva da sud, in direzione della capitale Addis Abeba. Ma erano incantati dalle vittorie di Mussolini; e del popolo abissino forse sapevano solo che era nero.

 

 

 

 

 

venerdì 12 giugno 2015

Il modano è un cannello con cui i pescatori rammagliano le reti.
Per me qui è una metafora del blog in cui m'ingegno di rammagliare le mie memorie per rievocare eventi del passato.
Oltre questo blog, chi lo volesse potrebbe leggere anche gli altri due miei blog:”Poesia e forma.blogspot.com”-- “Echi e richiami.blogspot.com”





                    RADIO  LONDRA E RADIO MOSCA
   Ho vivo il ricordo del fascismo. L’ho vissuto. Al tempo della guerra d’Abissinia e dell’Impero sembravano tutti fascisti, entusiasti dei trionfi del Duce, imposto e visto dalla propaganda come la personificazione del genio italico.
     Nell’animo  molti conservavano però sentimenti antifascisti, anche se si sentivano rovesciare addosso in ogni momento il trionfalismo ducesco. Nascondevano la loro avversione al fascio, perché, come sentivo accennare sommessamente, anche nel nostro paesino c’era qualcuno collegato con l’OVRA, cioè l’organizzazione degli spioni per individuare e condannare gli antifascisti alla galera o al confino. 
    Il podestà, il segretario del fascio, il direttorio, i frequenti cortei, le divise, che andavano da quelle dei figli della lupa a quelle delle camicie nere, i sabato fascista con l’istruzione premilitare, gli inni, le frasi lapidarie del Duce scritte a caratteri enormi sui muri più in vista, e soprattutto le poche radio che sparavano la voce del Duce dai davanzali delle finestre, davano l’idea che l’Italia avesse una sola anima compatta e volontaristica. Sembrava che tutti facessero capo al Duce e che tutti fossero animati dalla sua volontà che si manifestava dai discorsi dal balcone di Piazza Venezia.        Eppure mio fratello, più grande di me di quattro anni, spesso la sera mi portava a sentire Radio Londra ed anche Radio Mosca. Anche perché d’inverno, la sera , nel paese non vi era alcun ritrovo, all’infuori delle tre o quattro osterie vocianti, che puzzavano di fumo e di vino. 
   Anche le radio erano scarse, perché costosissime per le possibilità dei paesani, tanto che alcuni giovanotti tentavano di costruirsele a galena. Infatti le radio erano quelle della sede del fascio, dell’agricoltura, del comune, ecc. e qualcuna posseduta privatamente da qualche benestante.
     Mio fratello mi portava ad ascoltare quella dell’ufficio di collocamento, che era situato in un sottoscala. Sembravamo un gruppetto di cospiratori, messi dentro quella stanzetta nascosta. Invece il titolare dell’ufficio era un fascista, che nelle adunate e nei cortei vedevo entusiasta con la camicia nera e il fez.
        Dopo che eravamo entrati nell’ufficio, un po’ sul tardi, dopo chiusa la porta, ci ammoniva, soprattutto rivolgendosi a me che ero ragazzo, di non riferire i nostri ascolti, e poi sintonizzava l’apparecchio  su Radio Londra. Ascoltavamo per un po’ il colonnello Stivens, più raramente Umberto Calosso e anche i messaggi speciali, che potevano sembrare stupidi e che invece erano messaggi di guerra segreti.   Più tardi si sintonizzava con qualche fatica su Radio Mosca. Questo specialmente nell’inverno del 1939, quando era scoppiata la guerra tra la Russia e la Finlandia.
   Non so più dire che sentimenti si provavano veramente ascoltando sia Radio Londra che Radio Mosca. La cosa più certa era la paura di essere scoperti e denunciati almeno come contravventori alle severissime leggi che proibivano l’ascolto di tali stazioni radio. Ma non se ne seppe mai niente.

