domenica 20 dicembre 2015

                      1943: NATALE PRIGIONIERI E CANNOLI

   Natale 1943. Notte santa.  E santa incoscienza. Non mia soltanto, che avevo allora appena compiuto diciassette anni. Ma dei grandi, di quelli che cominciavano ad avere i capelli bianchi e che avrebbero dovuto avere più prudenza. Che non l’ebbero non per superficialità, ma per profonda umanità, per solidarietà umana; nella brama della liberazione dai tedeschi e dalla guerra, quando c’era la resistenza.
  Eravamo a casa di zia Santa. Fuori c’era soltanto l’oscurità del coprifuoco, in cui incombevano i passi minacciosi dei tedeschi, che erano di stanza nel nostro paese. Ci stavano per gestire un centro di rifornimento di munizioni per il fronte di Cassino, ma anche per rastrellare i prigionieri alleati liberati l’otto settembre dal campo di concentramento di Santa Maria, molti dei quali s’erano rifugiati nelle campagne, in nascondigli procurati e protetti da molti compaesani.
  Nella santa incoscienza di quella sera, facevamo festa intorno al focolare, in cui ardevano due o tre ciocchi. In verità non c’era molto per festeggiare, forse non avevamo neanche il sale, che scarseggiava e che a volte si comprava nero dai tabaccai. Volevamo però far vivere il Natale anche a due prigionieri quasi come se fossero a casa loro. Davvero un sentimento di solidarietà umana verso quelli che ancora pochi mesi prima erano nostri nemici e nostri prigionieri. Ma ora erano perseguiti come noi, ben più di noi, lontani dalle loro terre e dalle loro famiglie.
   La sera di Natale eravamo tra parenti.  Ci fu più allegria, quando i due prigionieri furono fatti entrare silenziosamente e con molta prudenza, guardinghi. Ma con loro ci s’intendeva solo a gesti; e col senso di cordialità negli occhi.  Ed essi sprizzavano gioia  nel vivere un momento di convivialità e di calore umano. Non era tanto il valore del mangiare a tavola, che essi non avevano più provato da parecchio, forse da anni, quanto il sentirsi accolti in famiglia.
   Poi venne Michele, un pasticciere siciliano, che da Roma si era rifugiato in paese, presso zi’ Romoletto, perché comunista anche lui. Anzi zi’ Romolo e Michele avevano collegamenti con i comunisti e con la resistenza, tanto che un giorno ospitarono un capo dei partigiani, un sudafricano venuto in incognito; lo ricordo perché era basso e vestito con un maglione scuro.
   Quel Natale, Michele si era fatto dare da mia madre una grossa ricotta di pecora ed ora portava un grosso vassoio di cannoli siciliani. In tanta carestia, quei cannoli apparvero come brillanti in un’oreficeria: sembrava che squillassero di luce dappertutto, anche se poi era il loro profumo che inondava di più la stanza. Nessuno di noi aveva mai mangiato un cannolo, neanche mai visto;  tantomeno l’avevano visto i prigionieri, che non ricordo di quale nazione fossero.
  Quando li assaggiarono, i prigionieri si misero a ballare, ridevano, scoppiavano di gioia. Per loro divenne un rito: davano una leccatina al loro cannolo, poi lo deponevano sulla mensola del camino come si depone un santino, come qualche cosa di sacro. Tornavano a saltellare di gioia, poi di nuovo davano una leccatina al cannolo, spalancavano gli occhi per il piacere e poi tornavano a deporlo sulla mensola, così per qualche tempo. Fu un Natale meraviglioso. Anche per la convivialità con i prigionieri. Ma anche per i cannoli.
   Non ho più dimenticato quel Natale. Ma non ho più dimenticato il piacere di quei cannoli. Non ne ho mangiati mai più di così buoni, anzi quando ne mangio ne rimango sempre deluso.

