venerdì 29 gennaio 2016

                                       I PROMESSI SPOSI   
   E’ sempre una sensazione, anche per una parola sentita o letta, che stimola un ricordo a riaffiorare dapprima come dentro una nebbiosità indistinta, poi sempre più nitido nei suoi particolari, fino a colorarsi di nuovi sentimenti, che a volte ci scuotono il cuore.
  Così, improvviso, m’è ritornato in mente quel novenario con cui comincia il racconto del Manzoni “Quel ramo del lago di Como…” e quindi la musicalità di molti brani di quel romanzo, in cui risuonano frequenti i ritmi di versi di varia misura .
   Davvero una grande opera letteraria. Da cui io ho imparato a scrivere molto di quel che so. Immiserita però nell’insegnamento di tanti, di troppi insegnanti nelle scuole del nostro paese. Che arrivarono persino, nei decenni scorsi, a chiederne l’espunzione dai programmi scolastici, dietro la speciosa proposta di sostituirlo con opere di autori più “nuovi”, novecenteschi.
  Non bastava ad essi di espungerlo dall’animo dei loro studenti con l’aridità e la noia delle loro lezioni, ne chiedevano addirittura l’espunzione dai programmi così da privarne altri studenti, che avevano la fortuna di avere quei pochi insegnanti che sapevano guidarli al godimento, al piacere, di leggerne pagine e pagine ed anche tutta l’opera.
  Con la noia di tante lezioni su annotazioni grammaticali e retoriche, per forza gli studenti leggevano un libro morto, ammazzato, e se ne allontanavano senza più mai sfogliare quelle pagine ormai impacchettate dentro un pregiudizio.
    In verità, capitò anche a me di buttare via quel libro per la noia che mi prese nel leggerne le prime pagine, specialmente quelle che si dilungavano nel riportare le gride. Ma io lo leggevo da ragazzo in campagna, in mezzo alle pecore al pascolo.    
  Infatti con i miei miseri risparmi (non mi compravo neanche un gelato alla festa patronale) ero riuscito a comprarmi a mezzo posta cinque libri dell’editrice Lucchi di Milano, fra cui, appunto, I Promessi Sposi e Mimì Bluette di Guido da Verona, allora autore celebrato e in edizione curata da Gian Dàuli: li ricordo come se ce li avessi ancora tra le mani!   
    Li avevo ricevuti dal postino e, il giorno dopo, trepidante, me li ero portati con le pecore. Mi rivedo al pascolo nel campo di “Pijtrucciu ‘e Davide”, appena oltre il Fosso degli Impiccati, che leggevo le prime pagine dei “Promessi sposi” accucciato all’ombra di un pero (in quel campo c’erano solo due o tre peri, che facevano un po’ d’ombra nelle giornate estive).
  E mi prendeva delusione e noia, alla lettura di quelle che mi parevano inutili descrizioni e digressioni che si dilungavano nella narrazione. E dopo varie pagine, lo richiusi e lo misi da parte, per sfogliare altri libri. Ma allora avevo si e no sedici anni e non ero andato oltre la quinta elementare.
  In quel tempo leggevo anche il giornale e i libri di mio padre, La Gerusalemme liberata  e  Orlando furioso, mandandone a memoria vari stralci, imitando mio padre che li aveva mandati a memoria in gran parte, assieme a diversi canti della Divina Commedia.
  Poi con altri piccoli risparmi, a mezzo posta comprai alcuni classici della Sonzogno di Milano e mi feci anche comprare a Roma il dizionario del Palazzi. Volevo studiare da solo e non sapevo come fare, poiché non potevo frequentare alcuna scuola. Intanto avevo acquisito nuove conoscenze occasionali con le varie letture, anche se confuse e senza ordine. 
 Qualche anno dopo ripresi la lettura dei Promessi sposi; mi piacque di leggerlo sin dal principio. Allora decisi di proseguire a leggere qualunque cosa mi fosse possibile e di studiare da solo il latino e il francese, la storia, di leggere i classici, dal Petrarca al Pulci, al Boiardo e ogni altro libro, tutti per intero.  
