sabato 8 aprile 2017

                                     IL QUARTO ATTACCO AEREO

    Gli attacchi aerei dei giorni precedenti e ancor più l’ultimo con il bombardamento dei depositi delle munizioni per il rifornimento del fronte di Cassino avevano messo in allarme tutto il paese.
   Mio padre già da qualche tempo aveva pensato di non restare in paese al passaggio del fronte e di portarci a Monteflavio, che poteva essere luogo meno pericoloso, perché in montagna e senza sbocco stradale.
   Per questo si era già accordato con un suo amico di quel luogo e con i nostri parenti monteflaviesi originari di Paganico. L’amico ci dava ospitalità per le pecore, messe  accanto alle capre sue in località  Frolleta, i parenti ci avevano messo a disposizione una casa tutta per noi.
  Visti gli attacchi aerei, mio padre non aspettò più il passaggio del fronte, ma il giorno dopo il bombardamento dei depositi di dinamite e  proiettili per cannoni, ci fece fare alcuni preparativi essenziali per andarcene in montagna. Fra l’altro, nascondemmo un po’ di olio e di vino dentro una grotta dell’ex cava di pozzolana nel nostro campo, che poi riempimmo di fascine e terra, in modo da nasconderne l’apertura.
  Il giorno dopo ancora, caricammo le cose necessarie sull’asino e uscimmo dal campo con le pecore. Con nostra grandissima sorpresa, nonostante tutti i nostri richiami insistenti, uno dei cani non volle seguirci: inspiegabile per un cane che non vuole seguire il proprio padrone per stare a guardia del nostro campo, che rimaneva incustodito!
  Risalimmo con le pecore il Risecco e poi,  percorrendo lentamente le scorciatoie, giungemmo alle Frolleta e quindi a Monteflavio. Nonostante tutto, a quel tempo si poteva ancora lasciare il bestiame incustodito nella notte; noi e gli amici caprai infatti lasciammo pecore e capre alle Frolleta e ci ritirammo nelle case a Monteflavio per trascorrervi la notte.
  La mattina dopo, non ricordo bene se il 3 aprile  (sono passati settantuno anni, una vita)  io, mio fratello e gli amici caprai tornammo al caprile. Cercammo di costruirci un riparo con le grosse pietre del luogo, quasi come nelle trincee, ma coperte in qualche modo per ripararci da eventuali schegge di bombe e mitragliamenti aerei. Di tanto in tanto io guardavo il mio paese che vedevo dall’alto della montagna, ma abbastanza vicino da distinguere bene le vie ed ogni casa.
  Verso le dieci, nella mattinata bellissima per il cielo sereno e la luce di primavera, sentimmo tremare la terra e  guardammo nel cielo per capire dove i quadrimotori fossero diretti: nei mesi passati, spesso volavano  verso Fara Sabina, e poi si udivano i bombardamenti cupi e lontani, in direzione di Orte e Terni.
  Ma quel giorno comparvero di nuovo da Montorio. Io li guardai e fu un momento. Il capostormo lanciò un segnale di fumo e subito udii i soliti fischi d’aria e vidi che le bombe cadevano e scoppiavano proprio sul nostro paese, in mezzo alle case.
  Ero stordito, perché cercavo di localizzare le esplosioni, mentre davanti agli occhi mi apparivano i nonni, gli zii e tutti quelli che ancora erano rimasti in paese. Non ricordo più se piangevo, se tremavo, se ero una statua di pietra, di quelle pietre enormi e bucate che mi stavano intorno.
  Il resto, ciò che era avvenuto, i nomi dei morti, li seppi la sera, quando molti del paese se ne vennero come noi a stabilirsi a Monteflavio.