                                                  

martedì 8 dicembre 2015

                                IL SABATO FASCISTA

  E’facile dimenticare. Più facile del ricordare. Forse anche più importante. Comunque, quando ritornano in mente fatti e misfatti significativi, non bisogna dimenticare, ma occorre sottolinearne e rafforzarne la memoria.
  Per questo io non dimentico i racconti che facevano i reduci della prima e della seconda guerra mondiale. Non dimentico neanche certe scene del tempo fascista, che io ho vissuto. Scene di indottrinamento e di educazione alla guerra. O, meglio, di educazione alla morte, come diceva il filosofo Maritain nel suo “Umanesimo integrale” e anche nel suo “Educazione al bivio” scritti intorno al 1935.
   Soprattutto educazione ad uniformare  la personalità  dei giovani alla volontà del partito fascista e del suo capo. Il simbolo di questa educazione “uniformatrice” era proprio l’uniforme, cioè la divisa: di Figlio della Lupa, di Balilla, di Avanguardista, ecc. Assieme all’uniforme altre cosette, come il distintivo, il gagliardetto, gli inni  e soprattutto il moschetto, cioè il modello ridotto del ’91 (per esattezza del 1891).
  Io ero ancora un quattordicenne, quando vedevo mio fratello diciottenne all’istruzione premilitare insieme ai suoi coetanei nella piazza davanti al municipio. Imparavano a marciare, ad ubbidire ai comandi di qualche tenente che si trovava per caso in licenza.
   L’istruzione premilitare era diventata obbligatoria con una legge del 1934 che istituiva il sabato fascista ad imitazione del sabato inglese. Il sabato inglese però riguardava solo la riduzione  del lavoro a metà giornata, invece il sabato fascista destinava quella metà giornata all’indottrinamento attraverso le attività cosiddette culturali e ricreative e, per i giovani da diciotto a venti anni, anche al servizio premilitare.
  E’ vero che era stato istituito anche il Dopolavoro in ogni abitato e dove possibile, in cui ci si poteva ritrovare e giocare a biliardo, ma sempre come  istituzione strumentale del partito, finalizzata sempre al “credere obbedire combattere”, cioè alla rinuncia della propria personale autonomia di giudizio, perché a pensare e a decidere doveva essere solo il capo, secondo l’ordine  gerarchico fascista. E a pensare con la propria testa poteva essere pericoloso.
  Infatti una sera, dopo che eravamo tornati dalla campagna e mentre eravamo a cena, venne a casa un cugino di mio padre. Non che quello fosse un vero fascista, ma praticava i fascisti locali. Venne  come latore di un avvertimento discreto, suggerito sottovoce a mio padre. Un avvertimento che voleva essere una minaccia e che allarmò vivamente mio padre e mia madre. La minaccia era quella di proporre mio fratello per l’esilio solo se ancora una volta si fosse espresso in quel modo.
    Infatti mio fratello, oltre a sentire i commenti  espressi in famiglia da mio padre in modo assai guardingo e riservato, leggeva il giornale tutti i giorni e spesso, la sera, andava a sentire radio Londra e radio Mosca segretamente presso un capo manipolo fascista che teneva l’ufficio di collocamento, e ci portava anche me.
   Ed era successo che durante il servizio premilitare, mio fratello aveva espresso un giudizio pessimista sulla nostra vittoria nella guerra appena cominciata, si era nel 1940, con gli altri commilitoni. E qualche spione, di quelli che non mancano mai, era andato a riferirlo al segretario del fascio. Di qui la minaccia che fece tremare i miei genitori quella sera, con tutte le raccomandazioni che ne conseguirono per mio fratello, ed anche per noi perché fossimo molto più riservati fuori di casa.  


mercoledì 18 novembre 2015

Pubblico qui di seguito la copertina e la PREMESSA del mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI  EDITO da SIMPLE 