  Soprattutto mi assunsi l’impegno di leggere almeno una pagina al giorno dei Promessi sposi e del dizionario.  A quest’impegno tenni fede per almeno dieci anni di seguito, anche quando mi capitava di avere la febbre, anche a mezzanotte, dopo aver lavorato per tutto il giorno in campagna. Non trascurai mai un giorno, come i preti col breviario.
  I promessi sposi e il dizionario sono stati davvero i miei maestri di base. Con I promessi sposi ho conversato, ho riso, ho riflettuto. Dei  Promessi sposi  in particolare quasi sempre non leggevo una sola pagina aperta a caso com’era nel mio impegno, ma, preso dal piacere della lettura, ogni volta continuavo a leggerne pagine e pagine, quasi entrando io stesso nella narrazione. In dieci anni lo avrò letto per intero almeno una decina di volte, a dire poco. Anche se intanto leggevo altri libri, che andavo comprando col solito metodo del risparmio di miseri spiccioli.
  E’ vero, imparavo ma soprattutto mi divertivo con i vari personaggi e le varie situazioni, come con il don Abbondio “vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro”, che esclama: “Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! L’arcivescovo me la leverebbe? - Eh! le schioppettate non si danno via come confetti…- ribatteva Perpetua.
  Come con Renzo e i capponi di fronte all’Azzeccagarbugli  e le ambiguità che sorgono nel loro dialogo; o ancora con le figure di donna Prassede e don Ferrante, ecc. Ci sono sprazzi d’ironia, d’umorismo che nessun romanzo italiano, a parte “Piccolo mondo antico” del Fogazzaro, sparge qua e là, anche dove meno te l’aspetti, a rasserenare ed a coinvolgere il lettore, quasi come dice il Tasso nella dedica della Gerusalemme, anche se , secondo il Manzoni, “di amore ce n’è fin troppo e il mondo ha bisogno di altri sentimenti”:
 “Sai che là corre il mondo, ove più versi
 Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
e che ‘l vero condito in molli versi
i più schivi allettando ha persuaso…”.
  Ma nell’insegnamento, spesso I promessi sposi e lo stesso Manzoni sono messi nella gabbia della “provvidenza”, quasi suo sinonimo o metafora. E non si pongono in evidenza l’ironia, l’umorismo, non solo dell’uomo saggio e del letterato, ma anche dell’uomo che è partecipe dello spirito del suo tempo, che non è solo risorgimentale o solo cattolico liberale, ma anche in qualche modo rivoluzionario.
  Nella gabbia della “provvidenza” si fa apparire il Manzoni come uomo di chiesa, quasi un bigotto ripiegato a contemplare la sua fede. E invece non si mette in evidenza la rappresentazione della violenza, dell’ingiustizia e dell’organizzazione  del potere in don Rodrigo e i suoi bravi assieme all’insufficiente vaniloquio delle gride, tanto da parere d’essere in presenza di certi nostri tempi, con le continue leggi per combattere invano le attività delle cosiddette  organizzazioni criminali.
  E’ vero che alla fine del romanzo, nel sentirsi sollevato dalle passate minacce, don Abbondio poi quasi si pente, ma intanto si sfoga dicendo: 
   “E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo piú…. Non lo vedremo piú andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell'albagìa, con quell'aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione”.
     E leggendo, a noi ormai vecchi pare ancora di vedere certa gente al tempo del fascismo, tanto da poter assimilare quella peste alla guerra e alla conseguente liberazione da tanti con quell’albagia, con quell’aria, con quel palo in corpo….
   Ed è vero che il popolano Renzo si tira fuori dalla sommossa, dal disordine sociale, ripudiando ogni violenza, ma il Manzoni pare evocare la rivoluzione francese, le rivendicazioni babuviane e adelfiane, tenendole in simpatia, quando fa pronunciare al mercante  nell’osteria di Gorgonzola con tagliente ironia “… s'era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s'ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati?