venerdì 5 giugno 2015

                                           LE BATTAGLIE FASCISTE

  La battaglia del grano dette risultati sicuramente positivi, puntando non sull’aumento delle aree di semina, ma sulla produttività delle varietà, che in quegli anni anche da noi s’imposero con quelle che ancora oggi ricordo più diffuse da noi: Reatino, Carosello, Roma, ecc. Ricordo che però da noi non rendeva più di tredici volte il quintale di semina, per cui sentivo i contadini del mio paese lamentarsi della scarsità del raccolto.
  In effetti, la battaglia del grano non riguardò il territorio del nostro paese, caratterizzato dalla piccola proprietà contadina. I piccoli appezzamenti non consentivano una coltivazione intensiva. Ogni contadino in genere provvedeva alla semina del grano necessario al consumo familiare o poco più.
   La lavorazione dei campi (aratura e semina ) era affidata ai bovari, che possedevano una o due coppie (vette, in dialetto) di buoi da aggiogare all’aratro. Neanche nelle terre del principe Torlonia, per quanto estese, si realizzò effettivamente la  battaglia del grano, perché venivano suddivise e concesse per la coltivazione del grano ai molti bovari della zona, sicché ne risultava una coltivazione frazionata, come se fosse costituita da centinaia di piccoli campi. Infatti la resa per ettaro continuò ad essere come sempre assai povera, cioè intorno ai tredici quintali per ettaro, nelle migliori condizioni. 
   La battaglia della sanità riguardò la davvero benemerita lotta contro la tubercolosi, con l’istituzione di Consorzi Antitubercolari, con la vendita di francobolli nelle scuola per la campagna antitubercolare e il divieto di sputare per terra con le annesse contravvenzioni (ricordo gli avvisi stampati affissi alle pareti delle osterie).
  E davvero, allora, negli anni trenta, c’erano anche nel nostro piccolo paese diversi casi di tisi, soprattutto di giovani, di cui ancora ho vivo il ricordo, e l’allarme delle mamme che raccomandavano ai figli di non raccogliere eventuali caramelle cadute per la strada (si supponeva che fossero state succhiate e poi abbandonate dagli ammalati, come per gli untori nella peste).

   La battaglia demografica fu sottolineata con la tassa sul celibato: chi non si sposava doveva pagare una tassa annua, mentre venivano premiate le famiglie numerose e le nascite di gemelli. Nel mio piccolo paese nacquero molti più bambini in vista dei vantaggi economici; e ricordo anche due coppie di gemelli cui furono imposti i nomi di Bruno e Vittorio in onore dei due figli del Duce con gli stessi nomi. Fu allora che si diffusero anche i nomi di Benito e Benita.

giovedì 28 maggio 2015

                                         RETORICA  FASCISTA

   Al tempo delle mie elementari, la retorica del Duce e dei fascisti straripava ovunque: dalla radio, dai giornali, dalle “adunate” nelle celebrazioni del 21 aprile per il Natale di Roma, del 9 maggio per l’anniversario della fondazione dell’Impero nel 1936, del 24 maggio per l’anniversario della dichiarazione di guerra nel 1915, del 28 ottobre per l’anniversario della marcia su Roma nel 1922, del 4 novembre  per l’anniversario della vittoria nel 1918.
   In quei giorni celebrativi, il nostro piccolo paese pullulava di divise: camicie nere della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (cioè l’esercito parallelo del partito fascista)  bandiere, gagliardetti,  cortei con la banda musicale che suonava Il Piave, la Marcia Reale, Giovinezza e gli altri inni fascisti.
   Era una retorica tambureggiante, gonfia  e tronfia nelle parole e nelle immagini, con l’ideale e la mistica fascista, con la  fede nel Duce,  con l’eroismo verboso, con la gestualità magniloquente: prima di tutto con quella parola  “Duce”, aulica e dannunziana, a indicare Mussolini nella sua posa  di capo e condottiero d’eserciti che voleva riecheggiare la grandezza di Cesare; e poi il ciarpame dei distintivi col fascio, con i  pugnali, i moschetti, i teschi, i cinturoni, gli stivali dei caporioni, ecc.
  Altro aspetto notevole della retorica fascista fu il richiamo alla grandezza di Roma, la pretesa di far rivivere in quegli anni lo spirito guerriero degli antichi romani, l’aspirazione a una rinascita della grandezza della civiltà romana e l’impero di Roma col dominio del mare nostrum.
  Per questo noi alunni eravamo indottrinati non solo nella mistica fascista, ma anche negli episodi esemplari dell’eroismo e della stoicità dello spirito romano:  i fratelli Orazi e i Curiazi, Orazio Coclite che da solo difende il Ponte Sublicio, Muzio Scevola che brucia la sua mano per aver mancato l’uccisione di Porsenna, Cincinnato che rinuncia alla dittatura e torna ad arare i suoi campi, la madre dei Gracchi che mostra i figli come suoi gioielli, ecc. ecc. E per questo eravamo anche impegnati a cantare Fuoco di Vesta Inno a Roma, come espressione ed omaggio alla grandezza di Roma, di cui noi dovevamo sentirci naturali ed orgogliosi eredi.
  La retorica più grassa e vuota era soprattutto nella pretesa della fondazione di un nuovo millenarismo, di una nuova era, cioè dell’era fascista, per cui anche noi ragazzi delle elementari ad ogni compito scolastico dovevamo scrivere la data e aggiungere ad essa l’anno dell’era fascista (ad es. 4 aprile 1936 – XIV E. F.).
   Altri esempi di retorica, ma anche di concrete realizzazioni, furono la battaglia del grano, la battaglia demografica e la battaglia per l’igiene e la sanità.