                        PREMESSA

  Ho indicato con “Bigliettini” le mie composizioni più brevi e con “Biglietti” quelle un po’ più lunghe, senza però distinguerle e separarle in capitoli diversi.
  Poiché sono tutte di carattere satirico, in altro tempo le avrei dette classicamente “epigrammi”. Proprio come oltre un ventennio fa, quando ne stampai una trentina, in pochissime copie per gli amici, con il titolo di “Trenta epigrammi”.
  A leggerli allora furono davvero  pochi amici, anche perché ancora non si era diffusa Internet. Ma cambia il tempo e con esso mutano gusti e parole, anche se molte cose poi rimangono sostanzialmente le stesse.            Così oggi ho voluto chiamarli “Biglietti e bigliettini” per significare metaforicamente quegli stessi  modi poetici  storicamente definiti come epigrammi.  Senza presumere avvicinamenti a modelli classici forse inarrivabili.
   Qui mi pare anche opportuno  notare, però,  che col tempo sono caduti in disuso diversi generi di poesia, con vari suoi modi compositivi; e sono venute anche meno alcune funzioni della poesia stessa.  Certamente  per mutamenti di sensibilità culturali conseguenti al cambiamento di strumenti e codici comunicativi nel mondo contemporaneo.
   Ha scritto McLuhan che il mezzo è il messaggio. Oggi le nostre sensibilità non corrispondono più ai
mezzi d’informazione, della scrittura e della poesia dei secoli scorsi. Non utilizziamo più solo il linguaggio della parola scritta. Si ricorre spesso all’efficacia del linguaggio iconico; anzi  siamo oltre la fotografia e la cinematografia del passato, siamo ai linguaggi delle tecnologie in cui sono comprese la video scrittura e la memoria digitale.
   Quale funzione può ancora oggi svolgere la poesia in un mondo caratterizzato da così rapidi cambiamenti, da linguaggi e codici così diversi da quelli del passato, specialmente dentro al mondo digitale, iconico, tecnologico?
   Il nostro è il più antipoetico dei tempi, oltre che per l’ansia della velocità dei cambiamenti,  anche perché esso è il tempo del denaro. Il poeta rischia di chiudersi nell’ascolto della sua sola interiorità e la poesia rischia di autolimitarsi alla lirica. La satira stessa oggi è confinata nelle  battute e nelle macchiette degli spettacoli,  nelle vignette dei giornali.
   Eppure non tutti dovremmo rinunciare alla satira poetica. Essa costituisce un modo espressivo che può avere ancora un suo valore, poiché nei momenti di sosta, di raccoglimento e di riflessione ci può consentire ancora una forma di autonomia di giudizio a fronte della piatta banalità del conformismo; e ci può consentire un rovesciamento dello sguardo sul mondo ancora con la forza e la speranza proprie dello spirito critico e libero dell’uomo.
   Con queste mie composizioni io non vi ho rinunciato; anzi in esse ho raccolto  l’espressione di sentimenti elaborati in rapporto ad esperienze di vita colte direttamente e indirettamente nel quotidiano del nostro tempo, tra rabbia, amarezza, sarcasmo.
   Sono composizioni in versi che ho scritto nel corso di alcuni decenni e che ho qui messo insieme in modo alquanto casuale, non avendo neanche tenuto conto né di datarle, né di disporle in ordine cronologico: soggettivamente il lettore può riferirle al tempo che gli suggerisce la sua personale sensibilità.
   Le pubblico tutte oggi in quanto la spesa editoriale non rappresenta più un sacrificio economico. Ma penso che a leggerle saranno ugualmente assai pochi.    
   Forse  anche perché oggi le composizioni satiriche non sembrano ritenute classificabili come poesia, così come lo erano ancora un secolo fa, poiché non rientrano nelle caratteristiche delimitate da un lirismo introspettivo esasperato, secondo le ultime tendenze , quasi direi secondo la “moda” di oggi.
   Forse anche perché esse non rispondono ai canoni dei gusti correnti, più proclivi alle vignette degli umoristi e alle battute dei comici, così rapide e incisive al confronto di composizioni poetiche che pur sempre richiedono  una certa riflessione per la piena comprensione del testo.
   Forse anche perché siamo in tanti a scrivere (penso che ciò sia un bene) e non molti a leggere, tra cui un certo numero solo lettori di noi stessi autori (e penso che questo sia un male).
   Lo scarso numero dei miei eventuali lettori mi consentirà di non sentirmi in colpa per averne infastiditi molti, sia per  non averlo fatto apposta, giacché questi versi  mi sono venuti da sé, per mio personale sfogo dell’animo, pur avendo io tentato di lavorarci su di lima; sia perché  io non ho spedito di fatto alcun bigliettino o biglietto a nessuno.
   Se qualcuno li leggerà sarà forse solo per puro caso e comunque per sua scelta, giacché non andrò a mostrare me e il mio libretto in una qualsiasi televisione per farmelo comprare.
   E se qualcuno li apprezzasse, in tutto o anche soltanto  in parte,  sento che in qualche modo ne sarei sinceramente compiaciuto e gratificato.                                                                                                                                                                                                           
                                            