venerdì 1 gennaio 2016

                                             STRASCICHI E STRAZI DI GUERRA

  La fine della guerra non fu la fine delle pene e delle disgrazie. Non solo per i nostri ricordi.  Rimasero le rovine e i lutti. Ma anche  le ferite di dentro, le esperienze più brutte e le lacerazioni emotive. In fondo non eravamo più gli stessi di prima della guerra e neanche di prima dell’otto settembre.
  Quando noi tornammo da Monteflavio, vedemmo prima le rovine materiali: qualche casa colpita nel bombardamento, la curva a gomito, quella che noi dicevamo di Cesare Morelli, vicino alla “Fontanella”, saltata per le mine dei tedeschi. Poi cominciammo a conoscere disavventure e disgrazie di molti compaesani.
  Comunque la guerra nel nostro territorio era davvero finita.  Ma continuava nella mente di un mio vicino di casa appena ventenne. Lo scoprimmo quando per la strada  gridava: Bum! Bum! Baang! Beeeng! Era già capitato a molti nella prima guerra mondiale. E non erano guariti, ed erano detti “scemi di guerra”.
  Aveva la mente sconvolta dagli scoppi delle bombe. Nei giorni del passaggio del fronte di guerra era andato a Palombara, e passò per il Ponte di Stazzano, allorché alcuni bombardieri bimotori inglesi del tipo leggero vi sganciarono bombe da due o più quintali per abbattere il ponte  e impedire la ritirata alle truppe tedesche, ma non riuscirono a centrarlo.
  Una di quelle bombe gli scoppiò vicino, fece una buca enorme, e  la terra scavata quasi lo seppellì. Ne uscì vivo, ma con la mente sconvolta. Da quel momento non faceva che ripetere senza sosta: Bum! Bum! Baang! Beeeng!
  I genitori consultarono i migliori neuropsichiatri, lo fecero visitare nelle cliniche più qualificate di Roma, ma continuò a ripetere ovunque si trovasse: Bum! Bum! Baang! Beeeng! Finché lo ricoverarono nel manicomio di Santa Maria della Pietà su Monte Mario.
  Nel ’49 andai a fargli visita assieme al fratello. Ci fecero entrare in una sala grandissima, affollata di malati. Lo trovammo, ci venne incontro e ci salutò. Ci guardò, mi riconobbe e apparve normale, parlammo anche. Poi sottovoce mi disse: Gi’, io lo so che sono diventato matto! Mi venne il gelo a quelle parole. Capii che rivedendomi si era emozionato e per un momento gli era tornata la ragione. Ma fu solo un momento, perché dopo qualche minuto ricominciò: Bum! Bum! Baang! Beeeng!
Tornai a casa sconvolto. Non solo i morti, non solo i campi di concentramento, i feriti e i mutilati. Anche questo poteva volere e significare una guerra.

   Ma la gente dimentica facilmente. Per la gente la guerra è come un temporale. Ha paura  e cerca ripari. Ma appena passati i fulmini e torna il sereno si rimette al lavoro, canta, ride e si diverte. Così alla prima festa, quando ancora si avvertiva nell’aria l’odore e il rumore della guerra, si ricominciò a fare i fuochi pirotecnici. E i colpi dei petardi ritornarono ad essere segni di gioia. Ci si capisce ben poco in questo mondo e con la gente! 