venerdì 31 marzo 2017

                       TERZO ATTACCO AEREO

   In uno degli ultimi giorni di marzo del 1944, non ricordo quale di preciso, in una giornata meravigliosa come erano quelle delle primavere di quel tempo, io e mio fratello stavamo a diboscare una piccolissima macchia che occupava un angolo del nostro podere. Lo facevamo soprattutto con la vanga, scassando il terreno per due fitte, ma anche con la pala per rimuovere la terra scavata, e con l’accetta per tagliare le radici più grosse di alcune quercette. C’erano anche un mio cugino e un bambino che mio fratello si era portato perché figlio di un suo amico romano.
  Era passato solo qualche giorno dal secondo attacco aereo e noi lavoravamo serenamente. Verso le dieci sentimmo un rombo continuo nel cielo; guardammo e vedemmo arrivare dalle parti di Montorio ventiquattro bombardieri alleati. Mentre li guardavamo arrivare quasi sopra di noi per capire dove fossero diretti, vedemmo un segnale di fumo nero lanciato dall’aereo di testa e subito mio fratello e mio cugino che erano reduci di guerra gridarono: A terra! A terra! E ci buttammo tutti nella fitta dello scassato, uno dietro l’altro, e il bambino sotto mio fratello che lo proteggeva.
  Passò solo qualche secondo prima di sentire i fischi nell’aria delle bombe che cadevano e poi gli scoppi e  boati che facevano tremare la terra per i depositi di tubi di gelatina e di tritolo che saltavano in aria e che erano nascosti tra gli ulivi poco prima del cimitero: un bombardamento non più come quelli sentiti ogni giorno da lontano, ma un bombardamento vicino, a non più di alcune centinaia di metri da noi, anche se noi li sentivamo appena al di là dalla collina.
  Andati via gli aerei, noi sentivamo ancora  un continuo scoppiare di proiettili nei depositi nascosti negli uliveti che fiancheggiavano la Maremmana e che non erano stati colpiti direttamente dal bombardamento: forse i proiettili scoppiavano l’uno dopo l’altro per surriscaldamenti successivi.
  Noi avevamo paura che gli aerei tornassero ancora per una nuova ondata e perciò corremmo a ripararci sotto un greppo di cappellaccio, residuo di una vecchia cava di pozzolana. Vi restammo per quasi un’ora, perché gli scoppi  non accennavano a cessare.
   Io e mio cugino allora uscimmo dal riparo per vedere in direzione degli scoppi e renderci conto della situazione, ma in quel momento ci fu una fiammata così grande che sembrava  incendiare il cielo sopra la nostra collina, e un boato secco fece tremare la terra. Ci buttammo di nuovo sotto  il greppo di cappellaccio e sentimmo nell’aria sopra di noi fischiare cose che andavano a cadere sulla collina opposta.
  Che cosa era successo lo sapemmo dopo: era scoppiato il casale isolato  in un campo di  ulivi a fianco della Maremmana, nel cui primo piano era alloggiato il comando tedesco della zona e nel piano terra era collocato  un deposito di tritolo.
  Quelle cose  volate sopra di noi erano piccoli blocchi di cemento, il catenaccio della porta e altri pezzi di ferro e pietra, mentre pezzi di travi contorti e un torchio erano volati  ad alcune centinaia di metri dal luogo dello scoppio.
   In seguito sapemmo che i tedeschi del comando urlavano disperati dalle finestre del casale, ma non potevano fuggire e scampare per la grande quantità di proiettili che scoppiavano loro intorno. Con lo scoppio del deposito di  tritolo  al piano terra essi  si volatilizzarono assieme al casale, al cui posto rimase una buca enorme e profonda diversi metri.
 Poi sapemmo che poco più lontano da quel luogo  erano stati colpiti dalle bombe e morirono due miei coetanei del mio paese, che si erano recati la mattina per lavoro nei campi.