martedì 6 ottobre 2015

                     LE  MANIFESTAZIONI  PER  LA VISITA DI HITLER

  Quando doveva arrivare Hitler a Roma, si diffuse nel mio paese molto entusiasmo fra i fascisti, ma anche qualche timore fra coloro che fascisti non erano, e anche qualche sordo risentimento fra coloro che avevano combattuto nel  ’15 – ’18, cioè quelli che io sentivo ancora raccontare nelle barberie la vita in trincea e le battaglie della Conca di Plezzo, del Monte Nero, di Caporetto e del Piave.
   L’entusiasmo era sollecitato dalla propaganda radiofonica e da quella sui giornali con  titoloni a otto colonne, che gridavano l’annuncio dell’arrivo del grande Alleato dell’Italia, quasi si fosse in attesa dell’arrivo di un messia.
   Ricordo che i fascisti locali, specialmente il segretario e i componenti del direttorio del fascio, si davano un gran daffare per organizzare la partecipazione delle camicie nere e delle donne in costume alla manifestazione a Roma  in onore del Fuhrer.
   Molte erano le donne in subbuglio, non perché animate dallo spirito fascista, ma perché solleticate dal poter apparire vestite nei costumi ottocenteschi del nostro paese, così ricchi di motivi ornamentali e di colori sgargianti. Alcune vennero anche da mia nonna materna per avere un lussuoso vestito in raso, che essa custodiva gelosamente in una cassa di legno.
   La mattina in cui ci doveva essere la manifestazione a Roma, ci fu una grande adunata in piazza, sia delle camicie nere e delle giovani italiane, tutti in divisa, sia delle donne, tutte  in costume. Partirono tutti in un tripudio di inni, di gagliardetti, di entusiasmi, mi pare su dei camion, se ricordo bene.
   La sera, quando tornarono, nel paese sembrava festa; ma a casa mio padre andava dicendo: E’ tutta una carnevalata! E’ tutta una carnevalata! Ed io mi sentivo in disagio per questo, perché mi piaceva la gente in tripudio e non capivo perché in mio padre ci fosse quella sorda disapprovazione; ed ero disorientato nei sentimenti da seguire.
   Ero ragazzo,  non potevo capire i giudizi negativi espressi nascostamente da mio padre, come dopo qualche giorno non potevo capire quando si mormorò che due giorni prima dell’arrivo di Hitler erano stati messi provvisoriamente in carcere alcuni vecchi comunisti di Monterotondo, per prevenire qualche loro manifestazione o attentato nella stazione. Rimanevo interdetto, perché io  ero troppo ragazzo per sapere che il popolo di Monterotondo era irriducibilmente antifascista, anche allora che il Duce poteva vantare il trionfo del suo impero di Etiopia.
  Dopo questi avvenimenti, ricordo che un certo tempo dopo qualche cosa mi turbò, senza che ne potessi capire una ragione. Dalla finestra di casa vidi la guardia che chiedeva i documenti ai girovaghi di un circo per verificare se fossero per caso ebrei. Infatti si diffuse subito la voce che i fascisti cercavano gli ebrei per espellerli dall’Italia. Era la prima volta che sentivo parlare degli ebrei e non sapevo immaginare se fossero delinquenti. Però si parlava di razza ebraica e di problema della razza.
   Di questo problema della razza, allora  mi ricordavo che qualche tempo prima avevo letto sul giornale esortazioni  agli italiani in Abissinia di astenersi di avere rapporti con le donne abissine e raccomandazioni per la conservazione della purezza della razza.
  Ora però sentivo che quello degli ebrei era un problema molto più grave, per cui anche la guardia comunale era chiamata ad accertarsi se i forestieri giunti in paese fossero o no degli ebrei. Si diceva allora dalla gente che c’era un indizio da verificare, e cioè se il cognome loro fosse il nome di un luogo, specialmente di una città, poiché gli ebrei avevano tutti per cognome il nome di un paese o di una città; ma certamente questa era un’idea strampalata, messa in giro da gente ignorante.