domenica 20 dicembre 2015

                      1943: NATALE PRIGIONIERI E CANNOLI

   Natale 1943. Notte santa.  E santa incoscienza. Non mia soltanto, che avevo allora appena compiuto diciassette anni. Ma dei grandi, di quelli che cominciavano ad avere i capelli bianchi e che avrebbero dovuto avere più prudenza. Che non l’ebbero non per superficialità, ma per profonda umanità, per solidarietà umana; nella brama della liberazione dai tedeschi e dalla guerra, quando c’era la resistenza.
  Eravamo a casa di zia Santa. Fuori c’era soltanto l’oscurità del coprifuoco, in cui incombevano i passi minacciosi dei tedeschi, che erano di stanza nel nostro paese. Ci stavano per gestire un centro di rifornimento di munizioni per il fronte di Cassino, ma anche per rastrellare i prigionieri alleati liberati l’otto settembre dal campo di concentramento di Santa Maria, molti dei quali s’erano rifugiati nelle campagne, in nascondigli procurati e protetti da molti compaesani.
  Nella santa incoscienza di quella sera, facevamo festa intorno al focolare, in cui ardevano due o tre ciocchi. In verità non c’era molto per festeggiare, forse non avevamo neanche il sale, che scarseggiava e che a volte si comprava nero dai tabaccai. Volevamo però far vivere il Natale anche a due prigionieri quasi come se fossero a casa loro. Davvero un sentimento di solidarietà umana verso quelli che ancora pochi mesi prima erano nostri nemici e nostri prigionieri. Ma ora erano perseguiti come noi, ben più di noi, lontani dalle loro terre e dalle loro famiglie.
   La sera di Natale eravamo tra parenti.  Ci fu più allegria, quando i due prigionieri furono fatti entrare silenziosamente e con molta prudenza, guardinghi. Ma con loro ci s’intendeva solo a gesti; e col senso di cordialità negli occhi.  Ed essi sprizzavano gioia  nel vivere un momento di convivialità e di calore umano. Non era tanto il valore del mangiare a tavola, che essi non avevano più provato da parecchio, forse da anni, quanto il sentirsi accolti in famiglia.
   Poi venne Michele, un pasticciere siciliano, che da Roma si era rifugiato in paese, presso zi’ Romoletto, perché comunista anche lui. Anzi zi’ Romolo e Michele avevano collegamenti con i comunisti e con la resistenza, tanto che un giorno ospitarono un capo dei partigiani, un sudafricano venuto in incognito; lo ricordo perché era basso e vestito con un maglione scuro.
   Quel Natale, Michele si era fatto dare da mia madre una grossa ricotta di pecora ed ora portava un grosso vassoio di cannoli siciliani. In tanta carestia, quei cannoli apparvero come brillanti in un’oreficeria: sembrava che squillassero di luce dappertutto, anche se poi era il loro profumo che inondava di più la stanza. Nessuno di noi aveva mai mangiato un cannolo, neanche mai visto;  tantomeno l’avevano visto i prigionieri, che non ricordo di quale nazione fossero.
  Quando li assaggiarono, i prigionieri si misero a ballare, ridevano, scoppiavano di gioia. Per loro divenne un rito: davano una leccatina al loro cannolo, poi lo deponevano sulla mensola del camino come si depone un santino, come qualche cosa di sacro. Tornavano a saltellare di gioia, poi di nuovo davano una leccatina al cannolo, spalancavano gli occhi per il piacere e poi tornavano a deporlo sulla mensola, così per qualche tempo. Fu un Natale meraviglioso. Anche per la convivialità con i prigionieri. Ma anche per i cannoli.
   Non ho più dimenticato quel Natale. Ma non ho più dimenticato il piacere di quei cannoli. Non ne ho mangiati mai più di così buoni, anzi quando ne mangio ne rimango sempre deluso.