venerdì 24 marzo 2017

SECONDO ATTACCO AEREO

   Quel primo attacco aereo che aveva fatto esplodere un deposito di carburante lungo la strada di Montelibretti evidentemente fu un avvenimento che ci segnò, perché gli alleati scoprirono le strade intorno cui i tedeschi tenevano nascosti i depositi di carburante, di dinamite e tritolo e di grossi proiettili per il rifornimento del fronte di Cassino.
   Dopo qualche giorno infatti, non ricordo in quale degli ultimi di marzo, io e mio fratello stavamo a “Sandunicola” e in quel momento parlavamo con un confinante, che vangava il suo campo  di là dalla siepe di confine col nostro podere.
   Improvvisamente , venendo dalla parte di Montorio, si lanciarono a bassa quota sopra di noi due cacciabombardieri inglesi, che fecero un giro e poi sempre più a bassa quota ci mitragliarono quasi a falciare con i proiettili rasoterra.
  Noi corremmo a perdifiato a ficcarci dentro una grotta di pozzolana poco distante, dove giunse pure il nostro confinante, che aveva saltato la siepe e corso alla disperata. Intanto i cacciabombardieri avevano fatto un altro giro, ma questa volta  sganciarono diversi spezzoni, che, scoppiando, fecero tremare la terra e la grotta.
  Dopo che era finito l’attacco, notammo che due schegge avevano fatto due buchi nelle lamiere di copertura del casaletto e che vari spezzoni erano scoppiati qua e là radendo con le schegge la terra e squarciando i fusti dei nostri giovani olivi. Un grappolo di sei spezzoni invece non era esploso ed era infisso a quasi un metro sotto terra in mezzo all’erba e a una cinquantina di metri da noi.
  E’ strano che allora io non mi chiedessi perché mitragliassero noi che eravamo in mezzo alla campagna, percorsa solo da mulattiere. Eppure non potevano prenderci per tedeschi: perché volevano sparare a noi in mezzo alle campagne? Perché miravano a noi che stavamo vangando? Perché spezzonavano i nostri campi? Me lo chiedo ancora adesso.
   Evidentemente allora non me lo chiesi, perché vedevamo come nemici solo i tedeschi e non potevamo pensare che i piloti inglesi ci percepissero ancora come loro nemici. Altrimenti perché ci dovevano sparare in mezzo alla campagna?
   Strana situazione la nostra di quei giorni. E veramente tragica.


lunedì 13 marzo 2017

                           PRIMO ATTACCO AEREO

   Da settembre del ’43 i tedeschi erano anche nel nostro paese, sempre più odiati, e   noi sempre più in allarme per sfuggire alle loro retate improvvise. Solo un po’ di fascisti potevano guardarli con simpatia, alcuni con complicità.
   Infatti, comunemente non li avevamo mai sopportati, perché i nostri genitori avevano combattuto contro di loro sull’Isonzo e sul Piave e per vent’anni ci avevano raccontato delle loro battaglie e del gas che avevano buttato nell’offensiva di Caporetto. Tutta la propaganda e la retorica di Mussolini erano solo riuscite a sopire ma non a cancellare l’antipatia e l’antico rancore che avevamo per loro.
  In quei mesi d’inverno del ‘43, per tutti noi non era stata una vita serena, con la scarsa disponibilità dell’elettricità e con le luci spente per il coprifuoco, tanto che la sera ci si muoveva con i tizzoni come nel medioevo, con la penuria dei cibi, e i boati dei bombardamenti lontani e le minacce di retate dei tedeschi. Ma prima con lo sbarco di Anzio avvenuto da poco, poi con  le notizie che si captavano di nascosto da Radio Londra, ai primi fiori di marzo ci si aprivano speranze per uscire definitivamente dall’incubo in cui eravamo precipitati.
   Noi del paese andavamo in campagna come sempre.  Anche quel giorno degli ultimi di marzo, io, mio fratello e mio padre ci eravamo andati.  Era una giornata bellissima, come erano le giornate di primavera di quegli anni. Come erano stati belli i giorni precedenti, benché turbati dai tanti avvenimenti di guerra, che però a noi sembravano lontani, anche se avevamo vicino i depositi di bombe e sopra di noi passavano ogni giorno veloci caccia e lenti stormi di quadrimotori che facevano tremare la terra col rombo sordo e lontano dei loro motori.
    Quando passavano i quadrimotori, quelli detti”Fortezze volanti”, io mi mettevo a contarli nel cielo così come erano disposti a squadriglie. Se volavano più in basso, erano in genere ventiquattro o al massimo trentasei, allora il bombardamento avveniva di solito un po’ vicino, anche lungo la ferrovia Roma- Firenze; se ne contavo intorno a ottanta o centoventi, allora non solo si vedevano altissimi, ma poi il bombardamento avveniva abbastanza lontano, in direzione di Orte o di Civitavecchia.
  Quel giorno invece ero da solo a vangare e vidi improvvisamente due caccia angloamericani che da Montorio a bassa quota   saettarono oltre Montelibretti, uno dietro l’altro.  Subito dopo, il primo aereo fece una sventagliata di mitragliatrice: immediatamente  vidi innalzarsi un fiammata e poi una colonna di fumo. Poi vidi che il primo caccia fece un giro intorno alla zona del fumo, ma non vidi più l’altro aereo che lo seguiva e immaginai che la fiammata l’avesse inghiottito e arso.
  Difatti lo vidi dopo liberati, nell’estate , quando gli inglesi requisirono noi giovani per portarci  ogni giorno con i camion nelle scuderie di Montemaggiore per accudire muli e cavalli in cambio di poche Am-lire, con cui ci pagavano. Ogni volta che passavamo, vedevo la carcassa di quell’aereo poggiata fra gli ulivi a metà costa di una collina, sulla destra della strada prima di arrivare a Montemaggiore. E vi restò ancora per più di qualche anno, prima che  i contadini ne liberassero il terreno per i loro lavori.