   

martedì 8 settembre 2015

                                                     FERRAGOSTO  
              Ogni anno, ad agosto, è così. Mi rivedo prima della guerra, allora ragazzino, davanti casa mia in paese, guardare mio zio fuori dalla sua bottega di falegname, che augurava ai passanti il Buon Ferragosto. Lo guardavo proprio perché non riuscivo a capire che cosa fosse quel “ferragosto”, tanto più che non era un giorno festivo.
                   Lo augurava anche Marcello con i suoi bigliettini inseriti la mattina sotto la porta di ogni casa, con sopra stampato “Il Postino augura Buon Ferragosto”. Infatti Marcello, con i suoi bigliettini che faceva stampare per tempo, augurava anche il Buon Natale e la Buona Pasqua, che erano giorni di festa. Ma il “ferragosto” non era un giorno festivo, era semplicemente il primo giorno di agosto.
                  A me non interessava però l’avvenimento, la ricorrenza più o meno significativa. Quello che mi tormentava era il significato di quella parola “Ferragosto”, così strana, che non riuscivo a venirne a capo a causa di quel misterioso “ferra” unito curiosamente ad “agosto” e che mi suggeriva qualcosa di collegato col ferro, con qualche azione che richiamasse qualche “ferratura”, anche se non riguardante propriamente i fabbri.
                    Ne venni a capo in seguito, ben dopo la guerra, ormai da grande, dopo che avevo studiato storia e latino, anche perché non mi ero accontentato delle definizioni striminzite del mio vocabolario, quando me n’ero comprato uno. E certamente non potevo avere a disposizione un’ enciclopedia.
                  Allora, però, nessuno più augurava il “Buon Ferragosto” il primo di agosto, ma lo faceva il giorno quindici, cioè il giorno dell’Assunta. M’incuriosiva allora il fatto che la gente affluisse o defluisse dalle chiese affollate augurandosi vicendevolmente il “Buon Ferragosto” anziché, mettiamo, “Buona Festa dell’Assunta”. Mi colpiva ancora la stranezza di come per più di duemila anni la gente si era scambiata gli auguri per le “Feriae Augusti”, anche nei venti secoli di cristianesimo, e poi con un cambiamento repentino nel corso di pochi anni, se li era scambiati invece nel giorno dell’Assunta.
                   Ora tante chiese sono vuote anche nel giorno dell’Assunta, eppure la gente continua a scambiarsi gli auguri con il “Buon Ferragosto” così come ha sempre fatto nel passato, solo che lo fa il giorno quindici e non più all’inizio del mese, come al tempo di Augusto e come al tempo degli anni Trenta del secolo scorso. Nei duemila anni sono cambiati i sentimenti religiosi, che apparentemente sembrano quelli più profondi, e con essi sono cambiati i giorni degli auguri; ma non è cambiato l’uso di augurare il “Buone Vacanze”, il “Buon Ferragosto”, in quanto espressione di sentimenti legati al bene diretto e personale del godimento concreto dei benefici del riposo, delle vacanze e del turismo agostano.
                  Ho sempre più l’impressione che la gente abbia dato valore più ai benefici materiali che gli potessero pervenire dal presente, che non a quelli aleatori delle promesse religiose, anche quando poteva sembrare che le manifestazioni rituali paressero dire il contrario. 




lunedì 31 agosto 2015

Dal mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI  edito da SIMPLE  pubblico qui di seguito le prime due composizioni.

                QUESTO  MONDO

Questo è il mondo.
Verso questo mondo
Avrei voglia di urlare  ed inveire.

Mondo in cui la gente
Corre dietro  segnacoli e vessilli,
Scanna  e si scanna
Sol che vi siano simboli e sigilli.

Mondo fatto di servi,
D’ipocriti, di furbi, di padroni,
Di ladri e di spergiuri
Protesi tutti a spremere minchioni.

Mondo balordo fatto di congreghe
Che un proprio dio si foggiano per spingere
Credule folle a stolide tragedie.

In questi miei versi questo mondo
Non posso che deridere e schernire,
Per sfogare l’interno mio furore                  
E non rodermi dentro
Urlare ed inveire.                
              


               L’UOMO

Spesso si dice che l’uomo è uomo
E che vale ben più d’una bestia.
Ed io dico che ciò è vero, giacché
Uomini-agnelli ci sono, uomini-lupi,           
Uomini-cani ed uomini-porci,
Uomini-vermi ed uomini-iene.                             
L’uomo è ben più di tutti gli animali,
Perché in sé tutte le bestie contiene
Ed è più bestia di cento bestie insieme.