                                                  

martedì 8 dicembre 2015

                                IL SABATO FASCISTA

  E’facile dimenticare. Più facile del ricordare. Forse anche più importante. Comunque, quando ritornano in mente fatti e misfatti significativi, non bisogna dimenticare, ma occorre sottolinearne e rafforzarne la memoria.
  Per questo io non dimentico i racconti che facevano i reduci della prima e della seconda guerra mondiale. Non dimentico neanche certe scene del tempo fascista, che io ho vissuto. Scene di indottrinamento e di educazione alla guerra. O, meglio, di educazione alla morte, come diceva il filosofo Maritain nel suo “Umanesimo integrale” e anche nel suo “Educazione al bivio” scritti intorno al 1935.
   Soprattutto educazione ad uniformare  la personalità  dei giovani alla volontà del partito fascista e del suo capo. Il simbolo di questa educazione “uniformatrice” era proprio l’uniforme, cioè la divisa: di Figlio della Lupa, di Balilla, di Avanguardista, ecc. Assieme all’uniforme altre cosette, come il distintivo, il gagliardetto, gli inni  e soprattutto il moschetto, cioè il modello ridotto del ’91 (per esattezza del 1891).
  Io ero ancora un quattordicenne, quando vedevo mio fratello diciottenne all’istruzione premilitare insieme ai suoi coetanei nella piazza davanti al municipio. Imparavano a marciare, ad ubbidire ai comandi di qualche tenente che si trovava per caso in licenza.
   L’istruzione premilitare era diventata obbligatoria con una legge del 1934 che istituiva il sabato fascista ad imitazione del sabato inglese. Il sabato inglese però riguardava solo la riduzione  del lavoro a metà giornata, invece il sabato fascista destinava quella metà giornata all’indottrinamento attraverso le attività cosiddette culturali e ricreative e, per i giovani da diciotto a venti anni, anche al servizio premilitare.
  E’ vero che era stato istituito anche il Dopolavoro in ogni abitato e dove possibile, in cui ci si poteva ritrovare e giocare a biliardo, ma sempre come  istituzione strumentale del partito, finalizzata sempre al “credere obbedire combattere”, cioè alla rinuncia della propria personale autonomia di giudizio, perché a pensare e a decidere doveva essere solo il capo, secondo l’ordine  gerarchico fascista. E a pensare con la propria testa poteva essere pericoloso.
  Infatti una sera, dopo che eravamo tornati dalla campagna e mentre eravamo a cena, venne a casa un cugino di mio padre. Non che quello fosse un vero fascista, ma praticava i fascisti locali. Venne  come latore di un avvertimento discreto, suggerito sottovoce a mio padre. Un avvertimento che voleva essere una minaccia e che allarmò vivamente mio padre e mia madre. La minaccia era quella di proporre mio fratello per l’esilio solo se ancora una volta si fosse espresso in quel modo.
    Infatti mio fratello, oltre a sentire i commenti  espressi in famiglia da mio padre in modo assai guardingo e riservato, leggeva il giornale tutti i giorni e spesso, la sera, andava a sentire radio Londra e radio Mosca segretamente presso un capo manipolo fascista che teneva l’ufficio di collocamento, e ci portava anche me.
   Ed era successo che durante il servizio premilitare, mio fratello aveva espresso un giudizio pessimista sulla nostra vittoria nella guerra appena cominciata, si era nel 1940, con gli altri commilitoni. E qualche spione, di quelli che non mancano mai, era andato a riferirlo al segretario del fascio. Di qui la minaccia che fece tremare i miei genitori quella sera, con tutte le raccomandazioni che ne conseguirono per mio fratello, ed anche per noi perché fossimo molto più riservati fuori di casa.  


mercoledì 18 novembre 2015

Pubblico qui di seguito la copertina e la PREMESSA del mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI  EDITO da SIMPLE 