lunedì 9 gennaio 2017

                 IL  NATALE NEGLI ANNI TRENTA
  Ricordo vagamente  il Natale dei miei anni da ragazzo. Ricordo quelli degli anni  nelle scuole elementari, perché nelle aule si doveva costruire il presepe e a noi alunni si chiedeva di portare muschio e qualche rametto di pungitopo con le bacche rosse attaccate ai loro cladodi. Per me era una disperazione, perché la mia campagna era tutta assolata e il muschio non riuscivo a trovarlo.
  Ricordo chiaramente che molti, specialmente le donne, andavano alla novena, soprattutto perché c’era qualche frate predicatore che veniva dal convento dei Passionisti. La predica della novena era qualche cosa d’importante, perché era fatta di racconti, di riferimenti al Vangelo e alla Bibbia, di parole che andavano a toccare gli animi e che incantavano gli ascoltatori. Quasi come in teatro.
  E le novene e le prediche in chiesa forse erano il teatro dei poveri e della gente che neanche sapeva leggere un giornale. Insomma, nelle sere d’inverno, riempivano il vuoto dopo le fatiche dei campi, creavano un mondo immaginario  con la magia delle parole e scuotevano emotivamente gli animi della gente da quel torpore passivo di cui era fatta la rassegnazione alle disgrazie e alle cattive stagioni.
  Allora nelle case non si facevano né presepi né alberi di Natale: i soldi erano rari e le case erano troppo anguste.  Ricordo la cena della vigilia, i giochi e i racconti che avevano il tono delle favole, ma a volte anche di fatti che a noi piccoli incutevano paure. Era una cena povera, che però si allungava con frutta secca, specie con mandorle, perché mio padre aveva nella nostra campagna molti mandorli di diverse varietà, anche quelle col guscio che si rompeva con la semplice pressione delle dita.
  Ricordo però anche i ciocchi nel focolare, la sera della vigilia messi in un gran fuoco per  Gesù Bambino che scendeva dal camino a riscaldarsi. Si creava così un alone fiabesco così fascinoso che noi bambini ci credevamo davvero e restavamo in attesa della visione e del miracolo. Chissà se ci credevano anche le nostre mamme, le nostre zie e le nostre nonne riunite insieme e indaffarate per preparare ciambelline e pangialli con mandorle, fichi secchi e bucce di arance?.
   Per tirare la serata alla lunga c’era anche il gioco della “pilocca” per i più piccoli, con gli spiccioli dentro e noi bendati col pestello in mano. Un gioco che durava  solo poche decine di minuti. Poi le donne andavano alla messa di mezzanotte. E noi ragazzini ci mettevamo intorno al focolare a sbattere le molle nel ciocco per vedere scoppiettare faville lungo il camino. Poi stanchi attendevamo il  ritorno delle donne  tra sbadigli e sonnolenza. Altri tempi, allora, quando non erano pochi quelli che magari avevano un ciocco, ma non avevano gli spiccioli per la “pilocca”  e non avevano molto di più di un pezzo di pane e quattro stracci per coprirsi.