venerdì 31 luglio 2015

            FRUTTA  E… TECNICA
   Sono stato al mercatino dei coltivatori. Ora ho sul tavolo alcuni cestini di frutta raccolta a pochi chilometri dal luogo di consumo. Frutta di colori vivi e morbidi, soprattutto di aromi sottili come li sentivo nel mio campo, quando coglievo le pesche vellutate quali il Trionfo, innestate da mio padre su portainnesti di mandorli.
   Colori, sapori, morbidezza, aromi che mi richiamano sensazioni e che mi offrono motivi per considerazioni, raffronti, sentimenti, idee, tutti insieme confusi nell’animo, ma progressivamente sempre chiari nella mente.
   Altri tempi, altre stagioni, ma soprattutto altri mesi. Già, altri mesi. Ricordo che quando fu proclamata la Repubblica, noi cogliemmo gli ultimi quintali di cerase, che dal campo io riportai con i bigonci caricati sull’asino in paese, per essere vendute ai bagarini, che nella notte le avrebbero portate a vendere a Roma con i carretti. Erano gli ultimi quintali di “Ravenne tardive”, giacché le altre varietà precoci erano state raccolte giorni prima.
  Ricordo che in uno degli anni Sessanta, mia madre mi lasciò una pianta intera carica di cerase “Ravenna tardive” nell’ultima settimana di giugno, quando la raccolta era stata già termina almeno da quindici giorni, perché io ne potessi mangiare, tornando in vacanza nel mio paese; molte erano cadute per eccessiva maturazione, ma molte altre io e mia moglie le mangiammo dolcissime e fragranti.
   Altre stagioni, altre varietà. E oggi, ventisette luglio, ho davanti a me le cerase: le “Ferrovia”, i “Duroni”, ecc. Qualche anno fa, a Ravenna, ebbi un soprassalto, quando al mercatino dei coltivatori vidi in vendita, ad agosto inoltrato, sportine di albicocche freschissime. Strano. Quando facevo il contadino, le albicocche si raccoglievano a giugno e ai primi di luglio, se non sbaglio.
   Strano! Ma oggi niente è più strano. Non basta la globalizzazione dei mercati. Interviene nell’agricoltura la biotecnologia. Ricordo che i carciofi allora si raccoglievano a maggio tra i filari delle vigne, saporitissimi e profumati di sole, ma ora si raccolgono a febbraio, teneri e grossi quasi come meloncini, ma scialbi. Ricordo che l’uva si cominciava a mangiare nel mese di settembre, ma ora già si vede sul mercato a luglio e abbiamo i pomodori tutto l’anno fatti crescere e maturare nelle serre al calore delle fiammelle di gas.
   Ricordo che mio padre ricorreva agli innesti per avere varietà di frutti più belli, più buoni e più redditizi. Ora con le nuove tecniche gli agricoltori ottengono pesche colorite, rosse già allo stato acerbo, sicché quando si comprano, invece di mangiarle, ci si potrebbe giocare alle bocce. I mercati hanno rifiutato varietà di pesche profumate e meravigliose a causa della delicatezza della buccia, soggetta a facili ammaccature; le hanno sostituite con varietà la cui buccia sembra cuoio al morso e alla masticazione. Io che ero abituato a mangiare ogni frutta con la buccia, appena staccata dai rami, non ne posso più di queste bucce coriacee che non riesco a deglutire. 
   D’altra parte gli acquirenti, generalmente, non chiedono più l’acquisto di varietà specifiche di questa o quella frutta, tanto che spesso indicano ogni frutto  solo col suo nome generico: la pesca (non la pesca Nettarina o la pesca Uccello Rosso) la ciliegia (non la ciliegia Ravenna o Vignola) la mela (non la mela Rosa o Limoncella o Deliziosa).  Hanno perso il gusto delle particolarità del frutto con piccoli difetti ma esposto al sole e ricco di sapori, per cui richiedono invece frutti con belle forme e colori vistosi, frutti levigati come gli oggetti usciti dalle fabbriche, perché ormai hanno perso il piacere delle particolarità ed anche delle imperfezioni della natura, e sono attratti dalla regolarità artefatta delle cose uscite di fabbrica, tutte della stessa grandezza, tutte della stessa forma e colore, come se fossero palline colorate o tappi o bottiglie anziché cose naturali da mangiare.

  Comunque questo non pare un problema, poiché l’aspetto economico è quello più importante per chi vende e per chi acquista. Dietro l’aspetto economico ci sono altri aspetti non meno importanti nella dimensione culturale; ma di questa dimensione in un mondo materialista e massificato pare che a nessuno realmente interessi.