                        PREMESSA

  Ho indicato con “Bigliettini” le mie composizioni più brevi e con “Biglietti” quelle un po’ più lunghe, senza però distinguerle e separarle in capitoli diversi.
  Poiché sono tutte di carattere satirico, in altro tempo le avrei dette classicamente “epigrammi”. Proprio come oltre un ventennio fa, quando ne stampai una trentina, in pochissime copie per gli amici, con il titolo di “Trenta epigrammi”.
  A leggerli allora furono davvero  pochi amici, anche perché ancora non si era diffusa Internet. Ma cambia il tempo e con esso mutano gusti e parole, anche se molte cose poi rimangono sostanzialmente le stesse.            Così oggi ho voluto chiamarli “Biglietti e bigliettini” per significare metaforicamente quegli stessi  modi poetici  storicamente definiti come epigrammi.  Senza presumere avvicinamenti a modelli classici forse inarrivabili.
   Qui mi pare anche opportuno  notare, però,  che col tempo sono caduti in disuso diversi generi di poesia, con vari suoi modi compositivi; e sono venute anche meno alcune funzioni della poesia stessa.  Certamente  per mutamenti di sensibilità culturali conseguenti al cambiamento di strumenti e codici comunicativi nel mondo contemporaneo.
   Ha scritto McLuhan che il mezzo è il messaggio. Oggi le nostre sensibilità non corrispondono più ai
mezzi d’informazione, della scrittura e della poesia dei secoli scorsi. Non utilizziamo più solo il linguaggio della parola scritta. Si ricorre spesso all’efficacia del linguaggio iconico; anzi  siamo oltre la fotografia e la cinematografia del passato, siamo ai linguaggi delle tecnologie in cui sono comprese la video scrittura e la memoria digitale.
   Quale funzione può ancora oggi svolgere la poesia in un mondo caratterizzato da così rapidi cambiamenti, da linguaggi e codici così diversi da quelli del passato, specialmente dentro al mondo digitale, iconico, tecnologico?
   Il nostro è il più antipoetico dei tempi, oltre che per l’ansia della velocità dei cambiamenti,  anche perché esso è il tempo del denaro. Il poeta rischia di chiudersi nell’ascolto della sua sola interiorità e la poesia rischia di autolimitarsi alla lirica. La satira stessa oggi è confinata nelle  battute e nelle macchiette degli spettacoli,  nelle vignette dei giornali.
   Eppure non tutti dovremmo rinunciare alla satira poetica. Essa costituisce un modo espressivo che può avere ancora un suo valore, poiché nei momenti di sosta, di raccoglimento e di riflessione ci può consentire ancora una forma di autonomia di giudizio a fronte della piatta banalità del conformismo; e ci può consentire un rovesciamento dello sguardo sul mondo ancora con la forza e la speranza proprie dello spirito critico e libero dell’uomo.
   Con queste mie composizioni io non vi ho rinunciato; anzi in esse ho raccolto  l’espressione di sentimenti elaborati in rapporto ad esperienze di vita colte direttamente e indirettamente nel quotidiano del nostro tempo, tra rabbia, amarezza, sarcasmo.
   Sono composizioni in versi che ho scritto nel corso di alcuni decenni e che ho qui messo insieme in modo alquanto casuale, non avendo neanche tenuto conto né di datarle, né di disporle in ordine cronologico: soggettivamente il lettore può riferirle al tempo che gli suggerisce la sua personale sensibilità.
   Le pubblico tutte oggi in quanto la spesa editoriale non rappresenta più un sacrificio economico. Ma penso che a leggerle saranno ugualmente assai pochi.    
   Forse  anche perché oggi le composizioni satiriche non sembrano ritenute classificabili come poesia, così come lo erano ancora un secolo fa, poiché non rientrano nelle caratteristiche delimitate da un lirismo introspettivo esasperato, secondo le ultime tendenze , quasi direi secondo la “moda” di oggi.
   Forse anche perché esse non rispondono ai canoni dei gusti correnti, più proclivi alle vignette degli umoristi e alle battute dei comici, così rapide e incisive al confronto di composizioni poetiche che pur sempre richiedono  una certa riflessione per la piena comprensione del testo.
   Forse anche perché siamo in tanti a scrivere (penso che ciò sia un bene) e non molti a leggere, tra cui un certo numero solo lettori di noi stessi autori (e penso che questo sia un male).
   Lo scarso numero dei miei eventuali lettori mi consentirà di non sentirmi in colpa per averne infastiditi molti, sia per  non averlo fatto apposta, giacché questi versi  mi sono venuti da sé, per mio personale sfogo dell’animo, pur avendo io tentato di lavorarci su di lima; sia perché  io non ho spedito di fatto alcun bigliettino o biglietto a nessuno.
   Se qualcuno li leggerà sarà forse solo per puro caso e comunque per sua scelta, giacché non andrò a mostrare me e il mio libretto in una qualsiasi televisione per farmelo comprare.
   E se qualcuno li apprezzasse, in tutto o anche soltanto  in parte,  sento che in qualche modo ne sarei sinceramente compiaciuto e gratificato.                                                                                                                                                                                                           
                                            