martedì 11 ottobre 2016

                                         MAREMMANA
   Il mio paese è collegato mediante la Maremmana Inferiore. Non ho mai capito perché sia stata chiamata così, ma certamente è una strada che mi richiama un’infinità di ricordi, a cominciare da quando ero bambino ed essa era una strada bianca, cioè coperta di breccia.
   Mi ci rivedo al margine di un fiume di gente, quando avevo cinque anni, e mia madre mi portava per mano durante la traslazione della salma del passionista Padre Bernardo, che poi è stato proclamato  Beato.
   E mi ci rivedo quando potevo avere si e no sei o sette  anni e, d’estate, vi corsi scalzo, con altri più grandi, a vedere  lo “sconcassè” (forse dal francese “concasseur”) che con un rumore d’inferno macinava grosse pietre a circa un chilometro da casa, riducendole in breccia per la nuova pavimentazione della strada. 
   Quel giorno, dopo un po’ che avevo visto quella frantumazione di pietre , me ne tornai da solo e, dopo aver  camminato un centinaio di metri al sole rovente, vidi un serpente che mi attraversava la strada e che mi parve lungo quanto era larga la stessa strada, cioè almeno sei metri: certamente questa lunghezza non era reale, ma frutto della mia impressione di bambino, che però mi è rimasta incancellabile.
   Tutta quella breccia “trebbiata”  dallo  “sconcassè” veniva trasportata con un camion con gomme piene e  che veniva messo in moto con la manovella inserita anteriormente nel motore. La breccia veniva scaricata dal camion in mucchi distanziati al margine della strada, poi manualmente distribuita con le pale sulla superficie stradale e, quindi, ricoperta con brecciolino più fine.
   Il traffico stradale era allora costituito dal passaggio di qualche camion, raramente di qualche vettura, soprattutto di  parecchie “vignarole e carrettini tirati da cavalli, nonché da due autobus, che noi dicevamo “i postali” perché  portavano anche la posta: uno andava direttamente a Roma per la Tiburtina e l’altro andava alla Stazione di Fara Sabina sulla Salaria.
  Forse un anno dopo, però, arrivarono altri camion con l’asfalto e la strada bianca divenne nera e levigata, e, poiché l’asfalto veniva compresso con rulli cilindrici, non fu detta da noi solo “Strada romana” ( perché conduceva Roma) ma anche “Strada cilindrata”, cioè strada con l’asfalto compresso con cilindri o rulli pesantissimi.    
   A volte mi ritorna in mente il flusso delle macchine verso Roma per effetto delle deviazioni del traffico della Salaria. Quando accadeva, per noi ragazzini era un spettacolo. Tutte le auto che dal Piceno, dal Reatino e da parte dell’Aquilano  andavano verso Roma, a causa delle tracimazioni del Tevere, venivano dirottate sulla Maremmana all’altezza di La Creta per poi passare da noi. Noi ragazzi c’incantavamo a vedere il flusso continuo e meraviglioso delle vetture, delle corriere, dei camion, che andavano verso Roma in una colonna senza fine.
   Un altro ricordo che mi torna in mente è quello del Giro  d’Italia. Ero ragazzo, forse era nel 1937 e stavo con tanta gente al Mascherone, in paese, lungo la  Maremmana. Cominciarono a passare una dopo l’altra un’infinità di auto colorate e piene di scritte pubblicitarie che precedevano la corsa.     
   C’era un gran vociare di megafoni da quelle auto commerciali per propagandare prodotti industriali, come in una fiera di ambulanti; anzi molte macchine offrivano e gettavano sulla strada cappellini con scritte reclamistiche e piccole confezioni dei loro prodotti. Era davvero una festa per noi ragazzini. Ad un certo punto, dopo qualche ora di quella fiera  vociante, alcune auto, con l’altoparlante, annunciarono la vittoria di Bartali nella scalata del Terminillo. Batterono tutti le mani perché era già cominciato il tifo dei bartaliani. Poi passò tutto il gruppo dei corridori e dopo mezzora la Maremmana si svuotò e ritornò subito nel silenzio della normalità.
   Non ricordo se fu l’anno dopo  che vidi un’altra volta il passaggio del Giro.  Quel giorno mio padre mi disse di portare le pecore al pascolo lungo il greto del Risecco, dove potevano trovare tant’erba da saziarsi e poi di condurle in un terreno attiguo al fosso e confinante con la Maremmana.
   Ero in quel campo con le pecore, quando cominciarono a passare  le auto colorate di scritte sulle fiancate in un susseguirsi che pareva interminabile. Però allora si era in campagna, e tutta quella colonna di auto passava quasi in silenzio; si sentivano solo il rumore dei motori e delle ruote sulla strada. Per me era ugualmente uno spettacolo entusiasmante, specialmente quando il gruppo dei corridori mi passò davanti e subito scomparve nelle curve col fruscio leggero delle biciclette.