martedì 6 ottobre 2015

                     LE  MANIFESTAZIONI  PER  LA VISITA DI HITLER

  Quando doveva arrivare Hitler a Roma, si diffuse nel mio paese molto entusiasmo fra i fascisti, ma anche qualche timore fra coloro che fascisti non erano, e anche qualche sordo risentimento fra coloro che avevano combattuto nel  ’15 – ’18, cioè quelli che io sentivo ancora raccontare nelle barberie la vita in trincea e le battaglie della Conca di Plezzo, del Monte Nero, di Caporetto e del Piave.
   L’entusiasmo era sollecitato dalla propaganda radiofonica e da quella sui giornali con  titoloni a otto colonne, che gridavano l’annuncio dell’arrivo del grande Alleato dell’Italia, quasi si fosse in attesa dell’arrivo di un messia.
   Ricordo che i fascisti locali, specialmente il segretario e i componenti del direttorio del fascio, si davano un gran daffare per organizzare la partecipazione delle camicie nere e delle donne in costume alla manifestazione a Roma  in onore del Fuhrer.
   Molte erano le donne in subbuglio, non perché animate dallo spirito fascista, ma perché solleticate dal poter apparire vestite nei costumi ottocenteschi del nostro paese, così ricchi di motivi ornamentali e di colori sgargianti. Alcune vennero anche da mia nonna materna per avere un lussuoso vestito in raso, che essa custodiva gelosamente in una cassa di legno.
   La mattina in cui ci doveva essere la manifestazione a Roma, ci fu una grande adunata in piazza, sia delle camicie nere e delle giovani italiane, tutti in divisa, sia delle donne, tutte  in costume. Partirono tutti in un tripudio di inni, di gagliardetti, di entusiasmi, mi pare su dei camion, se ricordo bene.
   La sera, quando tornarono, nel paese sembrava festa; ma a casa mio padre andava dicendo: E’ tutta una carnevalata! E’ tutta una carnevalata! Ed io mi sentivo in disagio per questo, perché mi piaceva la gente in tripudio e non capivo perché in mio padre ci fosse quella sorda disapprovazione; ed ero disorientato nei sentimenti da seguire.
   Ero ragazzo,  non potevo capire i giudizi negativi espressi nascostamente da mio padre, come dopo qualche giorno non potevo capire quando si mormorò che due giorni prima dell’arrivo di Hitler erano stati messi provvisoriamente in carcere alcuni vecchi comunisti di Monterotondo, per prevenire qualche loro manifestazione o attentato nella stazione. Rimanevo interdetto, perché io  ero troppo ragazzo per sapere che il popolo di Monterotondo era irriducibilmente antifascista, anche allora che il Duce poteva vantare il trionfo del suo impero di Etiopia.
  Dopo questi avvenimenti, ricordo che un certo tempo dopo qualche cosa mi turbò, senza che ne potessi capire una ragione. Dalla finestra di casa vidi la guardia che chiedeva i documenti ai girovaghi di un circo per verificare se fossero per caso ebrei. Infatti si diffuse subito la voce che i fascisti cercavano gli ebrei per espellerli dall’Italia. Era la prima volta che sentivo parlare degli ebrei e non sapevo immaginare se fossero delinquenti. Però si parlava di razza ebraica e di problema della razza.
   Di questo problema della razza, allora  mi ricordavo che qualche tempo prima avevo letto sul giornale esortazioni  agli italiani in Abissinia di astenersi di avere rapporti con le donne abissine e raccomandazioni per la conservazione della purezza della razza.
  Ora però sentivo che quello degli ebrei era un problema molto più grave, per cui anche la guardia comunale era chiamata ad accertarsi se i forestieri giunti in paese fossero o no degli ebrei. Si diceva allora dalla gente che c’era un indizio da verificare, e cioè se il cognome loro fosse il nome di un luogo, specialmente di una città, poiché gli ebrei avevano tutti per cognome il nome di un paese o di una città; ma certamente questa era un’idea strampalata, messa in giro da gente ignorante.

   

martedì 8 settembre 2015

                                                     FERRAGOSTO  
              Ogni anno, ad agosto, è così. Mi rivedo prima della guerra, allora ragazzino, davanti casa mia in paese, guardare mio zio fuori dalla sua bottega di falegname, che augurava ai passanti il Buon Ferragosto. Lo guardavo proprio perché non riuscivo a capire che cosa fosse quel “ferragosto”, tanto più che non era un giorno festivo.
                   Lo augurava anche Marcello con i suoi bigliettini inseriti la mattina sotto la porta di ogni casa, con sopra stampato “Il Postino augura Buon Ferragosto”. Infatti Marcello, con i suoi bigliettini che faceva stampare per tempo, augurava anche il Buon Natale e la Buona Pasqua, che erano giorni di festa. Ma il “ferragosto” non era un giorno festivo, era semplicemente il primo giorno di agosto.
                  A me non interessava però l’avvenimento, la ricorrenza più o meno significativa. Quello che mi tormentava era il significato di quella parola “Ferragosto”, così strana, che non riuscivo a venirne a capo a causa di quel misterioso “ferra” unito curiosamente ad “agosto” e che mi suggeriva qualcosa di collegato col ferro, con qualche azione che richiamasse qualche “ferratura”, anche se non riguardante propriamente i fabbri.
                    Ne venni a capo in seguito, ben dopo la guerra, ormai da grande, dopo che avevo studiato storia e latino, anche perché non mi ero accontentato delle definizioni striminzite del mio vocabolario, quando me n’ero comprato uno. E certamente non potevo avere a disposizione un’ enciclopedia.
                  Allora, però, nessuno più augurava il “Buon Ferragosto” il primo di agosto, ma lo faceva il giorno quindici, cioè il giorno dell’Assunta. M’incuriosiva allora il fatto che la gente affluisse o defluisse dalle chiese affollate augurandosi vicendevolmente il “Buon Ferragosto” anziché, mettiamo, “Buona Festa dell’Assunta”. Mi colpiva ancora la stranezza di come per più di duemila anni la gente si era scambiata gli auguri per le “Feriae Augusti”, anche nei venti secoli di cristianesimo, e poi con un cambiamento repentino nel corso di pochi anni, se li era scambiati invece nel giorno dell’Assunta.
                   Ora tante chiese sono vuote anche nel giorno dell’Assunta, eppure la gente continua a scambiarsi gli auguri con il “Buon Ferragosto” così come ha sempre fatto nel passato, solo che lo fa il giorno quindici e non più all’inizio del mese, come al tempo di Augusto e come al tempo degli anni Trenta del secolo scorso. Nei duemila anni sono cambiati i sentimenti religiosi, che apparentemente sembrano quelli più profondi, e con essi sono cambiati i giorni degli auguri; ma non è cambiato l’uso di augurare il “Buone Vacanze”, il “Buon Ferragosto”, in quanto espressione di sentimenti legati al bene diretto e personale del godimento concreto dei benefici del riposo, delle vacanze e del turismo agostano.
                  Ho sempre più l’impressione che la gente abbia dato valore più ai benefici materiali che gli potessero pervenire dal presente, che non a quelli aleatori delle promesse religiose, anche quando poteva sembrare che le manifestazioni rituali paressero dire il contrario.