   Nacque allora il mio tifo per Bartali e un accanito interesse alle notizie degli avvenimenti ciclistici, che seguivo sui giornali, ma che poi mi crebbe a dismisura con la televisione.
   Un altro fatto importante che io vedevo in quegli stessi anni del ciclismo, ma che forse avveniva da secoli, era la transumanza dei pastori con le loro pecore, che da noi accadeva proprio sulla Maremmana. Il nostro paese era una loro sosta, appena fuori però, in un uliveto del principe Torlonia di circa una dozzina di ettari.
  Le pecore scendevano a centinaia e centinaia dai pascoli montani dell’Alta Sabina, certamente da Leonessa e dal Terminillo, ma forse anche da altre località del Reatino e dalla zona di Amatrice, negli ultimi giorni di settembre, perché l’affitto dei pascoli per il periodo invernale tradizionalmente datava dal giorno di San Michele. Ripassavano da noi, risalendo dalla campagna di Roma verso i monti della Sabina a cominciare dal giorno dell’Annunziata, in cui cessava l’affitto del pascolo  e i prati venivano destinati alla fienagione. Le date allora si davano con i giorni dei santi nel mondo dei contadini e dei pastori, forse secondo la tradizione dei secoli  passati.
   Sia all’andata che al ritorno le greggi si fermavano in quell’uliveto per una notte prima di riprendere il cammino verso la campagna di Roma, in quello che era il loro territorio di pascolo a Monte Sacro   e che stava allora diventando  Città Giardino con i progetti edificatori del fascismo.
   Quella sosta era l’occasione per mio nonno per comprare una punta di castrati da macellare uno o due per ogni settimana nella sua piccola macelleria  dentro la parte vecchia del paese; e l’occasione per mio padre per comprare una punta di pecore in parte  per allevarle  per il formaggio e la lana, e in parte per macellarne una o due per settimana nella sua piccola macelleria nella parte nuova del paese.
   I preliminari dell’acquisto venivano fatti ospitando a cena i vergari in casa di mio nonno o in casa nostra. Fu così che gli ospiti di casa nostra insegnarono a mia madre come cucinare gli spaghetti alla matriciana, rigorosamente in bianco e con una variante però: mettere sul guanciale un po’ di acqua per rendere più leggero e più digeribile quel piatto sostanzioso e saporito. Un piatto che ricordo da sempre, perché mi richiama molti particolari di quei tempi.
  Ma poi venne la guerra, la seconda guerra mondiale. Tra le prime cose che vennero a mancare, oltre al sale bianco e al pane per chi non aveva grano, fu il carburante per le auto,  specialmente per le corriere. Con la politica  dell’autarchia, si realizzarono motori a gasogeno che furono applicati alle corriere.
  Così anche sulla Maremmana agli autobus che viaggiavano sulla linea del nostro paese per Roma furono applicati i motori a gasogeno, con la camera di combustione, a forma di un grosso cilindro  con più di mezzo metro di diametro ed alta quanto l’autobus, applicata all’esterno della parte posteriore dell’autobus.
   La camera di combustione veniva caricata di acqua e di carbone o carbonella. Quindi l’autobus partiva pieno di viaggiatori a velocità ridotta, perché la sua forza di trazione ne risultava quasi dimezzata.
    Lungo il viaggio,  a volte non c’era più carbonella disponibile; allora l’autista e gli stessi viaggiatori si davano alla caccia  di pezzi di legna da ardere, specialmente di fascine, di frasche e   tralci secchi delle potature nelle vigne dei campi che fiancheggiavano la strada. A volte  l’autobus  non riusciva ad andare sulle salite; ed allora erano i viaggiatori a scendere ed a spingere l’autobus fino al superamento della salita.
 Accadevano scene  drammatiche, specialmente per i ritardi, che danneggiavano i viaggiatori. In genere, finiva tutto nella  rassegnazione della gente, che però si sfogava con le barzellette sull’autarchia e sulla presuntuosità del governo che  voleva fare la guerra senza possedere le necessarie risorse.

  






lunedì 26 settembre 2016


Pubblico qui questa mia recentissima composizione

             VECCHIO
Ora, vecchio, mi affiorano di dentro
Figure amiche, antiche mie frequenze
Del tempo mio fanciullo e giovanile:
Vengono e vanno in brevi evanescenze
E tremolii di cuore,
Dentro un mondo ora dolce  ora amaro
Di presenze ed assenze,
Che stanno e ristanno
In un presente senza consistenze.